Francesco

Vari Racconti

Affitti Sfitti
Esposizioni di un articolato pensare

Affetti sfitti Esposizione di un articolato pensare «Ipoacusia percettiva profonda, ritardo psicomotorio, grave deficit intellettivo, disturbi cognitivi e psico-affettivi, epilessia parziale, ritardo mentale, eloquio povero, affettività inadeguata, disturbo generalizzato di sviluppo, insufficienze mentali con ritardo nel linguaggio, oligofrenia, turbe caratteriali e del comportamento in esito a verosimile encefalopatia perinatale, insufficienza mentale grave per danno cerebrale congenito con turbe rilevanti della personalità, ritardo mentale globale di grado lieve con difficoltà relazionali ad esito d'encefalopatia congenita associata a disfunzioni e anomalie cromosomiche, obesità con insufficienza mentale di grado lieve». Sono solo alcune diagnosi con cui son stati definiti dai dottori alcuni miei estimatori che mi attesero fuori della bottega in cui entrai. Avevano problemi con le donne veramente significativi ma parlandomi sapevano consigliarmi, darmi la dritta giusta. Alcuni avevano una di quelle virilità da inibire anche con dei farmaci poco costosi, altri avevano parenti così poveri da portarli a prostitute immobili, altri ancora erano poco capaci e dalla schiavitù dei sensi, come bambini, liberati. Ma parliamo d'altro. Poi riparlerò di loro. Da loro sono visto come un mito perchè i casi della vita non mi denigrano.
Quando incontrai il mio omonimo dal barbiere subito mi compiacqui del fatto che dopo avermi riconosciuto mi ricordò di quante ragazze chiamavano lui cercandomi. Dal retroscena d'intrighi, forti di dissapori, appena concedetti l'ultima replica delle mie giustificazioni al fatto che nessuna di quelle donne era mia amante, ma che erano tutte amiche, rabbrividii di piacere e detti sfoggio di buona chiacchiera per lui che non ci credeva e per il barbiere che scuoteva la testa sornione. Le loro risate alle mie giustificazioni non erano sbracate con la loro accigliata diffidenza, ma insinuavano, insinuavano, con dosi d'acume cospicuo, che io ero un dritto e che a loro non la davo a bere. Dopo questi discorsi mi capitava così di riconsiderare quelle amiche come potenziali innamorate, ragazze che aspettavano una mia attenzione per lasciarsi andare verso l'amore. Finivo sempre per sentirmi addosso i segni d'uno stupido in mezzo ad una mancata programmazione unitaria, ad una affrettata e caotica organizzazione logistica, che lo impegnava e lo distraeva dall'amore. Stupido come nelle giornate in cui facevo le gare nel traffico intenso, con finestrini e tettino aperto, considerando la calura del motore, le condizioni climatiche, il fondo stradale e il peso dei passeggeri; stupido e veloce all'uscita di scuola, prima di andare a pranzo, per battere un record, rischiando.
Mentre il tempo passava svelto tanti capelli cadevano sul pavimento. Il barbiere, chiedendomi se il taglio andava bene, ignorava il mio omonimo. Lui attendendo il suo turno dietro un giornale di cronache mere non dava disturbo. Alla radio, un gran parlare di Memo Remigi che mima i Re Magi tanto per fare, sporcava solo una bella canzone, per rovinare una possibile non autorizzata registrazione. In realtà io, più che addossato dei segni dello stupido, ero un ragazzo stupito, stupito dal considerarsi piaciuto a molte donne. Un ragazzo ben formato e dalla forma meno incurante che in passato, che non s'impegnerebbe mai in una cooperativa dove si combina poco, dove tutti fanno volontariato e guadagna un solo socio. Ero uno di quei ragazzi che a tempo determinato non cercava amori, un ragazzo che pensava che nelle scelte serie, in quelle importanti, sperare d'essere ricordati con indecenza e innaturalezza è una sciocchezza. Io ero un ragazzo insomma stupito al punto da piacere il giusto, stupito nel tempo che passa veramente e che ti trova puntuale in situazioni serie a provare a rispondere perbene. Anche se per via di quei segni di stupidità sentiti addosso passavo repentinamente per stupito o stupido senza un potere di controllo efficacemente attivo, ero un ragazzo che comprensione altrui non pretendeva, nemmeno dai gruppi d'estimatori che comunque aveva. Pur indotto dalle circostanze o frainteso, quando con azioni corrispondenti alle idee, realizzavo le possibilità non concretizzate nei corteggiamenti, se gioivo per l'apertura al desiderio entusiastico di star con una donna già m'intristivo per la sua possibile chiusura.
Quando fui a posto, col capello fatto e ben rasato sul volto, pronto a pagare e ad andarmene, uscendo dalla bottega cui fui intrattenuto, evitai di conservare la ricevuta. Svenevole come quando evito le botte nei denti che prova a darmi la vita, dura con me come una pietra in un paragone impari, la gettai in terra. Ebbene, quei miei estimatori, che invece che machos rissosi erano come mosci inoperosi, mi fecero un applauso. Se solo avessero avuto da bambini una bambinaia altolocata, di quelle che non s'accapigliano per avere il posto di lavoro con caparbietà precaria, che puliscono tutti i giorni per non pulire tanto domani, forse sarebbero stati meglio iniziati alla relazione che non fantastica sulle persone, con pensieri buoni e memoria ballerina. Forse sarebbero stati meglio capaci d'arrivare al punto in cui non mettono addosso ad una i ricordi con un'altra, che non coltivano una lettura distorta del desiderio di fare piccole cose per il bene del mondo senza donna nel letto ma con tante donne intorno. Forse sarebbero stati quelli che colgono al volo l'occasione che gli capita a tiro, con quell'aria d'omertà che piace a chi, di velleità molte e concretezze scarse, vede, in estemporanea via ufficiosa, l'alta vocazione alla sua solitudine passargli troppo tardi. Chissà chi sarebbe stato il primo di noi a sposarsi.

Arco lungo

Per costruirmi un arco dalle fibre spesse e resistenti mio bisnonno aveva messo a stagionare il legno di tasso cresciuto in una penombra attualmente italiana, senza voler far faide o creare cordoglio. Rifilandolo e modellandolo, oliandolo e lucidandolo, mio nonno gli dette una formatura idonea al fusto che non si inflette troppo, con un'impugnatura rigida tale da permettere una buona mira; tale da permettere una spinta, al momento del tiro, fulminea.
Di frecce, mio padre, ne realizzò una moltitudine, tutte di frassino, una pianta che cresce rigida e dritta, dal ridotto peso specifico. Tutte con impennaggi in piume di pavone, fissati con un filo di seta e con una colla di bulbi di giacinti selvatici cotti. A parità di spinta fornita dall'arco e dimensioni della freccia, col frassino, la velocità e il potere di penetrazione allo scoccare, per quanto ineguagliabile e perfetta, dice che non si distingueva. Il trefolo di lino usato per corda, resistente all'umidità, dava un delirio di velocità tipo meteora a far da interludio, che obnubilava sia il prologo che l'epilogo del tiro andante a segno subito. Per le brevi gittate mi erano state tramandate punte d'acciaio sporche e infettate, per le maggiori traiettorie altre punte castiganti, sugli strapiombi di quanti temevano gli effetti degli archi. Ma tant'è che non scappai dove potei davanti ai miei avi.
Archi di quasi due metri, con quasi cento chili di spinta, capaci di mandare a trecento metri un calderone di precisione mai fuorviato io non usavo, suonavo. Io, che di tutto lo scoccare percepivo le vibrazioni emesse dall'onda di suono, non m'interessavo a dove il bersaglio era da centrare, ma suonavo, suonavo. Calcolavo le vibrazioni al secondo, come suono base per raccordarmi agli altri archi. Come rintronato colto e còlto turbavo gli animi degli astanti. Non ero un abietto obiettore con l'intento di mostrare tanta voglia di fare talvolta smentita dai fatti. Non ero uno che inseguiva l'eco d'uno sgargiante rintocco per rimboccarsi lo scrollo delle spalle. Ero un osso duro della pace vinta, che non violenta ventagli di tiri ogni volta per una nuova conquista. Dodici frecce al minuto, a duecento metri senza mancare il bersaglio, furono la mia cadenza di tiro ineguagliabile.
Poi smisi di tenere la mano chiusa a pugno, con l'indice e il medio ben tesi, mai rattrappita in una sorta di paresi o di goffaggine nel tatto sulle questioni di amputazione o d'allaccio. Non rinnegai nessun mio parente come un loro illuso discendente e mi diedi a tutte quelle angolazioni rimarcate mai suonate. Divenni un accordatore, attento alla composizione, da tenere buono. Altrimenti trafigge sia il cattivo musicista che il pubblico che lo celebra.

Bricolage per barbecue

Sul corpo di lettere gonfie, scollegate alle seguenti, m'abbandono al flusso scrittorio in modo rilassato: scrivo i miei angoli, veloce, sul tracciato grafico. Ascendendo nello spazio con un filetto sottile scarico l'accumulata energia discendendo e con un'asta pesante m'arrendo, in frasi slanciate con fare febbrile. Coi muscoli agonisti e antagonisti in perfetta sinergia su allunghi inferiori pronunciati e su ritmi impulsivi dico: calligrafia!
Ho subito la pressione di corteggiatrici instancabili senza scrivere per loro una riga di commiato. Con scaltrezza divergente son uscito pulito come un foglio immacolato. Condotto in modo sicuro ma arrovellato nelle loro grinfie griffate. Son lo scompigliato che tutto ha appuntato. Quanto segue potrebbe essere stato scritto su tanti pacchetti di carne avvolti con della carta, in un ricamo di parole diverso dall'uncinetto fatto attendendo l'alzarsi di una sbarra al passaggio a livello, nel livello di un binario della vecchia tratta Firenze-Roma, del vecchio asse Roma-Berlino. Non è una performance glamour.
Dopo tanto disinteresse a verificare l'ipotesi di fare l'interventista, il confidente, l'aiutante delle esperienze mai riportate verso la campagna, l'officina, i restauri di case, non mi sono ritrovato il retroindifeso ragioniere di un tempo, venditore di servizi, raccoglitore di quel che c'è o che s'è perso. Ammetto nell'elusione di domande più stringenti che c'è chi cade e chi non si alza, che per non sprovvedere troppo c'è chi si carica solo di un po' di quanto si può prendere e portare via da un luogo in cui la merce di consumo abbonda ed è d'utilità proficua. Ed io, che se non chioso dovrei almeno ravvedermi, appunto gli errori con la rivettatrice, alla deriva nel disegno generale che mi guida. Li mando verso le idee della prossima fine. Non mi vedo come un accattone di adesivi alla moda, sono bianco dietro alle foto. Dopo ore di esercitazione stando all'interno di un VCC in moto veloce sui sassi del greto del Cellina-Meduna, uscire a sparare era un sollievo per i timpani.
Questi sono i riti d'iniziazione alla lettura che ho bruciato nel barbecue: 1. slogarsi un piede in una forma coperta d'erba e poi l'altro in una forma piena di pomata per le slogature; 2. farsi ricoverare e trovare il modo di ricevere il contenuto delle borsa della spesa di uno che ha fatto confusione di buste; 3. nascondere la faccia dietro un mazzo di fiori; 4. fare almeno un esperimento con polpette di carni trovate durante la degenza nel ricovero.
Questi sono i consigli dell'unico manuale redatto come manoscritto, sul cosa fare e quando, con cui ho dato fuoco all'erba secca ruspata dalle galline: «1. Se in casa sta male qualcuno lui consiglia di evitare d'accudirlo per non farlo sentire troppo importante, tappargli le narici se respira bene. 2. Se la macchina non parte lui consiglia di sorridere a calotta, di accarezzare l'asticella dell'olio. 3. Se muore il medico di famiglia lui consiglia di recarsi alla sua villa e mostrare i propri titoli di studio. 4. Se muore il cane lui consiglia di seppellirlo prima della morte per non farlo soffrire dopo. 5. Se un bambino prende la scossa lui consiglia di sbatterlo ripetutamente a terra, ma di non usare mai prima della sua nascita fermenti profilattici. 6. Se va a fuoco la casa del vicino lui consiglia di allontanare ogni cosa che può far arrivare il fuoco alla nostra casa, di evitare le telefonate a chi potrebbe venire ad assistere all'avvenimento, di salutare in modo affettuoso chi esce dalle macerie di casa».
Al bricolage della carta si assommano anche dei lavori realizzati, documentati fotograficamente. Lavori che avevo utilizzato per feste o convegni, di utilità pratica tendente al discreto. Ci sono i pezzi di un teatrino di burattini improvvisati, allestito per gli anziani di una casa di riposo, con le caricature rispondenti al carattere del personale che li accudiva. Ci sono dei nastri magnetici srotolati, delle musicassette con 21 canzoncine (arrangiate con voce e chitarra, provate con basso, tastiera e armonica a bocca) scritte e cantate da me e mio cugino. Dalla scultura e dalla manifattura di regalini, messaggi, tessuti, prodotti plastici, cartellonistica disparata ho solo recuperato le cose che mi servono per restaurare dei giocattoli per i miei nipotini, per predisporre addobbi e oggettistica varia alle loro feste.
Nessuno può dire se l'anno prossimo sarò ancora qui ma il pensiero di aver messo tutto a posto, di essere ancora utile, mi fa apprezzare meglio l'arrosto.

Complici e correi

Vizio capitale del capitale nella capitale. Come a dire che il denaro stimola la corruzione. Non leggo i titoli di testa dei giornali ma i trafiletti quasi invisibili. Le strade che ho appena percorso tra poco sentiranno passare le strutture di ferro, di colle, di colori appesantenti fogli grinzosi, che gli artigiani della cartapesta hanno preparato e che non entrano nel palazzetto dove il corteo è destinato. Sono stato anch'io uno di loro, carrista in dei grandi hangar, finché, vedendo una processione fiammante, sono stato portato a fare diversamente il figurante.
Adesso come un visconte nel poggio, paffuto tra i flirt, sto seduto davanti ad un bar e mi leggo il giornale; ma immaginatemi sul carro ad animare un grande fantoccio che rappresenta l'ultimo tedoforo. Immaginatemi provato nel fisico sotto una tensostruttura, dentro una calura alta da far pensare all'utilizzo di una sicura contro la claustrofobia e coi problemi di fiato così corto da darmi un colorito tra il giallo e lo smorto; talvolta il rosso. Parimenti ai paramenti messi, abiti abitazioni e soprabiti indossati, in modi inguaiati insieme alle cremine che adesso mi metto, sorvolo i patimenti e i pentimenti che provai per esser accettato dagli amici un tempo, in cui mi feci aggiustare il volto e il resto riducendo le ciglia folte a un filo di disegno. Con un che d'arabesco lodato, con sincerità d'accenti eccessiva, plastica d'un netto e chiaro adattamento, per forza dopo un'ora accettato. Mi son ribellato all'idea di essere un uomo truccato troppo tardi per cambiarli. Molto tempo dopo di quando avessi desiderato.
I miei ex-amici, tutti manager di successo, da brutti che erano si fan beffe di me raggrinzito adesso: pieno di rughe, spelacchiato. Sfoggiando una pelle bellissima ed il portafoglio gonfio di carte di credito s'accarezzano il capello curato. Ma anche per chi non l'avesse per caso scorso, nell'abisso che mi separa da loro, son io messo meglio. Loro sono i fidanzatini delle amiche delle loro figlie, io rimugino un utopico proposito fallito di cambiare al meglio un'avventura grande. Loro son stati professionalmente molto importanti per lo sviluppo economico del pianeta io sono riuscito a malapena a raggiungere l'ente di previdenza cui non m'ero ancorato nel tempo goduto, conservando un modo genuino per rendermi d'aiuto.
Dopo aver rotto definitivamente con loro perché non potevo competere con la loro bellezza, al fine di distinguere se ero adatto ad un lavoro artigianale diversificato, se ero adatto ad un lavoro in falegnameria industriale davanti ad una sola macchina, se ero adatto all'assemblaggio o al montaggio di mobili, finii per ritrovarmi come intossicato. E non dalle polveri che avevo respirato. Avevo problemi di respirazione tali che assaporavo l'aria in ogni momento, me la gustavo tutta sperando di rimandare il mio ultimo respiro di almeno un anno avanti nel tempo.
L'ente di previdenza sociale che per una questione formale mi aveva permesso il giusto lucrare, nel vicendevole perir, nella tenue festuca, anche in mezzo ad una sbagliata iniezione o ad un elettrochoc, aveva mantenuto un'attenzione suprema per ogni suo assistito e manteneva un po' me in giro, da amico. A patto che non gli si crei un esborso cospicuo permetteva a tutti e permetteva a me, realmente, di non stare al lavoro e di andare in giro. Ed io che avevo usufruito ben volentieri dei suoi regali testimoniavo felice il fatto che l'ente non s'accontenta di far salire ogni suo assistito lungo il crinale che gli pare, magari in regni di donnole, faine, cinghiali. Seguendolo lungo i crinali d'altri monti senza felci, anche senza camminare costantemente a quote elevate, anche passando tra campi e boschi, talora nella fitta vegetazione di olmi, nella cura dell'assistito l'ente mi voleva come lui, nella salute che perdura, distolto dall'assenteismo frivolo. Ed io, che vedendo quanto lavoravano i miei ex-amici anche per mantenere quell'ente iniziai ad impegnarmi, festivi compresi, sulle feste di quartiere in cui la lotta mia all'uomo truccato facevo ben vedere. Chi tra i belloni svolgeva un lavoro di supporto psico pedagogico, per una protezione sociale anche parziale (visto che lo stato non riesce a tutelare lo sviluppo delle persone offrendo pari opportunità di fruizione dei diritti a tutti) questo non l'aveva capito e non aspettava altri che me. Tenendo conto che i bacini di disoccupazione son fonte di voti anche per gli organi dell'antipotere politico e che il primo tra gli svantaggiati, conteso nel mercato sociale, può portare soldi e voti, vedeva in me un nuovo soggetto potenzialmente in grado di prendere possesso della politica e di venire controllato, nel comune intento, intanto, di farsi strada verso il municipio per un maggior guadagno. Fatale errore.
Loro vedevano in me la mestizia di uno che fa dei carri e ottiene consenso e non uno che respira a malapena, dal potenziale di assenteismo frenato. Loro volevano asservirsi di me ma io, molto comunicativo e coinvolgente, ero l'opposto degli statuari e bravissimi mimi travestiti, a rappresentare santi belli e cari a chi apprezza la bravura dei madonnari, che gli sarebbero serviti. Posizionato davanti alle osterie e ai ricoveri più importanti della rete articolata a cambiare la struttura urbanistica dei bisness sociali amanti del tran tran della tranquillità io durai pochissimo. Ed io che in questi discorsi non sapevo ben districarmi, ero affidabile come un bambino delle scuole elementari al circo, come un ragazzo delle scuole medie inferiori alle gite in pomodoraia nell'ora di educazione tecnica.
Nel breve volgere di alcuni anni, m'ersi a leader dei frequentatori del bar, con il successo della satira di costume che con i carri di cartapesta inquadrati dai mass-media sfoggiavo in continuazione. Non potendo fare granché coi miei problemi di respiro, mi sentii sempre più correo dei miei ex-amici perché non con l'invettiva che l'inveiva riuscivo a riparare i guasti della società perpetrati da loro. Belloni rimbecilliti e prostrati, per colpa dei canoni della bellezza giovanilistica seguiti, erano in fuga da quei guasti a me cari perché li vedevano come l'anticamera della bruttezza. La lotta all'uomo truccato che non avevano effettuato, non creando attorno a loro un consenso aulico, non gli precluse il successo ma gli fece una sorta di igiene mentale non in linea col mio proposito fallito di cambiare al meglio un'avventura grande. Criticavo i miei ex-amici nei comportamenti che li rendevano equivoci, criticavo l'utilizzo che facevano di parte dei loro soldi e venivo irriso dalle notizie più importanti del giorno. Ero il brutto mantenuto dal sistema dei belloni che sfruttavano i più poveri.
Io non mi reputo migliore di loro, di quei miei ex-amici perché non mi trucco, perché preferisco la solitudine alle storie frivole, perché non son stato consumato dai beni da loro prodotti ma dal processo produttivo. Mi reputo seduto davanti ad un bar a leggermi il giornale. Non sono il figurante della mia malattia né un giudice che l'erronea idea espressa in cartapesta adotta fino a renderla perfetta. Maledicendomi solo innanzi ad una ristretta cerchia di amici, meno influenti degli ex e meno cretini, complice dei correi sono più io di loro in quanto a consapevolezza. E con il tedoforo con cui sembra a tutti che li supero offendo il povero, lo prendo per il decubito. Una loquela da ludibrio suscitata dal mio carro non m'affranca dalla prigione di un'inguaribile fobia in cui, malaccorto, bisbiglio suoni che si fermano sulle mie labbra viziose. Il mio pudico acume è qualcosa che antecede la vestigia della mia bruttezza attuale che dai carri non traspare. È animato dal pensiero che se non soffrisse nessuno starei meglio anch'io.

Coricato d'amore

Quante ripetizioni non ho prese per migliorare il mio ozio in inglese! Quante per non spendere non ho mai accettato, sfibrato! Nel mio imbarazzo enfatizzato il merchandising del mio dissenso se esposto come oggi è tremendo. Dicevo delle piccole cavolate quando lui mi disse: “la prossima volta che vengo alla festa della «Foce del Paganico» mi paghi un panino con la salciccia!”. E non me lo meritavo.
Come falegname che si occupa anche di restauro, che allestisce i ponti per arrivare in alto, ti posso enumerare certe tresche da far accapponare la pelle, di tante belle tradite miseramente. Pur non avendo ammaccato a cerchio il legno, senza riuscire a centrare un chiodo, come falegname scomodo ho perso più volte il lavoro. Non ho scartavetrato fermandomi quasi a legno finito con premura da maggiordomo, senza sminuirmi troppo grazie all'album delle mie foto presenti a darmi identità vincente, ma ho sofferto più di te per mantenermi il lavoro. Nessuno che ti sposta la forfora dalle spalle, che ti passa sempre ciò che ti serve come un grande, viene mantenuto al vagar di una vaghezza vacante nelle piccole aziende a conduzione familiare, in cui i datori di lavoro sono così gagliardi da saper amare sia la moglie che le amanti. Io questo posso dirlo a te, come tu non puoi dirlo a me. Sei troppo coinvolta e giovane rispetto a me. Ma torniamo a lui, a quando gli dissi della salciccia.
Io gli dissi: “però ci metti la tua!” indicando col dito. Fu rabbia, mani messe sui miei vestiti. Io che lo spinsi verso la stufa a legna, verso una sua scottatina che mi obbligò alla sfida. Mi dette l'appuntamento - per fare a pugni al bar della stazione - ma non ci venne perché giocava a carte in altro bar. E quando io lo ribeccai gli ricordai subito l'appuntamento mancato, ma lui mi disse: “t'hò domato tra i pivelli, t'ho domato”. Pensare che oggi è il mio datore di lavoro ed il tuo amante che ti fa arrabbiare. In modo che io possa essere messo in luce su quel che di male faccio rievito di oppormi a quanti fan come lui, adesso, con coraggio. Le cavolate le dico in inglese per non correre rischi da botte prese.
Sedicenti irriverenze di cinquantenni aggressivi come quando erano sedicenni sopporto meglio perché la rabbia che mi deriva dalle offese la deglutisco via. Non faccio marameo ad un arameo errante che non si dava un sacco d'arie per farsi notare. Guardo le figlie degli istinti di dominio nelle idee che esprimo, senza far dispetto all'autorità, pieno di livore deglutito via. Per quello che sarà possibile nello spiccato senso confidato, m'immaginerò esautorato e conficcato quando schiverò le situazioni in cui potrei subire altre prepotenze. Andrò dove tacciono per dare una chance ai peggio i pentiti dei loro atti esecrabili. Non mi si confà ora che pranzo, con la nausea di ricordarmi di questo e di quest'altro, come una teppa nella steppa, la mia floscia stretta sulla posateria zigzagante innanzi al secondo primo (da mangiare).
Inghiotto il rospo che raspa sul raspo d'un ansia infruttuosa in contrasto gonfio, deglutendo male, con il palmo sul pomo, tutta la mia voglia di vendetta molto prima della pausa merenda. È esagerato chiedermi quel che è dono di grazia sovrumana, sappilo. Nelle turbe dei miei turpi pensieri l'oblio del bene ricevuto avviene. Nell'urto di una capocchia non c'è puntura di spillo, non c'è un grido da bocca, non c'è uno stillo di fiotto sanguigno. Questo non perché sale o scende chi si trascende, sorella tra le sorelle. Questo per dire che per stare bene nel posto del lavoro devi fare come me ed imparare a deglutire via la rabbia. Intanto mangia, che la pausa è quasi finita.
Dandomi quello di cui ho avuto bisogno in modo tale che non ho potuto apprezzarlo, non posso evitare adesso la dolorosa recisione quando giustamente lo scanso, il tuo uomo. Nel diniego non sego, taglio, poto e guardo. Guardo le foglie che rotolano secche, sotto una pioggia di petali bianchi giù dall'alto. Davanti un antico basamento cittadino, dal ripiego a terra al cielo. Guardo le foglie di una vita a rotoli e non vedo nel mio lavoro precario che un licenziamento sempre in agguato, anche se ho successo dove gli altri non riescono. Nelle settecentesche terme papali, abbiamo infatti abbassato superbamente e costantemente il rilievo ottico d'alcune lacune da restaurare, a cui ridare unità formale nell'immediato rapporto figura-fondo. L'esatto piano d'appoggio delle singole foto in cantiere, la loro esatta giacitura nello spazio per riavere un dipinto da rivedere, sono stati permessi da metodologie di presa opportune e ben definite, mia cara amica tra tante amiche.
Proprio come la mia identità, frantumata e ricomposta, grazie a foto metriche in tanti scatti scandite, prese da tutti i versi dall'inizio alla fine. Ma tu cedila colà, sul versatoio, quella serie di occhiali vecchi da mandare in raccolta nel paese sottosviluppato. Se non vedi ancora quanto ti si mostra con i fatti della vita puoi provare con una lente dopo l'altra a guardare meglio. Sei buona a lavarla, quella serie, per vedere oltre il miope e il presbite le tue miserie. Adesso, nella tenebra fitta del dolore, tra istanze spirituali e pulsioni istintuali, schiacciata senza malumore, ti dici che se l'iniziativa è buona, con la b maiuscola, fasti nefasti d'imperfezione vedrai in altra occasione. Balordaggine!
Il restauro non ti riuscirà certo perché sei l'amante tenuta meglio e arrabbiata al cento per cento. Infatti lo sai, hai già sofferto! Ti regalo questa mia osservazione. Alzando il coperchio di una pentola, in bollore sul fornello acceso d'azzurrognolo, uno spavento mi ha colto: c'era la testa di un porco che mi guardava storto. Come ho bramato non fare quella fine, sapendo che nella transizione al lavoro si gioca la partita tra integrazione ed esclusione di promozione umana ben concepita. È sulla bocca di tutti che la fioritura di consorzi d'uffici fa strategia d'innovazione di utilità esigua. Nell'alternanza tra svago insulso e consumismo sfrenato ti puoi trovare subito in apprendistati non in regola nel bisness più vacuo. E la calma per non andare via di testa, nell'analogo epilogo che forse ti aspetta la troverai se mi darai retta.
Il successo delle amanti con datori di lavoro molto più grandi può rivelarsi proficuo in modi altalenanti, che più del successo ti spianano la strada verso la perdita del tuo tempo più bello. Al calcar della mano non ribadisco un che, se non il desiderio bramato da ieri di riuscire a riportare il vecchio dipinto frantumato al suo splendore sbriciolato. Profitto della circostanza del lavoro che ho, nativa nell'angustia di quanto s'agita sul tuo esercizio ascetico che ha fatto tanto per far si che io fossi preso, per confermarmi (con senso di quel mio distinto dolore che avvisa, funzionale alla vita), uno che per riconoscenza ti vuol salvaguardare perché al restauro di un'opera associa il vero benessere di una amica bella, quasi sorella tra le sorelle.
Con il fiuto usato nel distacco ben mirato individuato, solo e senza sicura d'entusiasmi a darmi forza, quel che il gesto riporta innescato è solo l'effetto visibile di quel riposizionare giustamente anche il più piccolo segmento. Senza farmi raggiungere dalla rabbia che mi salva la psiche sempre scortata alla fine cerco d'insegnarti a deglutire. A restaurare già ci sai fare. Brossurato non mando un wafer, un vai a farti gli affari tuoi, in lettera cifrata quasi commendatizia, al tuo convincimento di essere unica per quell'amante bravo ad esigere. Brossurato, fors'anche per non fare dell'affermazione dell'uomo sull'umanità una nostalgia, io mando a te, che hai interceduto con questo datore di lavoro a me utile, tutto il mio consiglio in italiano. Nota bene che in inglese non ho parlato. Tutto il possibile eseguibile nel lavoro fattibile non è prossimo alla fine se perdo la testa come tu e il porco l'avete persa.
Ma visto che sei satolla m'alzo e vado a restaurare, visto che le foto metriche posponi alla raccolta degli occhiali.

Tratto da: "Flussi di Infusi" Raccolta di racconti di Francesco Massinelli
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