Lkl Skywalka

Viaggio

100 Km di riflessioni sui treni (su un treno)

Partenza da Roma, a mezzanotte circa.

La stazione è affollata, nonostante l'ora sia tarda. Davanti a me scorrono le immagini più disparate; c'è un ragazzo alto quasi due metri, impalato, con un grosso mazzo di rose in mano: "Starà aspettando qualcuno! - mi dico - Forse la sua ragazza." Ed ecco che per uno strano caso, tra le centinaia di sguardi che popolano la stazione, i nostri si incrociano. Lo osservo con simpatia e lui intuisce i miei pensieri: ma chi glielo fa fare a quest'ora?

Il treno accanto comincia a muoversi ed io ho il solito problema: stiamo partendo o è solo un'illusione ottica? No, la stazione si sta allontanando: con solo mezz'ora di ritardo è finalmente il mio treno a partire. Vi siete mai chiesti chi fu il primo a notare che quando c'è un altro treno accanto, è impossibile capire quali dei due stia partendo? Io l'ho fatto in questo momento. Non credo che per lui sia stato semplice capire: la prima volta è sempre un problema per tutto. Bah, per quello che so, nessuno si e' mai posto così profondamente questa questione: ciò vuol dire che probabilmente non ce n'è bisogno.

Parte il treno e con lui il mio CD. Avevo un libro, ma l'ho finito nella tratta precedente: e adesso?

Pare che non rimanga altro che guardare fuori dal finestrino. Sapete che uno di più' grandi impulsi all'acquisto dei libri fu la nascita dei treni? I primi treni viaggiavano a non più di 80 Km/h, velocità più che considerevole per persone che fino ad allora avevano viaggiato solo a cavallo o in carrozza. Nacque un problema serio, serissimo: la velocità con cui il panorama mutava, l'enorme quantità di oggetti che un passeggero riusciva a scorgere in un solo viaggio, riempivano gli occhi, saturavano la mente. Così, nacquero veri e propri circoli di lettura sul treno. Nacque l'abitudine di portarsi sempre un libro per i viaggi in treno, nacquero le edicole nelle prossimità delle stazioni. Cosa direbbe un socio di un circolo pickwick del secolo scorso, su di un treno giapponese da 450 Km/h?

Parte il CD: dovrebbe durare 56 minuti, più o meno quanto il mio viaggio. La mia carrozza è deserta, come quella precedente e quella successiva: posso tranquillamente alzare il volume in cuffia senza fare la figura del maleducato. Le dimensioni di Roma e delle altre metropoli mi lasciano sempre sconcertato: sono abituato alla mia piccola città di provincia, che posso attraversare da un lato all'altro a piedi in due ore circa. E invece Roma sembra non finire mai...

"Finalmente finisce 'sta cavolo di stazione! Ma, ma...".

Assurdo. È appena finita la stazione di Roma e già c'è la prima fermata! Scendono poche persone, una decina al massimo. C'era tutta quella gente sul treno?

Ripartiamo. Se non ricordo male, dovremo fare un bel po' di fermate per i prossimi 20 Km. E infatti è uno stillicidio di accelerazioni e rallentamenti. Scendono un'altra decina di persone in tutto.

La campagna. Infine, la campagna.

Di colpo attraverso il finestrino non scorgo più' nulla: attorno ho solo il buio più' assoluto, niente di riconoscibile per quanto aguzzi la vista. Avete mai pensato a come sarebbe il mondo senza elettricità? Lasciamo perdere gli elettrodomestici e i computer: sapreste immaginare il vostro quartiere senza i lampioni? Io lo sto facendo in questo istante: il problema è che non ce la faccio proprio. Sono così assuefatto a certe comodità, da non riuscire nemmeno ad immaginare la mia esistenza senza di esse. Riuscirei a farmi da mangiare senza un frigo? Senza i cibi pastorizzati che durano tre volte di più di quanto duravano 100 anni fa?

Mi rilasso sulla mia poltrona, allungo le gambe: ora ho un pezzo abbastanza tranquillo in cuffia e il panorama mi offre una visione dall'alto di un piccolo centro dell'entroterra romano. Poche luci perse in un mare di buio. Chi starà dormendo lì? Chi starà guardando la TV? Magari c'è qualcuno che sta scrivendo un racconto idiota...

...Dannato controllore! Rovina sempre tutto: quei rari momenti in cui il treno sembra suggerirmi un po' di ordine per i miei confusi e illogici pensieri. E dove diavolo ho messo il biglietto?

Biglietto trovato: ho evitato di essere gettato giù dal treno in corsa. La strada si sta facendo ripida, stiamo cominciando a salire. Eh si, per andare dove devo andare devo superare qualche "altura". Acc! Le orecchie si turano! L'ho sempre detestato: perché mai succede? Il mio amico Ing. Coniglio mi comincerebbe a spiegare gli effetti della pressione sui liquidi dell'orecchio interno. Ma non è questo il punto: mi sto chiedendo perché il mio corpo reagisca così agli stimoli. Vi siete mai chiesti perché 6 miliardi di esseri umani, reagiscono esattamente alla stessa maniera quando toccano qualcosa di molto freddo o molto caldo? Vi siete mai chiesti perché respiriamo? Non venitemi a raccontare la storia del processo autonomo, che il cervello porta avanti anche se ne siamo inconsapevoli: voglio sapere chi ha detto al mio cervello che si respira COSÌ...

Le gallerie: il rumore copre perfino la musica "a palla" in cuffia. Alzo ancora il volume, ma prima che finisca siamo già oltre. A costo di sembrare ripetitivo: a chi è venuto in mente che le montagne si potevano attraversare e non solo girarci attorno? Dov'è stata costruita la prima galleria? Se ci pensate bene, è una storia molto simile a quella dell'uovo e della gallina: l'arco l'hanno inventato i Romani, e l'arco è la struttura fondamentale della galleria. Ma da qui a riuscire a bucare una montagna... I Romani ne avevano le possibilità? Io credo di no, ma allora chi ne è stato capace per primo? Vi chiederete dove sia l'enigma dell'uovo e della gallina: i Romani forse non potevano bucare una montagna, ma gli Egizi trasportavano blocchi di tonnellate per chilometri e poi per centinaia di metri di dislivello. In parte si e' spiegato come facessero, ma rimangono tanti punti oscuri nella vicenda. Ci si sta ancora domandando come mai le piramidi egizie rappresentino (in scala!) la forma della costellazione di Orione...

Il mio viaggio si avvia a conclusione. Comincio a riconoscere i nomi delle cittadelle che precedono la mia fermata (e la cosa tragica è che hanno tutte un nome simile: un paio di volte rischio di scendere nel posto sbagliato! - e quello su cui viaggio è l'ultimo treno: il prossimo dopo 6 ore...). Il mio CD finisce: maledizione, avevo fatto male i conti e non è bastato fino alla mia stazione. Ripongo tutto, spalanco il finestrino e lascio entrare l'aria di una fresca serata primaverile. Avete presente quei momenti di libertà assoluta, quelli in cui vi sembra che la vita si interrompa e stiate godendo un momento di completa estasi? Serenità: è forse questa la parola esatta. La sensazione di non dipendere da niente e da nessuno. L'intenzione di godere appieno di quel momento di così grande tranquillità interiore. Vi siete mai chiesti se questi momenti nascano spontanei o ce li riservi qualcuno? C'è un numero di volte finite in cui possiamo goderne, oppure siamo noi a disporre l'animo per riceverli? È una domanda difficile, la più difficile che ho posto in questo mio breve racconto di una serata di viaggio un po' strana: piena di riflessioni. Alfine, chiedo a te che mi leggi: ti sei mai posto sul serio la domanda: "Esiste qualcosa che mi completi, un'entità a me superiore che non abbia i difetti che io mostro quotidianamente, che mi guardi dal suo cielo e che decida per me la sorte?". Io l'ho fatto. La spiegazione più convincente viene fuori da una lezione di Fisica1, tenuta all'università durante i corsi. Il professore, quando fummo giunti alla termodinamica, per scherzare ci disse che se avessimo voluto, avremmo potuto discutere dopo aver spiegato il 2° principio, dell'esistenza o meno di Dio. In aula si levò un brusio di disapprovazione: qualcuno non aveva gradito che si scherzasse su questioni di fede; qualcuno si azzardò a chiedere al professore cosa pensasse lui dell'esistenza di Dio.

E il professore rispose: "Sono uno scienziato, e per molto tempo ho negato l'esistenza di Dio perché contraria a qualsiasi analisi razionale. Poi un giorno mi sono detto: quale prova ho che non esista?"

Il professore non ci disse cosa pensava del destino, della predestinazione o meno di tutti noi verso una sorte prefissata. Se non l'ha fatto un professore, vi aspettate che lo faccia io?

Il mio viaggio è finito. La mia stazione è la prossima e il treno sta rallentando. Sceso dal treno tornerò alle necessità della vita: dovrò pensare a mangiare, a farmi il letto, a prepararmi l'occorrente per domani.

In pratica non ho concluso nessuno dei pensieri che mi sono passati per la testa stasera: forse alla mia mente manca qualcosa, qualcosa che servirebbe a svelare tutti quegli enigmi che mi sono creato in soli 100 Km e poco più. Vuol dire che mi concentrerò nella ricerca di quel quid, invece che di tutte le soluzioni parziali; forse sarebbero alla mia portata, ma di certo non farebbero altro che rispondermi con altre domande...

MrZzz


home www.utorec.com