Lkl Skywalka

Thesi sull'Universo

Nell’universo, 15 miliardi di anni circa dopo il Big Bang.

  • Ok, è deciso. Sceglierò quella che loro, gli indigeni, chiameranno Terra quando inizieranno a parlare. Ok, non creerò alcun paradosso, non preoccuparti prof.
  • Non so, c’è qualcosa che non mi convince. Potrebbe risultare decisamente antieconomico… Scegli qualcosa di più fattibile, più immediato…
  • Non preoccuparti prof, soldi e tempo non sono un problema.
  • Non avevo dubbi riguardo al tempo, piuttosto mi sembra uno spreco monetario palese. Vuoi dimostrare qualcosa di già risaputo…
  • Ma voglio dimostrarlo scientificamente. Non si può conoscere per presunzione. E poi è deciso. Il mezzo è già pronto. Sarò di ritorno entro centomila anni, al massimo.
  • Ok, non riuscirei ad impedirtelo. Ricorda che la Commissione vuole dati. Tutti i dati che potrai registrare. In fondo, hai ricevuto l’autorizzazione proprio per questo. Né per la tesi, né per i soldi di tuo padre. Adesso vai.
  • L’astronave lasciò la piattaforma rotante. Erano al limite dell’esplosione. Erano in quella fascia dell’universo talmente lontana dal centro che non esisteva più la materia proiettata dall’esplosione. Le piattaforme spaziali erano circondate, erano immerse in quel materiale indefinibile e invisibile che riempie il vuoto cosmico al 95%. Qualunque cosa esso sia.

    L’astronave lasciò la piattaforma rotante. Avvertirono l’accelerazione . Passarono dai 300.000/kms costanti della stazione a 300.000c. Quando un c rappresentava la velocità della rotazione della stazione orbitante, quella sulla quale viveva la loro specie, nell’eterna rotazione che da l’immortalità, anzi, che ferma il tempo. L’elisir della lunga vita (così lunga da essere infinita, o quasi) era una formula matematica. Anche i terrestri lo avrebbero scoperto, certamente non nell’immediato futuro. E l’immediato futuro non era che un secondo nell’eternità. Purtroppo. Da quando avevano perso il valore della morte, avevano perso l’ammirazione per la vita.

    La stazione di lancio era niente altro che un grosso anello. Come tutte le altre stazioni, anche quelle adibite ad alloggi, con maggior ragione. I locali (o vagoni) ruotavano vorticosamente, percorrendo il diametro esterno alla velocità della luce, perché tanto bastava. Non erano necessari sprechi di energia, l’immortalità l’avevano raggiunta, in una dimensione nella quale le malattie erano state dimenticate in tempi immemori e gli assassinii non erano forse mai esistiti. Lasciarono il vagone rotante e percorsero il tragitto, rotante anch’esso, che portava alle navi. Le navi posavano al centro, ove quindi nessuna rotazione era in atto. E fu in quel luogo immobile (beh, tralasciamo la continua espansione dell’universo) invecchiarono di alcuni secondi. Altre gocce nell’oceano, anzi, altre stelle nello spazio.

    Si chiusero nelle bare criogeniche, si diedero una parvenza di morte artificiale. Non avevano voglia di passare alcune decine di migliaia di anni svegli. Al momento appropriato, avrebbero iniziato i computi.

    Nel frattempo, la vita sulla terra continuava, anzi, si evolveva. L’umano iniziava a conquistare gradualmente il pianeta, con tutte le negatività del caso. L’uomo progrediva faticosamente, il pianeta iniziava a cedere in una regressione crescente e inarrestabile. Come quando si apre una falla in una diga, solo che stavolta la falla sarebbe stata causata dalla perfetta stupidità umana. Poveri stolti, vivevano la loro misera esistenza per distruggere ciò che permetteva loro di vivere… Paradossi su due gambe. Limitati anche nel numero degli arti.

    Il primo quarto del viaggio era stato percorso, quando le bare si aprirono. Non erano invecchiati di un nanosecondo. Come da sempre… Si sedettero al tavolo, al loro equivalente alieno e iniziarono a disegnarne lo schema. Non era certo un problema. Bastava pensare, al resto provvedeva il computer. L’importante era avere le idee, i computer non erano che comunissimi strumenti, alla stregua di matite, partiture, altro. Erano propaggini della mente, espansioni delle possibilità, generatori di uguaglianza.

    Allora, disegnalo cubico. Grande, non immenso. Sono solo umani, hanno capacità motorie limitate. Sei portelli per ogni cellula, è elementare. Devono avere la possibilità di raggiungere ogni portello, logico. Che ne dici, vogliamo dare una possibilità per ogni cellula? Dico, possono aprire soltanto una porta in ogni stanza? No, hai ragione, troppo difficile. Sarebbe difficile anche elaborarlo per te… Ah, nulla ti è impossibile da elaborare? Scherzavo, ma non ce la farebbero mai. Uno, almeno, mi serve vivo. Poveraccio, non vorrei essere nei suoi panni… Ok, useremo la matematica. Non calcare troppo la mano, usa concetti generici. Non conosciamo ancora le loro cognizioni, non possiamo azzardare una previsione, potremmo tralasciare qualche variabile e piombare nell’inesattezza. Si, certo che avremo bisogno di trappole, aumenta la tensione e evita che tutti muoiano di inedia. Non ci servirebbe a nulla vederli morire di fame. Sarebbe un disonore, le registrazioni ci inchioderebbero dinanzi la commissione. E noi vogliamo il titolo, dobbiamo averlo. Come dici, il materiale? Beh, qualsiasi cosa possiamo trovare sulla terra che non possa venir manomesso senza l’ausilio di utensili. Si, materiale terrestre. Devono costruirselo con le proprie mani. Noi agiremo dall’esterno, spacciandoci per loro simili. No, non preoccuparti, non dovranno mai vederci, non avremo volti per loro. Sai come sono, ancora non si abituano ai loro simili di diverso colore, figurati come potrebbero reagire. Magari cercherebbero di schiacciarci, come fanno quando qualcosa gli va storto… Brutta abitudine quella di cancellare gli errori con altri errori. Brutta abitudine umana. Cosa dici? Vorresti aggiungere una musica di sottofondo? Un ritmo snervante, magari? No, no, non ci siamo. Devi abbassare i parametri per gli umani. Non possiamo snervarli oltre misura. Ecco, adesso va bene. Niente musica, probabilmente impazzirebbero tutti. Almeno ritardiamo il verificarsi della condizione. Ecco, inserisci anche questa condizione. Elencami quelle identificate sinora. Allora, progressiva perdita di realtà, istinto all’autoconservazione ai massimi livelli, regresso morale, panico, disperazione. E poi i comuni bisogni umani, certo. Non credo comunque che vivranno abbastanza da morir di fame. Allora, pronte le combinazioni matematiche? Fammi un po’ vedere… No, no. Ricorda che loro sfrutteranno appena l’8% del cervello, quando saranno arrivati al livello evolutivo corrispondete al 20° secolo nella loro scala cronologica. Uhm, aspetta, interessante. Devo ricredermi. La tua ultima proposta va bene, la previsione si rivelerà esatta, ne sono certo. Crederanno nella corrispondenza tra numeri primi e stanza libera. Forse anch’io avrei fatto così. Forse. Voglio ragionare da umano, soltanto così potrò farli rinchiudere di propria spontanea volontà. Si, scusami, mi sono espresso male. Comunque prendi questa per buona, non saprei come farmi capire. Passiamo alle trappole. Si, certo, dovranno essere mortali. Di che tipo? Facile, analizza le loro paure e agisci di conseguenza. Paura del fuoco, del sangue, dell’assenza d’aria… Naturalmente poni sempre una condizione scatenante: voglio che ragionino, non voglio che si ritrovino tranciati senza motivo apparente… Beh, di motivi apparenti se ne troveranno uno ciascuno. Perciò sceglieremo la varietà. Credo che per questa sessione basti. E’ tempo di criogenesi. Tu puoi tornare spegnerti, noi andiamo ad aspettare l’evoluzione della terra, come la chiamano loro. Ritornarono nella bara criogenica e proseguirono in stato comatoso. Il computer elaborò nel frattempo la struttura del cubo, ma non ci mise poi molto. Anzi, ne elaborò svariate decine di alternative. E si spense.

    New Mexico, anno terrestre 1997.

    La nave si adagiò sul fondo sabbioso del deserto. Erano passati 50.000 dalla partenza, nel frattempo l’uomo credeva di aver fatto passi da gigante. Si insabbiarono, nel senso letterario del termine. Dubitavano comunque di essere visti, anche se avessero parcheggiato in superficie. Non erano stati avvistati. I satelliti non li avevano fotografati mentre erano al di fuori dell’atmosfera terrestre, né i radar li avevano intercettati quando avevano invaso quello stesso spazio aereo americano alla cui integrità tanto tengono i nipotini di Uncle Sam. Adesso non restava che fingersi umani e far friggere gli umani (quelli veri) nella padella che da soli avrebbero costruito. Mettersi in comunicazione con banche dati e linee telefoniche non era certo un problema. Tutte le tecnologie rilevate erano vecchie di millenni in Patria, e il potentissimo computer quantico a bordo era camaleontico in fatto di apprendimento. Si che avrebbe fatto gola agli umani, chissà per quali scopi indecenti… Gli umani non sarebbero sopravvissuti per milioni di anni, nel loro dna era insita l’autodistruzione, la cupidigia, la stupidità. L’infinita stupidità umana. Quella che porta a ripetere periodicamente gli stessi errori, anche se a tutto c’è un limite. E presto anche questo limite sarebbe stato varcato, purtroppo o per fortuna. Questione di punti di vista, inquadrature se vogliamo. Il computer quantico apprese la lingua auscultando le conversazioni telefoniche di tutto lo stato, contemporaneamente. Poi interrogò le linee degli altri stati per carpire le cadenze, gli accenti, lo slang, anche. Tutto era utile o sarebbe stato utile in futuro. Gli umani sapevano nulla degli altri inquilini dell’universo, loro, a viceversa, sapevano tutto sugli umani. Se non tutto, vi si avvicinavano di molto e il cubo avrebbe dato ulteriori indizi per la risoluzione del puzzle, puzzle esso stesso.

    Iniziarono a cercare, contattare e assoldare i Costruttori del Cubo. I Costruttori si adeguarono alle commesse, quindi nessuno tra loro riuscì neanche ad immaginare a cosa servissero i pezzi creati. Erano abituati a non conoscere i clienti: non erano altro che dipendenti, destinati ad eseguire e basta. Se questo si chiama lavoro… Venne approntato il sistema oleodinamico per lo spostamento delle celle; le guide furono pronte in breve, le celle pure. E poi i portelli , il sistema di illuminazione, i sensori. Sensori di spostamento, di calore, rivelatori di umidità, di pressione e di pressione… Anche le trappole furono pronte in breve, anche se non avrebbero rivelato il loro aspetto, almeno non prima della metamorfosi. Artefice della metamorfosi, era stato il semplice lavoro di assemblaggio delle parti. Un lanciafiamme a ricerca automatica non era infatti che il risultato di una semplice addizione: lancia termica+rivelatore di movimento+braccio meccanico snodabile. Nulla di complicato, soltanto semplici elementi a incastro. L’assemblaggio del tutto si era rivelato facile quanto previsto. Anche pochi stupidi umani ci sarebbero riusciti. E a premio del loro lavoro, la morte. Non potevano lasciarli liberi e non volevano portarli con sé. Probabilmente sull’altro Pianeta, non sarebbero comunque sopravvissuti. Gli umani erano meccanismi complessi, e il Pianeta (ovvero la stazione orbitante che li ospitava dalla fine del Loro Mondo) era adatto soltanto ad esseri vermiformi, nella forma e nell’organismo. Quella particolare forma di vita poteva essere definita l’essenza dell’essenzialità stessa. A parte quel clone senza ragione che li affiancava per l’eternità. Mistero insolubile, perché il singolo doveva essere una dualità di materia, quando poi la mente era una sola… Niente fronzoli, o quasi, solo un poderoso cervello e quello che serve spostarsi e afferrare, ma con precisione. Ergonomia galattica. Quando le celle (ovvero, quando i pannelli prefabbricati che ne costituivano le mura) furono pronte, vennero caricate sui camion di ignoti corrieri e recapitati in pieno deserto. E furono sabbia e sole le ultime due visioni di questo mondo che gli sfortunati ebbero. C’è da dire che non soffrirono minimamente, come passare dal sonno alla morte, ma svegli.

    Poi arrivò l’involucro, seguito dal costruttore e da un generoso drappello di operai. Anche a loro fu concessa la morte istantanea. Ma lui, il costruttore, non avrebbe avuto la stessa fortuna. Lui faceva parte dei sei, delle sei facce del cubo. Quindi a nanna, e subito. Bastava rincarare la dose, e allora addio coma artificiale. Poi si dedicarono all’assemblaggio. Anzi, lasciarono che le micromacchine se ne occupassero. I minuscoli automi agivano come insetti sociali, ancora una volta l’ispirazione era stata gentilmente concessa dalla natura. E sembravano insetti, avevano la forma di insetti, ma non terrestri. Comunque nessuno dei nostri simili li vide. Né allora, né mai più. All’alba il cubo era pronto. E il costruttore era in scatola. Adesso mancavano gli altri 5 elementi.

    Non riuscirono mai a ricordare il momento del rapimento. Le ultime cose a rimanere impresse nelle rispettive memorie, erano azioni che ripetevano da una vita, azioni ripetute sino alla nausea, azioni quotidiane insomma. E al loro risveglio, eccoli spaesati in un paesaggio alieno, se vogliamo. Poco importa se i materiali e la fattura erano quasi totalmente umani. E’ un concetto a generare il risultato, non il movimento.

    Come da scelta del computer, i 6 lati umani erano in realtà davvero agli antipodi. E tutti diversi tra loro. E tutti indispensabili alla valutazione finale. E tutti indispensabili alla soluzione dei due enigmi, anzi, forse non tutti.

    C’era il Poliziotto. Si sarebbe comportato consapevolmente? La calma lo avrebbe mai abbandonato? Se si, presto? E presto quando?

    C’era la Donna che sapeva. Gli altri la credevano paranoica. Ma lei aveva intuito. E gli altri non le avrebbero creduto, si è sempre scettici riguardo ciò che non si conosce. Addirittura ci sono umani che credono di essere soli nell’universo! Presuntuosi.

    C’era la Ragazza della Matematica. Pensava in cifre, viveva un’esistenza fiacca, paragonabile, a tratti, ad un insieme vuoto, oppure al valore dello 0. Forse questa sarebbe stata la sua occasione di gridare al mondo che esisteva anche lei.

    C’era il Fuggitivo. Aveva eluso le sorveglianze di 7 diversi istituti carcerari, 7 prigioni umane non avevano saputo tenerlo a bada. Adesso come avrebbe affrontato la situazione? Avrebbe usato ancora una volta i parametri umani, oppure avrebbe espanso i suoi orizzonti percettivi?

    C’era il Costruttore. Quanto tempo avrebbe resistito senza svelare il mistero? Dopo quanto tempo il suo segreto gli sarebbe esploso nel cervello, rimbalzando tra le pareti della scatola cranica, rimbombando come un assolo di batteria in una caverna? Il tempo avrebbe dato la risposta. Quando il tempo è un argomento importante, quando il tempo può anche esaurirsi, le risposte vengono sempre a galla. Sono le necessità a farle emergere, altro che legge di Archimede.

    C’era il Folle. Folle per davvero? Precisamente, non era un pazzo, almeno non era un semplice pazzo: era un idiota sapiente. E poteva fare molte cose, naturalmente l’integrazione nella società era esclusa dalla lista. Sarebbe stato davvero indispensabile?

    Quando tutti e sei furono nel cubo, Loro, o Lui, (dipende da come si considerano due esseri uguali che vivono la loro esistenza fianco a fianco, il cui cervello risiede esclusivamente in uno solo dei corpi) ricapitolarono le domande cui speravano di dare una risposta.

    L’uomo teneva davvero in considerazione qualcuno, oltre a se stesso?

    Quanto gli importava degli altri, addirittura sconosciuti ?

    La paranoia, la follia e la stupidità erano contagiose?

    Quali sono i limiti per definire un diverso?

    Quanta considerazione si è disposti a concedere ad un diverso nelle situazioni estreme?

    Quale tipologia umana era più incline alla violenza?

    Una guerra poteva scoppiare anche tra sei persone?

    E tra 6 mld, quante ne sarebbero scoppiate?

    E, ultima ma non ultima: quale dei sei avrebbe rivisto la luce? Da quale dei sei avrebbero potuto imparare qualcosa?

    Gli interrogativi di base erano molti, con innumerevoli ramificazioni, concatenazioni e influenze reciproche. La risposta non avrebbe tardato: nel frattempo il cubo fu portato lontano dalla terra… Il vincitore avrebbe visto la luce, ma quella luce sarebbe stata artificiale, come quella che illumina l’interno di una nave spaziale.

    Lkl Skywalka


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