Lkl Skywalka

Crepuscolo

CAPITOLO I

Un altro uomo se n'era andato. Aris ne aveva sentito gli ultimi pensieri, spasmi di un cervello distrutto da una malattia che nessuno era stato ancora in grado di capire, in un tentativo di aggrapparsi ad una vita che i Sommi gli avevano negato. Eppure non sentiva dolore; paura, certo, ma non dolore, questo, semplicemente era quello che percepiva direttamente nella sua mente, e che mai avrebbe riferito ad alcuno. E quello la faceva piangere, sommessamente, per non disturbare sua sorella Saki le cui lacrime di vedova erano ben più legittime delle sue. Poteva sentirne i pensieri, percepirli come propri, poteva capire quel dolore, ma allo stesso tempo pensava ad un destino più grande di lei e di tutti, o, angosciante, alla completa assenza di esso. Aris non riusciva a sopportare quell'ambiente: le sue forti capacità telepatiche le permettevano di percepire le emozioni più intime di coloro che le stavano vicino, e questo faceva di lei una spia, almeno così lei pensava di essere. Ma nessuna spia avrebbe un coinvolgimento emotivo così marcato'
Erano sole, come era da aspettarsi per due donne che avevano accudito un dormiente, ma in fondo la solitudine è il male minore per chi ha conosciuto la Malattia e nonostante tutto, per merito dell'uomo che ora stavano piangendo, potevano ancora contare su quel poco di terra che avrebbe loro assicurato il necessario per vivere, una casa, pochi animali in quei periodi di carestia erano ricchezze più preziose dell'oro!
Certo che la gente del villaggio era veramente strana! Sarebbe l'anima del defunto, in un ultimo attimo di malvagità terrena prima di raggiungere l' Iperuranio, a propagare la malattia? Bah! E che cos'altro? Un erba? Un animale? E perché no, la stessa acqua dei fiumi! Aris aveva rinunciato a deridere gli autori di tali affermazioni, sarebbe stato inutile, ma in cuor suo sapeva che la causa della Malattia non poteva essere così semplice. Non avrebbe potuto dire quale fosse, ma era qualcosa che andava al di là di ogni immaginazione. Assurdo, vero? Già, alle volte lo pensava anche lei, in fondo tutti quanti erano d'accordo, e tutti senza dirlo apertamente - come se ci fosse stato bisogno di parole per lei! - la consideravano una pazza.
Seduta sul davanzale della finestra mal chiusa cercava di rifuggire l'atmosfera tesa della stanza guardando fuori. La serata era tranquilla e le stelle ben visibili nonostante un sottilissimo strato di nubi di cartapesta. La costellazione dell'arco era così bassa sull'Orizzonte che pareva che si sarebbe dovuta incontrare a momenti con le calme distese marine; quanto invece quella coppia di stelle accompagnate da una sorella minore fossero distanti dalla Terra, questo neppure l'uomo più saggio avrebbe potuto dirlo. Distratta dalle stelle, Aris si accorse che la temperatura della stanza era calata solo quando nel camino la legna aveva lasciato il posto a poche braci, così si alzò dal suo piccolo rifugio per rimediare a quella ingenua dimenticanza, senza che Saki le prestasse la minima attenzione. Voltandosi vide che aveva smesso di piangere, ma il suo stato d'animo - lo percepiva ora più di prima - non era mutato ed ora le faceva paura. Ma non era solo questo. Sentiva dentro di sé il peso di una responsabilità che non poteva avere, si sentiva lontana da Saki come dall'ultimo uomo sulla Terra, tanto che non riusciva più a sopportare la sua sola vicinanza e quella stanza che ora la opprimeva. Un comportamento egoista, probabilmente, ma nella confusione mentale che stava attraversando per chissà quale motivo, per chissà quale colpa, l'unico suo desiderio era quello di allontanarsi, sparire, e subito! Si avviò verso la porta, forse tremando, pregando che Saki non la fermasse, e il buio del corridoio l'avvolse non appena appoggiò la porta dietro di sé. Ma quel buio non era amico: nell'oscurità le sembrava di vedere gli occhi di tutta l'umanità puntati su di lei, occhi spigolosi che la ammonivano per qualcosa che aveva fatto, o che non era stata capace di fare.
"Mi dispiace" sussurrò con un nodo in gola, mentre le lacrime le rigavano il volto, "Non ho potuto fare nulla. Lasciatemi stare!"
Ma quegli occhi non fissavano più lei: ora erano fissi, morti, incapaci di vedere.
"Mi dispiace'" avrebbe voluto urlare, ma solo un filo di voce uscì dalla sua gola, mentre era già in ginocchio, rannicchiata, con le braccia a proteggere la testa e gli occhi gonfi, "Non doveva finire così, non doveva'"

"Ami? Jin? Venite qui, presto."
"Sì, padre" due bambini risposero quasi all'unisono, mentre correvano un po' incerti verso l'uomo alto di cui non si riconoscevano bene i lineamenti, come sfocati, "Cosa c'è?"
"Volevo farvi vedere questo." indicò con l'indice un punto in cui una sezione della struttura argentata in cui si trovavano stava scorrendo liberamente, tanto da lasciar vedere, all'esterno, lo Spazio profondo.
"Sapete cos'è, vero?"
I bambini si avvicinarono all'apertura, riconoscendo in un istante la sfera azzurra e bianca al centro del campo visivo.
"Certo, padre. E' la Terra, vero?" la bambina sorridendo si rivolse verso il genitore "E' bellissima, vero?"
"Certo, Ami, piccola mia. E il nostro dovere è quello di servirla'fino alla fine"
"Ed è per questo che dobbiamo studiare, vero, papà?" il piccolo Jin si era avvicinato all'uomo che, seduto, ora li aveva presi entrambi sulle ginocchia, con dolcezza.
"Esatto, Jin. Questo è il nostro destino, e anche se ci dovesse costare dei sacrifici'" si interruppe quando si accorse che i piccoli non riuscivano a seguirlo e, anzi, sembravano quasi spaventati dal tono sommesso del padre, poi sorridendo prese a parlare di un altro argomento: "Bene, piccoli, allora? Che ne dite di ripetere un po' gli ultimi esercizi?"
"Sì, papà!" i bambini scoppiarono in una ingenua risata allontanandosi, certamente assimilando ad un gioco l'ultimo barlume di conforto per la Terra stessa'

Una visione sfocata, una luce bianca, senza tono, un dolore non fisico e Aris si ritrovava, ansimante, seduta sul letto, a pensare a quel sogno che anche in quella occasione, come in molte altre in quel periodo, l'aveva accompagnata durante le ore di riposo. Jin, Ami, bambini già visti eppure mai conosciuti'chi mai erano? E in quale assurdo e irreale scenario di metallo poteva vederli? Il destino'quale sarebbe? Aris non aveva mai pensato alla reincarnazione e alle vite passate, non perché non vi credesse, ma semplicemente perché non ne aveva mai sentito la necessità: entrare in un ambito che era riservato ai Sacerdoti, per legge. Eppure quei sogni rappresentavano un collegamento, sottile quanto misterioso, a un'altra realtà in un altro luogo o in un altro tempo, una vita passata, o futura, che le era stata rilevata per qualche motivo a lei ignoto'cosa avrebbe dato per avere una risposta!
Hedth era morto ormai da due mesi e la vita in fattoria procedeva tranquilla, in fondo. Saki col tempo stava riprendendosi dal colpo e non c'era stato nessun segno della Malattia né per loro né per gli animali, sempre ubbidienti sotto il suo rigido quanto impalpabile controllo mentale; pian piano erano cessato l'isolamento imposto dalla gente del villaggio e si erano ricominciati a vedere i braccianti e i fattori alle dipendenze delle fattoria. L'estate che stava sopraggiungendo si preannunciava calda, ma dal resto la siccità era l'unico fattore unitario di quegli anni di sacrifici e probabilmente a quella ne sarebbe seguita un'altra ancora più secca, e un'altra ancora, quasi a testimoniare la volontà del Sole rosso a far sua una Terra sempre meno azzurra. Aris aveva appena compiuto ventuno anni, secondo il calendario sacerdotale, poca fretta nel pensare al futuro che già sua sorella maggiore aveva preparato per lei, famiglia e fattoria. Al villaggio era nota per essere una donna molto affascinante ed effettivamente sarebbe stato stupido negarlo: un fisico slanciato e le lunghe gambe la rendevano molto sensuale, ma i particolari che più risaltavano erano gli occhi vagamente a mandorla, verdissimi e profondi, e i capelli, corvini, che, cadendo lunghi dietro le spalle, mettevano in risalto i delicati lineamenti del viso. Tanti spasimanti, certo, nessuno dei quali - poteva percepirlo - che la amasse veramente e un ambiente dal quale sarebbe volentieri fuggita il più lontano possibile, se non fosse per l'affetto che la legava a sua sorella, e per la paura di rimanere delusa. Un ambiente fatto di apparenze, nel quale lei sola poteva riconoscerne la vera natura maligna, ma dal resto non avrebbe trovato nulla di diverso in nessun altro luogo che non fosse l'ultima città del pianeta, la Capitale. Come la prendeva facile Saki! Per lei ogni avvenimento era un segno del destino, un tassello nella Storia che semplicemente non poteva essere diverso. Destino'tutto era basato su una parola che magari poteva non avere più alcun significato! I Sacerdoti predicavano un passato di prosperità in cui gli uomini erano in grado di allungare la vita e viaggiare nel cielo alla velocità del pensiero, e un futuro altrettanto bello, perché quello era il destino. Tutte le cose che sono così perché non possono essere diverse, e che si riuniscono in una unità primaria chiamata esistenza, nel più grande dono che i Sommi avevano fatto agli uomini'lei sperava che fosse davvero così, ma in cuor suo non riusciva proprio a crederlo. Ma, al solo prezzo di vincere la diffidenza, c'era la possibilità che non fosse la sola persona a pensarla in modo diverso. Qualcuno al villaggio poteva almeno consigliarla, dare una spiegazione sommaria a quello che Aris non riusciva a spiegare. E lei aveva sempre saputo il suo nome: un uomo, un vecchio malato, forse un saggio, lontano dalle superstizioni e dai fanatismi com'era, oppure solo un vecchio pazzo che predicava di conoscere il passato e il futuro. Beh, lei non avrebbe mai chiesto tanto, le bastava di sapere il significato il perché dei suoi timori, nulla di più, e avrebbe dovuto tentare. Decise di scendere a valle per parlare col vecchio, e al diavolo quello che avrebbe detto la gente! Mentì a Saki sulla destinazione, neanche pensando al fatto che non l'aveva mai fatto prima di allora, e terminate le sue mansioni alla fattoria, a sera inoltrata, si avviò quasi furtiva alla stalla, dalla quale avrebbe preso il suo cavallo per raggiungere il villaggio. Non c'era bisogno neanche di impartire un comando mentale, al suo vecchio e affezionatissimo pezzato, e dopo pochi minuti era già sulla mulattiera che l'avrebbe condotta a valle, costeggiando la costa. Innanzi a lei la Costellazione dell'Arco sembrava brillare di più proprio affinché lei la guardasse: se davvero un destino era dato agli uomini, quale compito migliore per le stelle eterne, se non di testimoniare sull'esistenza dell'uomo? Quale mansione, se non vigilare sull'operato di un intero pianeta, di una intera razza di esseri senzienti? Un concetto stimolante quanto utopico, ma una idea che le tenne compagnia per tutta la durata di quel breve viaggio, come se gli astri che lei tanto ammirava l'accompagnassero e la proteggessero, in qualche modo. Dopo pochi minuti, infatti, incominciò a vedere nella semioscurità le prime case del borgo, ed affrettò il passo. Le strade erano quasi deserte, per fortuna, ma ai lati, nascosti al passaggio, c'erano alcuni malati, che si avvicinavano ritardatari al ricovero, mentre da una Taverna dall'altro lato della strada rumoreggiavano quelle persone che il problema lo stavano affrontando in modo diverso, o per lo meno cercavano di dimenticarsene per un momento'finalmente era giunta alla casa di Fargh il pazzo. La porta socchiusa di fronte alla quale si era fermata non era più rassicurante dell'oscurità stessa in cui era immersa, ma dopo soli pochi istanti fu aperta dall'interno rivelando la presenza di un uomo anziano in cui evidenti erano i segni della Malattia, ma altrettanto quelli della forza e del vigore di una giovinezza passata. L'uomo fu più veloce:
"Benvenuta" disse lentamente "Ho avvertito il tuo arrivo. Sono felice che tu sia qui"
Aris legò la cavalcatura a un abbeveratoio completamente asciutto e si avvicinò alla baracca, punta da un tardivo ripensamento. Il contatto mentale col vecchio era stato immediato quanto potente, e rivelava un misto di curiosità e di disponibilità'quel pizzico di paura che percepiva era probabilmente opera sua. Entrarono nella baracca e Fargh accese un lume ad olio consumato dal tempo, rivelando un ambiente privo di particolarità: un giaciglio in un angolo, una tavola con del cibo, uno scaffale con alcuni libri polverosi, niente di tutta quella chincaglieria da stregone che Aris si sarebbe aspettata di vedere per chissà quale motivo. Il vecchio percepì lo stupore della ragazza e sorrise scherzandoci sopra:
"Senti questo odore? E' una delle mie ricette migliori, sai?" si avvicino' al tavolo e prese una piccola giara.
"E' molto potente! Una sola goccia di troppo e'" la porse ad Aris affinché potesse guardarne il contenuto che, timorosa, sbirciò furtivamente'e la paura scomparì in un istante. Il vecchio riprese ridendo "Beh? Non hai paura del mio temibile stufato?", la ragazza di tutta risposta cominciò a ridere vivacemente.
"Bene, ora che le nostre menti sono libere da ogni timore, dimmi, Aris, che cosa ti ha spinto a venire da me?"
Non aveva senso chiedere come facesse a conoscere il suo nome. Una verità che non evidenziava nulla di soprannaturale, naturalmente, al di là della sua fama di donna tra le più attraenti del villaggio. Aris avrebbe forse preferito degli ipotetici poteri per il vecchio, ma come ogni donna non disprezzava certo anche di quello che gli uomini pensassero di lei. Rispose piena di fiducia:
"Ecco, io'non lo so. Non riesco a capire'timori, oppure presentimenti. Scegli tu la definizione che più ti aggrada. E' come se tutto ciò che fa parte della mia vita abbia perso di significato'che la vita stessa abbia perso di significato!"
"Ogni uomo raggiunge un punto della propria vita in cui si chiede quale sia il suo scopo, in questo immenso disegno cosmico"
"Ma questo scopo'esiste davvero?"
"I Sommi per parola dell'Essere Supremo ci hanno donato la vita, e alla nostra mente la libertà di agire'questo non ha uno scopo per te?"
Aris rimase in silenzio, allora il vecchio Fargh incalzò, senza nervosismo:
"Cosa ti a spinto a questi pensieri, Aris?"
La donna alzò i profondi occhi verdi verso il vecchio, poi rispose gravemente:
"Signore, se è vero che il sogno ci libera dal vincolo dello Spazio e del Tempo, ciò che io ho visto non è stato avvertito da nessun altro uomo su questa Terra."
Fargh dapprincipio non seppe cosa dire, poi trovò le parole giuste:
"Quale sia il destino dell'uomo non posso dirlo e nessun uomo potrebbe farlo. Io posso parlarti del passato glorioso dell'Umanità, per il futuro esistono solo i Sommi."
"Il'passato dell'uomo?"
"Moltissimo tempo fa, tanto che noi non possiamo nemmeno numerarlo, l'Uomo aveva dei poteri che noi oggi attribuiamo soltanto ai Sommi. Poteva creare tutto ciò che desiderasse direttamente dagli elementi stessi, poteva curare le malattie e trasferirsi all'altro capo della Terra in un solo istante, servirsi di creature meccaniche col solo compito di soddisfare ogni suo desiderio'"
"Poi scoprì che il vero potere non risiede in quello che poteva essere costruito con queste" protese le mani verso di lei, che ascoltava attentissima: "Il vero potere è nel profondo di noi stessi, nella nostra mente, nella parte più insondabile del nostro animo. L'Uomo acquisì poteri telepatici di cui noi oggi conserviamo solo una frazione infinitesima!"
"Ma quella stessa conoscenza fu la causa della sua rovina! Puoi cambiare qualunque cosa, ma non la natura stessa dell'Uomo e quelle stesse conoscenze che avevano portato l'Umanità così in alto, la condussero quasi all'estinzione. Nessuno sa come, ma secondo molte leggende la "Malattia" è il monumento alla nostra sconfitta"
"Ma'" Aris continuava a fissarlo con occhi fatti di stupore "'allora il futuro?"
"Te l'ho già detto, Aris, noi non possiamo dir niente sul futuro"
"Io non cerco un futuro, io cerco il presente!"
Il vecchio si fermò a riflettere qualche istante: "Bene, allora. Le tue capacità telepatiche sono molto forti'conosci l'ipnosi, Aris?"
"Ipnosi? No, cosa vuol dire?"
"E' una tecnica antichissima che si tramanda nella mia famiglia da migliaia di anni. Mi permetterà di entrare in contatto con la tua mente, durante il sonno. Non sarà pericoloso, vogliamo tentare?"
"Sì, sono pronta"
La ragazza, seguendo le indicazioni del vecchio malato, sprofondò velocemente in un sonno ipnotico, cosicché Fargh poté entrare in contatto con lei con innocue domande, come suo padre, e suo padre prima di lui, gli avevano insegnato. La sua mente era come un vortice dominato dal caos in cui riusciva a malapena ad appigliarsi, per non essere travolto. Ma non ci volle molto affinché il caos acquistasse un senso. Ciò che vide non si sarebbe potuto spiegare facilmente a parole, e forse la mente stessa nelle sue infinite capacità avrebbe avuto delle difficoltà a riferirlo. Quella donna portava con se il significato del tempo, per l'uomo e per la Terra stessa. Ma molta, molta polvere copriva le sue conoscenze '
"Mi dispiace, maestro, ma non ho sognato nulla"
"Ne sei sicura, ragazza?" si alzò in piedi e guardò fuori dalla finestra "Vieni a vedere, allora!"
Aris seguì Fargh e guardò fuori, poi allarmata si voltò verso di lui con gli occhi sbarrati:
"Che diavolo è quello?"
"Puoi vederlo solo con gli occhi della tua mente, e solo la tua mente è in grado di darne una spiegazione"
Aris tornò a guardare fuori dalla finestra: la Costellazione dell'Arco, la stessa su cui ogni sera fermava lo sguardo per pochi istanti, era bassa sull'Orizzonte, di fronte a lei. Ma al suo interno, a mala pena visibile, era comparso un microscopico quanto inspiegabile puntino rossastro.
"Il mio lavoro è finito, Aris" disse con soddisfazione il vecchio Fargh "Il tuo però, mia giovane amica, è appena iniziato!"

"Ma, Aris, tu sei completamente pazza!" Saki era rossa in viso dall'agitazione "Dimmi almeno il perché!"
"Non lo so, Saki. Sul serio, non lo so neanche io il perché. Sento solo che così deve essere, e che non posso farci nulla"
"Ma'o Sommi! Un viaggio verso la Capitale, adesso, con l'estate alle porte! Ma cos'ha questo posto che non ti piace?"
Aris volle quasi sorridere all'ingenua domanda della sorella, ma chissà questo cosa avrebbe comportato. Si limitò a rispondere, e a mentire: "La gente di questo villaggio non fa per me. Se rimango qui non metterò mai famiglia, e tu lo sai". La protettiva sorella accusò il colpo, dritto al bersaglio:
"Ma'Aris, lo sai che non è bene viaggiare in questa stagione, e senza nessuna protezione nell'Altopiano centrale. Si dice che cose strane accadano, laggiù. Persino i predoni del deserto non si avventurano in quei lidi da molte generazioni, ormai."
"Sono tutte invenzioni messe in giro da persone che non vogliono compagnia nell'Altopiano centrale! E lo sappiamo bene tutte e due!"
No che non lo sapevano, ma non aveva nessuna importanza in quel momento. Una cosa sapeva di dover fare, ed era di raggiungere la Capitale'la strada le era stata già indicata, doveva solo partire alla ricerca di quelle risposte che avessero un senso, che quadrassero in un preciso disegno. Questo gli aveva detto il vecchio di fare, questo avrebbe fatto. E poi oramai era diventata brava a mentire:
"Stai tranquilla, sorellina, prenderò le strade più battute. Arriverò alla città in meno di una settimana. So badare a me stessa, io!"
Non era per nulla credibile come risposta, ma l'affetto di Saki poneva rimedio ad ogni cosa: "La fattoria non sarà più la stessa, senza di te. Promettimi almeno che tornerai, un giorno."
"Te lo prometto" quella risposta non avrebbe potuto certo convincerla. E Aris la volle bene perché nonostante questo non l'aveva fermata'

CAPITOLO II

L'arco lucente, con quell'irreale stella rossa che non ammiccava al suo centro geometrico, brillava sul percorso di Aris nella notte limpida e silenziosa. Le altre stelle non potevano reggere il confronto con la lucentezza di quella costellazione e della sorella lontana assai più limpida, ma quasi sempre sotto la linea dell'orizzonte, lontana dagli uomini e dalle loro cose. Una leggenda antichissima che le aveva raccontato il vecchio Fargh voleva che la costellazione dell'Arco e la stella di Seth fossero fratello e sorella, e che una volta fossero vissuti sulla Terra, nel Deserto. Ma erano saliti in cielo, ad aspettare gli uomini che meritassero l'unione con loro stessi, in un luogo in cui anche l'eternità, quale antitesi del tempo umano, non avrebbe avuto più senso. C'era chi giurava che quei due corpi celesti fossero, invece, la casa natale dei Sommi e che il destino dell'umanità fosse scritto in quegli astri, in un uranio dal significato irraggiungibile, per le menti umane, in cui solo l'essenza stessa delle cose ne avrebbe trovato posto. Ma una delle ipotesi non escludeva l'altra, a ben ragionare, e questo complicava molto la vita ai Sacerdoti.
Anche Aris era nel deserto, in quel momento. Lasciato l'ultimo villaggio prima dell'Altopiano Centrale, il suo carro era l'unico mezzo visibile sulla strada maestra per chilometri e non riusciva a percepire nessuna presenza umana, nella sua testa. Un mezzo di trasporto non propriamente moderno, ma nel Territorio i veicoli motorizzati non erano poi così comuni da poterne permettere un uso che non sia per la coltivazione dei campi. Beh, quel ferro vecchio rosso di ruggine e tarlato, insieme al vecchio cavallo bolso, l'avevano portata fino in capo al mondo, e poi non è che lei avesse tutta quella fretta di arrivare. La sua curiosità non sfociava ancora nel fanatismo e nella paranoia, per fortuna. Si stava così dirigendo a velocità sostenuta (compatibilmente al suo mezzo di trasporto) verso la Capitale con una tabella di marcia relativamente tranquilla, che prevedeva molte tappe e molte soste e che teneva in ordine tutti i fatti salienti. Una delle avrebbe anche potuto ricordarle che aveva abbandonando tutta la sua vita e non ne sapeva neanche il motivo, magari. Cercava delle risposte, certo, risposte a strani pensieri che trascendevano le sue naturali capacità, delle risposte che potevano essere benissimo intorno a lei, ma nessuno vietava che fossero in realtà dentro di lei. Moralismo da film olovisivo, ma non inadeguato: era stata la sola, infatti, a percepire in paradossali sogni quelle sensazioni, nessun altro aveva mai visto i fili conduttori di quel mondo impazzito, ma neanche ignorava il fatto che tutti la considerassero una pazza visionaria, in fin dei conti. Eppure in certi momenti le sembrava quasi di afferrare la chiave di risoluzione di quel grande enigma grande quanto tutta la Terra: la Grande Malattia, i Sommi, i suoi sogni, il sole rosso, quella strana stella rossa nella costellazione dell'Arco'tutto era collegato, magari, ma in che modo?
Il suo vecchio cavallo, sempre tranquillo senza nemmeno il controllo mentale, intanto spingeva il carro quasi conoscesse la strada, fino al momento in cui avvenne qualcosa di imprevisto. Aris avvertì una presenza strana e si voltò nella presunta direzione di provenienza: dopo pochi secondi un enorme invertebrato vermiforme lungo all'incirca 30 metri era saltato fuori dal sottosuolo a poche centinaia di metri da lei, attirato forse da qualche particolare stimolo. Aris aveva ascoltato divertita alcune voci da parte degli abitanti del villaggio su questi strani esseri dell'altopiano centrale che, si diceva, fossero la causa di grosso modo tutti i problemi della società, compresa la perdita della squadra locale, e di tutto ciò che c'era di negativo in essa. Li avevano chiamati "Terranei" e nonostante alcuni avessero giurato di averli visti, in lontananza, correre furiosamente sul suolo come grossi cetacei, le spedizioni con lo scopo di scovarli e - presumibilmente - eliminarli avevano riscontrato soltanto strani segni sulla superficie causati dal loro passaggio. Visioni imputabili all'arsura e fantasie espressioniste disegnate dalle tempeste di sabbia della zona, questa la versione ufficiale. Il suo stupore nel vederlo però non fu grande, quasi come se si aspettasse qualcosa del genere in quel posto desolato, o forse perché il mostro sembrava non curarsi di lei e, anzi, si stava già allontanando. Avvertiva però un contatto mentale estremamente forte, incomprensibile, ma non per questo meno intenso'possibile che un animale di tale fattezze avesse capacità psichiche tanto sviluppate? Il Terraneo si trovava alla sua destra e viaggiava velocemente in superficie lasciando dei profondi solchi sul terreno paralleli alla strada maestra e in un momento aveva già superato il suo carro. Aris guardava quello strano essere che di tutta risposta sembrava non avvertire la sua presenza mentre nella sua testa continuavano a confluire incredibili sensazioni, che aumentavano di intensità e quantità. Forse altri esseri di quella strana specie del deserto erano lì, in quel momento, sotto di lei, oppure erano lontanissimi nelle viscere della Terra, ma in ogni caso la loro presenza non poteva non essere avvertita. Creature sfortunate, magari superiori, o semplici comprimari di un mondo che da tempo immemore era dominato dall'uomo. Ma quelle creature ne avrebbero avuto da dire! Il contatto mentale stava diventando insopportabile, tanto da annebbiare la vista, e il cavallo che spingeva il carro non riusciva a tenere la strada, ma correva, come impazzito. Aris non riusciva più a distinguere le forme, le sembrava di essere su di una barca in un mare in tempesta e solo le sue ultime energie psichiche le avevano permesso di vedere altri esseri che si erano aggiunti al primo in quella folle corsa che coinvolgeva anche lei. Piangeva, senza rendersene conto, e inconsciamente forse sapeva anche quello che le stava accadendo: eppure mai aveva percepito una sofferenza così grande in tutti i malati cui aveva assistito! Le stesse sensazioni che avvertiva nei dormienti, il cui destino era già segnato dalla Malattia! Allora questo provocava la Malattia prima di uccidere? Dio, come era doloroso! Possibile che non se ne fosse mai resa conto? Tentò di reagire, ma anche il solo pensare le era precluso e quelle violente pulsazioni occupavano tutto il suo cervello. Non sentiva e vedeva più nulla all'infuori della sua mente; era svenuta, probabilmente, e il suo cervello, che non aveva retto a uno shock mentale tanto forte, stava morendo. Inesorabilmente.

"Ehi Ami, vieni qui, presto!"
"Cosa c'è Jin, non vedi che sono occupata?"
"Vieni, ti dico. Avrai tempo per fare gli esercizi!"
"E va bene, fratello, eccomi!" la ragazzina dai lunghi capelli neri si alzò dal pavimento, sul quale era seduta e si avviò in direzione di Jin, con calma.
"Cosa c'è?"
"Guarda!" indicò un punto dello spazio vuoto innanzi a lui. Chiuse gli occhi e dopo pochi istanti una forma luminosa globulare apparve dove lui aveva posato lo sguardo pochi istanti prima. L'ammasso fluorescente mutò quasi istantaneamente forma, trasformandosi in un cristallo azzurro, quindi nel colore dello smeraldo, per poi improvvisamente assumere una colorazione violacea, ed esplodere in mille frammenti che scomparvero inspiegabilmente. La ragazza aveva assistito a tutta la scena senza il minimo stupore.
"Ehi Ami, che ti prende? Perché l'hai fatto?"
"Non è questo il nostro compito, Jin, e lo sai bene!"
"Ma'hai visto cosa era riuscito a materializzare? Era un cristallo purissimo, per la miseria! Magari con un altro po' di tempo avrei potuto farlo diventare stabile!"
"Di questo deve occuparsene solo nostro padre, Jin. Noi dobbiamo ancora imparare molto delle nostre capacità mentali, questo è il nostro unico dovere, per il momento. Avremo tempo per utilizzare le nostre capacità per chi ne ha bisogno, in futuro."
"Sì, ma'"
"No, Jin, frena la tua ambizione! Il progetto è più importante di qualunque altra cosa."
"Mi sembra di sentir parlare papà" la voce del ragazzino biondo non era comunque per nulla adirata. Si fermò per qualche istante, poi aggiunse "Ma perché noi dobbiamo fare tutto questo?"
"Noi siamo gli unici che possiamo, Jin! Nessun altro uomo sulla Terra sarebbe in grado di portare avanti questo grandioso compito. Se non fosse per noi, qui si Altairia, l'uomo perderebbe l'unica cosa cui ancora può consegnare all'eternità! La sua identità, Jin, dobbiamo preservarla anche a costo della nostra!". Ami, forse senza accorgersene, aveva alzato di molto il tono della voce.
"Ok, ok" si affrettò a chiudere Jin, pentendosi di averle rivolto quella stupida domanda, poi riprese mestamente: "Però era un gran bel cristallo, eh?"
Ami rimase per un attimo senza dir nulla: "Sì. Jin" sorrise, "Veramente un gran bel cristallo!"

Il sole rosso appena sorto già picchiava duro, e le poche nuvole, perlacee ma arancioni per il riflesso dei raggi, non impedivano al suolo spaccato dal calore di arroventarsi ulteriormente. Era il sole implacabile del Deserto Roccioso del Tabr, ben più a Ovest, nei pressi dell'Oceano, magari, ben più vicino alla meta prefissata da Aris. Ben più lontano, in ogni caso, dal punto da cui era partita...
Aris si risvegliò dopo pochi minuti di luce diretta, e la sua sorpresa di ritrovarsi in un luogo in cui non poteva essere fu grande: non era più sul suo carro e intorno a sé non poteva vedere nulla, se non cumuli rocciosi rossastri. Guardandosi addosso poteva vedere e riconoscere chiaramente grosse chiazze di sangue coagulato che avevano macchiato l'aderente tuta termica in più punti, pur non riuscendo a trovare sul suo corpo delle ferite, neppure rimarginate, che giustificassero tali emorragie. Non nel corpo, magari, ma nella mente, comunque, era vivissimo il ricordo di quella strana esperienza, di quelle strane creature. Un trauma, per il piccolo e fragile cervello umano, agonizzante di un "Malattia" che aveva origine da quella specie di orribili mostri, e che si diffondeva dalle profondità del pianeta. Lei stessa, poi, a causa del contatto così ravvicinato, aveva vissuto la terribile esperienza del Dormiente e la sua morte sarebbe dovuta giungere in pochi istanti, ma inspiegabilmente questo non era avvenuto, per sua fortuna. Per fortuna, ma grazie a cosa?
Altre domande cui non poteva dare ancora una risposta! Ma dal resto aveva intrapreso quel pericoloso viaggio proprio per poter trovare delle spiegazioni, no? E avrebbe avuto la possibilità di cominciare presto, seppur con un quesito fin troppo banale, in confronto, ma senza ombra di dubbio più immediato: dove si trovava? Nel Deserto del Tabr, certo, o almeno questo era ciò che si augurava, ma questo non era sufficiente, naturalmente'
E poi, il tempo: era mattina, ma di che giorno? Lo stato di incoscienza innaturale così vicino alla morte quanto era durato, senza che lei se ne accorgesse, senza che il suo corpo sentisse le esigenze proprie degli esseri umani? Aris si allontanò dal punto in cui era rinvenuta, con passo ancora poco spedito, ma non incerto, cercando di pensare ad una possibile soluzione. Forse solo per non lasciarsi andare dallo sconforto e alla disperazione, o soltanto perché non riusciva a pensare a niente, se non camminare, e qualunque direzione sarebbe andata bene. Si avviò senza un motivo valido, sole alle spalle, verso Ovest, quando un particolare evento attirò la sua attenzione: uno stormo di uccelli, piccolo ma ben visibile, spuntò da una collina di roccia argillosa alle sue spalle. Aris alzò lo sguardo, proteggendo con un braccio gli occhi non ancora abituati ad una luce tanto intensa, e fissò a lungo gli animali che si allontanavano innanzi a lei, ed una speranza non più illogica cominciò a prendere piede in lei. Affrettò l'andatura, e camminò per circa centocinquanta metri, in direzione di una piccola altura rocciosa sufficiente per farle avere una visuale più estesa di dove si trovasse. E lo scenario infatti mutò completamente.
Si ritrovò quasi sull'orlo di un alto ma non ripido declivio, e mediamente distante da lei, ma giù a valle, una apparentemente unica, maestosa, struttura, che appariva come un unico agglomerato di edifici, bianchi come di calce, torri di avorio di antichi miti racchiusi da una imponente cinta di mura, dalle cui poche aperture si scorgevano anche dei veicoli di città. Non aveva mai visto una costruzione umana così imponente, ma ne aveva sentito parlare tantissime volte, a casa, nei racconti sempre incredibili dei viaggiatori. Non poteva sbagliarsi, ma non poteva credere di aver ragione: stava osservando la Capitale

"Maestro, ci sono novità importanti" un uomo di colore sulla quarantina costretto in una divisa completamente blu era inginocchiato nella grande Sala del Consiglio di Altairia al cospetto di un uomo ben più anziano di lui e dall'uniforme nera ben più ornata, tra cui brillava una lucentissima pietra azzurrissima appesa al collo mediante un semplice laccio di fibra.
"Alzati pure, Hober" rispose l'anziano ponendovi una mano sulla spalla "Sai che non sopporto questo cerimoniale da vecchi snob"
"Grazie, Signore" si alzò senza però alzare lo sguardo direttamente agli occhi del vecchio maestro "La disturbo per un motivo molto importante"
Lo interruppe l'uomo anziano con impeccabile calma: "E' sopravvissuta?" e al segno di assenso dell'uomo di colore, riprese con un sospiro di sollievo: "Dio sia ringraziato!"
"Sì, Signore, ha appena raggiunto la Capitale. In questo momento è giusto'"
"Ne ero certo" sorrise l'anziano "Però non potremo più andare oltre, adesso, vero?"
"Sì, Signore, certo. E proprio per questo che, ecco, io'" non poté terminare la frase per via dell'imbarazzo, ma il vecchio Maestro lo sollevò da quel gravoso compito riprendendo in mano il discorso: "Vuoi dire che rischio di compromettere la riuscita del progetto per, diciamo, 'motivi personali'?"
"Ecco, Signore, la ragazza ha scoperto già i Successori e non è bene che degli umani abbiano conoscenza di tale fatto. E' già successo con altri uomini, ma nessuno, naturalmente, è sopravvissuto alla Malattia abbastanza a lungo da poter diventare credibile, ma su questo, probabilmente, non potremo fare affidamento questa volta"
"Andiamo, Hober, avrei dovuto lasciarla lì a farsi friggere il cervello?"
"L'uso del trasporto mentale, in quella circostanza, è stato decisamente gravoso, e questo ci ha portato via molte risorse per il progetto, ma le siamo tutti fedeli, come sempre, e pronti ad eseguire i suoi ordini"
"Non ne ho mai dubitato"
"Resta il fatto che Aris ha visto chiaramente i Terranei, e non avrà difficoltà a raccontarlo in giro'"
"Con il solo risultato di essere presa, ancora una volta, per pazza visionaria? La città è ben diversa dal villaggio in cui l'abbiamo trapiantata: sa bene cosa vuole, e sa anche meglio cosa deve o non deve dire. Non parlerà"
"Me lo auguro, Signore. Non crede, piuttosto, che potranno farle strane domande? Domande alle quali sarebbe meglio che non rispondesse, intendo"
"Certo, ma abbiamo ancora i nostri contatti, al Governo, no?"
Hober corrugò la fronte di stizza, ma il tono della voce rimase immutato: "Un'altra intromissione, Signore?"
"Esatto, Hober. E' l'unico modo possibile, almeno per il momento"
"Bene, Signore, provvedo immediatamente. E ora se vuole scusarmi'"
"Certo, vai pure"
L'uomo di colore accennò un inchino di saluto, poi, portandosi la mano destra sulla spalla opposta recitò la prima strofa del saluto ufficiale: "Custodire, tramandare, proteggere", ma non terminò, facendo invece per uscire dalla sala con passo più che spedito.
"Hober, solo un istante"
"Agli ordini, Signore"
"Riferisci a Jin che si prepari, tra due ore dovrà recarsi nella Capitale"
Il fedele soldato tentennò per alcuni istanti, nei quali il silenzio nella sala sembrò quasi irreale, poi riprese con il solito tono pacato: "Come desidera, Signore" e uscì il più in fretta possibile dalla sala.
In quell'istante, da una porta laterale che era rimasta, non importante, socchiusa durante l'intera conversazione apparve una donna anziana, vestita in un lungo abito chiaro e non truccata in modo evidente, ma con anch'essa al collo una lucentissima pietra azzurra lavorata. La donna si fermò di fronte all'uomo, gli occhi carichi di tristezza, rompendo il silenzio:
"Oh mio Dio, Feyd, sei sicuro di quello che stai facendo?"
"Preservare, Custodire, Proteggere'io non sto facendo nulla, in proposito, vero Iulan?"
"Ma che dici, amore mio, tutti su Altairia ti rispettano. Mai prima d'ora il Progetto ha avuto una così costante crescita"
"Eppure, tu stessa, pochi istanti fa non mi sei sembrata così convinta. E posso sentire che non lo sei neanche adesso"
"No, infatti. Ho piena fiducia in te, ma vedo che quello che stai facendo va al di là dei nostri compiti, anzi, va contro i propositi della nostra stessa esistenza'ricordi?"
"Oh, accidenti! Non è un'umana qualunque! Hai visto? Ultimamente qualcosa, nella sua mente, si è risvegliato! Magari adesso'"
"Adesso cosa? Il passato è il passato. Cerchiamo piuttosto di non commettere gli stessi errori, prima che diventino fatali!" la donna era molto triste in volto e il marito non riusciva neanche più a guardarla dritta negli occhi. Feyd dovette fermarla:
"Voglio fare un ultimo tentativo, il suo recupero non può non essere graduale. Ho deciso per Jin, in fondo non è un estraneo" si fermò vedendo il volto stupito della moglie "Accidenti, Iulan, ma stiamo parlando di'"
Lei lo interruppe, gli occhi le erano diventati improvvisamente lucidi: "No, Feyd. Mia figlia è morta. E' morta sei anni fa"

CAPITOLO III

Goran Helton non era certo quel tipo di persona da andarsi a cercare i problemi, né di tutta risposta i problemi sembravano avere una certa predilezione per lui. Da tre anni prestava servizio nella polizia militare della Capitale e da quando il potere monarchico era stato rovesciato e il reggente giustiziato la sua vita era diventata ancora più semplice, quasi noiosa, nel suo ufficio doganale in una delle porte della città. Con la fine della guerra civile e la nascita di una Repubblica non certo più solida del passato regime non era stato più richiesto il suo servizio in prima linea e nonostante quel lavoro non gli avrebbe permesso una carriera veloce, non gli dispiaceva affatto, anzi! Poche formalità burocratiche e il tempo di guardarsi un po' di olovisione e leggere qualche libro, almeno fino all'inizio di una nuova guerra civile che probabilmente avrebbe spazzato via, come era successo già nei territori esterni, molte di quelle comodità tecnologiche che solo nella Capitale erano state miracolosamente preservate. Era solo una questione di tempo, pensava ironicamente Helton, e sarebbe ritornato di nuovo in prima linea, e quella guerra probabilmente sarebbe stata combattuta con le pietre, e non con i fulminatori. Non aveva alcun dubbio: lontano dalle paranoie della città e dai disagi dei territori esterni, il suo era il posto migliore del mondo.
E quindi gli ordini che ricevette dal suo superiore in grado, cifrato in codice di guerra, non lasciavano certo spazio alle libere interpretazioni. E lui non voleva problemi.
La ragazza entrò nel suo ufficio all'ora prevista e nonostante avesse sul viso i segni della fatica, Goran non poté non notarne la bellezza, e la profondità degli occhi verdi. La sua conversazione, come da ordini, non andava registrata, ma le domande di rito avrebbe dovuto comunque farle, per non insospettire nessuno:
"Come si chiama?"
"Aris Brann, signore"
Aris, pensò il funzionario, 'Alice' nella lingua degli antichi. Goran Helton aveva avuto modo di studiare un po' di storia antica e sinceramente era rimasto sorpreso dal nome della ragazza, confermato dal regolare documento di identità in suo possesso. E, come uomo, non solo dal nome, dopo tutto.
"Età?"
"Ventuno anni"
"Motivo della visita?"
"Turismo"
Avrebbe dovuto aspettarsi una scusa così scontata: ma per chi lo aveva preso? Gli ordini erano ordini; continuò:
"Provenienza?"
"Territorio esterno. Zona orientale dell'Altopiano"
"Merci trasportate?"
"Nessuna, signore. Non ho nulla con me"
Era verissimo. La ragazza era arrivata lì a piedi e non aveva con sé neanche uno spazzolino da denti. E questo non era certo naturale, visto che l'Altopiano orientale non era certo dietro l'angolo. Sempre che provenisse realmente da lì, beninteso.
Chiuse ben più di un occhio:
"Bene, signorina, può andare. Buona permanenza nella Capitale"
"Grazie" rispose Aris porgendo la mano in segno di saluto e muovendosi per uscire.
Ma c'era qualcosa in quella ragazza che lo attirava. Certo, era molto carina ed aveva gli occhi più belli che avesse mai visto in vita sua, ma era sicuro che non si fosse trattato di quello, o almeno non solo. Si chiese chi potesse essere realmente'
Quando la ragazza uscì Goran portò a termine i suoi ordini fino in fondo, cancellando ogni traccia di quell'incontro dai registri doganali e dalle tracce delle telecamere: lui non aveva mai incontrato quella ragazza; quella ragazza non era mai entrata nella Capitale; quella ragazza ufficialmente non esisteva.
Finito il lavoro rientrò al posto di guardia e accese l'olovisione distrattamente. Goran Helton non era mai andato in cerca di problemi e i problemi non avevano mai cercato lui.
E allora da che cosa nasceva quello strano presentimento?

La Capitale, l'ultima grande città, aveva ben poco in comune con i racconti attorno al fuoco del suo villaggio che improbabili viaggiatori le avevano fatto sentire, ma non per questo era meno incredibile. Il colore bianco delle torri e delle mura che si vedevano dall'esterno, diventavano lucido metallo dall'interno in un'unica struttura solo in minima parte esposto alla luce del Sole e suddiviso in più livelli, in una sorta di vero e proprio abisso d'acciaio nel quale vivevano molti milioni di persone. Uno spettacolo meraviglioso e inquietante allo stesso tempo, visto che secondo le più antiche leggende tutta la Terra era ricoperta di città come quella, nei tempi antichissimi, Aris non riusciva nemmeno a pensarlo!
Le strade erano piene di automobili - non ne aveva mai viste così tante insieme prima di quel momento - e di gente che camminava senza guardarsi intorno, nel prendere ascensori per essere condotti ai livelli più alti o più bassi della città, giù nelle viscere della Terra, o nell'entrare in edifici di cui non si vedeva la sommità neppure a voler aguzzare gli occhi. Si sentiva disorientata non tanto dall'ambiente, quanto dalla moltitudine di pensieri che percepiva negli altri, e che invadevano impertinenti la sua testa. Il vecchio Fargh le aveva assicurato che non avrebbe dovuto cercare, che se risposta c'era non avrebbe dovuto far nulla per trovarla, gli eventi avrebbero preso il sopravvento, tuttavia nell'attesa avrebbe dovuto almeno trovare un posto dove stare. E poi non le piaceva che fosse il destino a decidere, non le piaceva l'idea di non poter gestire la propria vita! Così, quasi per ripicca, scorse ai lati della strada poté scorgere due vagabondi abbandonatisi sul marciapiede, con evidenti sintomi della Malattia sul volto, e che ispirarono ad Aris molta più fiducia di tutte quelle persone in abito grigio che poteva vedere tutto intorno a lei. Il mendicante le porse la mano col palmo verso l'alto e lei vi pose una moneta da due ordinari che prontamente finì nella sacca ai suoi piedi. Fu il vagabondo a parlare per primo, con sicurezza:
"Tu non sei della Città, vero?"
"No, vengo dal Territorio esterno. Zona Orientale. Conosci bene questa zona della Città?"
"Eh, bella mia! Questa città è peggio di un fottuto labirinto, e da quando ci sono i militari in giro non si è mai sicuri di ritrovare qualcosa nello stesso luogo in cui la si è lasciata il giorno prima! Dannata Repubblica!"
Aris sorrise divertita: non poteva certo permettersi di entrare in discussioni riguardanti il governo della Città; quella era l'unica di cui veramente non le importava affatto. Cambiò completamente discorso:
"Quelli che vedo sono i segni della Malattia?"
"Accidenti! Sei del Territorio, ma non sei certo stupida! Ebbene, sì! Sono segni della Malattia, aspettiamo tutti e due solo che ci vengano a prendere quelli del Sinclair per internarci da qualche parte. Sinceramente non ho più voglia di scappare"
"Che cosa?"
"Sei bella e astuta, ma non altrettanto informata, baby. Ma dal resto immagino che le comunicazioni col Territorio non siano poi così frequenti, ultimamente" disse il vecchio con disprezzo, "I portatori della Malattia vengono rastrellati e condotti a forza al Sinclair, il più grande ospedale della città, ufficialmente per la 'salute dei malati'"
"Ma i veri motivi sono altri, giusto?" Aris era curiosa di sapere il resto della storia. In fondo, anche se non ignorasse che non avrebbe potuto rivelarlo a nessuno, sapeva qualcosa sulla Malattia che gli altri non potevano nemmeno immaginare.
"Qui nella Capitale si era certi di essere riusciti ad evitare il contagio della Malattia troncando praticamente ogni contatto col Territorio esterno, ma naturalmente non ci si è riusciti" disse completando con un sorrisetto beffardo, poi riprese "I militari hanno strumentalizzato i primi casi riconosciuti di Malattia qui in città, puntando il dito contro l'amministrazione monarchica che non era stata in grado di circoscrivere l'epidemia. Da qui al colpo di stato c'è voluto davvero poco"
"E adesso cosa succede?" l'interruzione della ragazza tradiva il suo interesse.
"E adesso come era prevedibile non è cambiato nulla, se non per la propaganda dei militari e per i rastrellamenti. Tutti i malati trovati in vita vengono condotti al Sinclair per entrare in un programma di ricerca dai metodi tutt'altro che scientifici per sviluppare un'eventuale cura e così i funzionari governativi non perdono la faccia e gli abitanti sani vedono sempre meno poveri diavoli come noi per la strada. Ma molti hanno già mangiato la foglia'"
"E perché non fanno nulla?"
"E perché dovrebbero? Qui nella Capitale c'è uno status quo che nessuno ha interesse a modificare. Il Consiglio fa tanto baccano e tanta propaganda, ma è sempre sull'orlo del precipizio di un altro colpo di stato e non possono nemmeno starnutire senza il rischio di perdere il potere. Il popolo apertamente teme il regime, ma in realtà tutti sanno bene che l'amministrazione è praticamente inesistente al di là di qualche rappresaglia sporadica e per questo nessuno si preoccupa più di tanto. I monarchici sono stati tutti comprati dai militari e riconfermati nelle loro cariche e solo Sua Maestà il Re è stato giustiziato per fare un po' di rumore. Rimaniamo solo noi malati, no?"
"I malati danno fastidio, possono essere un elemento destabilizzante, possono sovvertire questo equilibrio che sta bene a tutti. Il regime non può far vedere al popolo questa sua debolezza che ha permesso loro di spodestare il Sovrano legittimo e i sani preferiscono tenerci lontano dalla vista come per allontanare il problema, così per la nostra salute veniamo tutti internati nel Sinclair a sperimentare cure che puntualmente ci uccidono molto prima della Malattia. Via il dente, via il dolore e tutti vissero felici e contenti"
"Ma'ma tutto ciò è assurdo!"
"Assurdo, baby? E perché? I malati puoi non vederli, ignorarli, ucciderli, ma riuscirai a convincerti solo per breve tempo, se hai un minimo di cervello nella testa. E non credere che la Capitale non si sia accorta anche di questo, ragazza! In fondo, anche se in modo diverso, stiamo tutti aspettando la fine"
Aris fissava sconcertata l'uomo che le aveva fornito quelle informazioni così incredibili. Sembrava voler rifiutare l'idea
"Come fai a dire tutte queste cose? Chi sei?"
L'uomo di tutta risposta scoppiò in una sonora risata:
"Sono'ero un alto funzionario dei tempi della monarchia, fare questo genere di congetture è il mestiere del politico, ed io l'ho fatto per la maggior parte della mia vita. Mi ha fatto piacere poter parlare per l'ultima volta con una bella donna di un argomento che mi ha riempito la mente per così tanto tempo. La Malattia comincia a fare veramente male e quasi non mi dispiace di essere trasportato al Sinclair; lì ti danno anche la morfina, se ne hai bisogno. E se poi per un colpo di fortuna trovano anche una cura in questi mesi? Io non posso fare altro che sperare" allargo le braccia in segno di rassegnazione "Per questo siamo saliti io e il mio amico qui al terzo livello, dove è più facile incontrare le pattuglie della polizia militare. Troverai tutte le informazioni che il regime ritiene di poterti fornire ai terminali del Network ad ogni angolo di strada."
Indicò col dito un punto imprecisato della strada gremita di gente
"Grazie dei due crediti, baby, io e il mio amico andremo a farci una bella bevuta, adesso. La fine non è lontana anche per noi"
Così detto diede un colpo al compagno che per tutta la durata della conversazione era rimasto addormentato sul marciapiede, svegliandolo. L'ex funzionario fece tintinnare la moneta davanti agli occhi dell'amico ancora mezzo addormentato, e si alzò:
"Coraggio, vecchio mio. Andiamo a prenderci qualcosa da bere!" disse aiutando l'amico ad alzarsi, sorreggendolo poi mentre si allontanavano. Aris non poté che seguire con lo sguardo i due che scomparivano nel flusso caotico di persone e di veicoli. Guardando tutte quelle persone e quegli edifici pochi minuti prima vedeva una società tecnologica, moderna e avanzata, così diversa dalla rurale immobilità del Territorio. Quello che vedeva adesso, invece, era una società morente, in un lento e inesorabile declino. E per la prima volta le tessere del puzzle sembravano disporsi in un modo più comprensibile, e tutto cominciava ad avere un senso.

Aris Brann. Da ventuno anni portava quel nome e né lei né nessun altro nei villaggi del Territorio che aveva visitato vi avevano dato mai importanza. Eppure ogni volta che lì nella Capitale pronunciava quel nome, poteva sentire un lieve fremito misto a curiosità nelle linee mentali di coloro che le stavano di fronte. Era successo con l'addetto alla dogana, col tassista che le aveva chiesto il nome e l'aveva invitata a prendere una birra con lui, con il receptionist dell'albergo corrispondente alle sue esigenze indicatole da quel prodigioso Network. Un nome molto antico, da libro di storia, in una lingua non più parlata da decine di migliaia di anni, questa era l'unica cosa che erano stati capaci di dirle, quando li aveva interrogati circa la loro sorpresa. L'idea di portare un nome dalle origini tanto antiche, forse nobili, la stuzzicava e le faceva piacere, ma si trattava di semplice curiosità comunque, e nulla più: pensava a questo unicamente perché l'ascensore dell'albergo che avrebbe dovuto portarla alla sua stanza tardava ad arrivare. L'albergo, ubicato nei piani sotterranei di un grande edificio del colore del rame, era piccolo e gradevole e soprattutto particolarmente economico e anche la stanza si rivelò una piacevole sorpresa, visto che era dotata anche di un piccolo olovisore - ne aveva visti decisamente di rado laggiù, nel Territorio - e sembrava confortevole nella sua semplicità.
Uscì dalla sua stanza e si diresse verso l'ascensore dell'albergo, chiedendo di raggiungere il terrazzo dell'edificio, dal quale, a giudicare dalle parole del ragazzo, avrebbe potuto godere di una splendida vista sulla parte meridionale della città. E non aveva tutti i torti, infatti: il Sole era appena tramontato conferendo al cielo dietro le montagne una colorazione rosso cupo, inquietante, e che spegneva la luce degli astri sopra di lei, ma in realtà era molto più affascinante osservare verso il basso, in quella moltitudine di luci in movimento che chiamavano Capitale, e che da lassù sembrava bellissimi, molto di più di quanto fosse in realtà, quasi ideale. E per la prima volta trovò la lucidità mentale di poter riorganizzare le idee, quasi stupita del fatto che per tutta la giornata appena trascorsa non aveva mai avuto modo di pensare, o si era rifiutata di farlo, a tutti gli avvenimenti di quei giorni. La Malattia era il fulcro di tutto. Al di là delle piaghe che - a quanto pareva - non erano esclusive del Territorio, aveva provocato nella Capitale, in cui tutto era amplificato, scompensi politici e sociali, e un profondo senso di rassegnazione in tutti. O forse era l'esatto contrario? Era altrettanto logico, se non più, supporre una società già agonizzante, cui la Malattia aveva dato solo il definitivo colpo di grazia. Peggio! Ogni malattia presuppone una cura, ma il vecchio Fargh era stato sin troppo chiaro parlando della natura intima dell'uomo, che nessuna forza avrebbe potuto mai modificare. La Malattia, poi, era per tutti un fenomeno apparentemente inspiegabile, perché colpiva non il corpo né il cervello, ma direttamente la mente e l'anima. Un fenomeno al quale lei in teoria poteva fornire una spiegazione tanto plausibile quanto inutile: quelle strane creature che popolavano i racconti di malati visionari, ma che lei era certa di aver visto, così come era certa di aver sentito la sua anima mentre veniva bruciata. Era sicura che quegli animali terrificanti fossero la causa di tutto, delle sofferenze degli ammalati, di quella società morente, del declino stesso degli esseri umani dai tempi dell'antica potenza, come si ricordava dalle parole del vecchio al villaggio. E credeva di odiarli per questo. Ma non era possibile accusare animali inconsapevoli che, nella logica fredda dell'ecologia, altro non facevano che reclamare l'egemonia in un pianeta che gli esseri umani non potevano più controllare, in una sorta di ricambio generazionale planetario. Per la prima volta alle sensazioni si aggiungevano non più confortanti deduzioni logiche, e un senso di profonda impotenza.
Che cosa avrebbe fatto, adesso? Innanzitutto sarebbe andata a raccogliere il maggior quantitativo possibile di informazioni sui Terranei, o in qualunque modo li chiamassero lì nella Capitale, e poi sarebbe andata in quell'ospedale, il Sinclair, a dire tutto quello che sapeva e forse avrebbero risolto qualcosa. O più probabilmente, come previsto sin dall'inizio, avrebbe soltanto potuto aspettare il susseguirsi degli eventi, e le risposte che come in quel caso le sarebbero balzate davanti agli occhi, senza bisogno del suo intervento. E avrebbe atteso, come tutti in quella dannata città, il momento in cui avrebbero costeggiato l'argine dopo il quale non c'era più nulla.
Ritornò alla sua stanza e si addormentò di un sonno profondo, senza sogni.

Le coincidenze. Mal Hober, fedele ufficiale al servizio di Altairia e consigliere del Primo Maestro, non vi aveva mai creduto, e tuttavia vi riconosceva tutta la giusta importanza per il conseguimento dei sacri obiettivi del progetto. Mal Hober era dell'idea che fosse l'unica cosa realmente importante, più delle loro stesse vite, ed era pronto a qualunque cosa, per il bene del progetto che andava avanti da quasi ventimila anni. Erano stati fortunati, fino in quel momento, aiutati da una società così decaduta che non era stata capace nemmeno di fare due più due, ma non potevano fare ulteriormente affidamento sulla fortuna. E, ironia della sorte, per una fortuita serie di coincidenze, o presunte tali, era venuto a conoscenza di alcuni indiscrezioni sul conto del Gran Consiglio dei Maestri, un'assemblea dai compiti più che discutibili ma dal grande impatto politico, indiscrezioni che gli avrebbero reso fattibile il primo colpo di stato della storia di Altairia. Bastava un suo ordine e tutto si sarebbe risolto in un attimo, tutto il potere sarebbe finito saldamente nelle sue mani per il bene del progetto. Aveva paura di farlo, di andare contro il Primo Maestro, la più alta istituzione di Altairia, il più saggio degli uomini, ma doveva pensare prima di tutto al progetto! Bastava che impugnasse un semplice fulminatore. Bastava solo stabilire il contatto mentale con le persone giuste, ed era proprio quello che stava facendo in quel momento.

CAPITOLO IV

Era vero, accidenti! Non c'era assolutamente nulla da fare, se non aspettare il susseguirsi degli eventi. Tutto quello che Aris aveva fatto nella città, tutte le persone con cui aveva parlato durante la sua permanenza lì non le avevano permesso di avanzare di un solo passo! Da una parte l'assurda burocrazia di un regime appena nato e già decadente, dall'altra il cieco tecnicismo degli scienziati del Sinclair, dai metodi più che discutibili, e non certo utili. Avrebbe potuto, con le sensazioni che percepiva da coloro che le stavano intorno, eliminare tutto ciò di inutile, di ridondante, dalle loro menti, ma era certa che non sarebbe rimasto nulla da analizzare. Ma quali eventi, poi, avrebbe dovuto attendere? Come avrebbe fatto a riconoscerli, qualora le si fossero presentati davanti? Coincidenze? Destino?
Niente di così fatalista, niente di più di un fortuito - ma era stato davvero così? - incontro durante una ricerca sul Network cittadino. Due parole, un semplice "ho le risposte che cerchi", un indirizzo, un appuntamento; giusto il tempo di prendere un taxi, giusto il tempo di rendersi conto che non aveva nulla da perdere e che le bastava la sua mente per difendersi, e che quello poteva - doveva! - essere ciò che stava cercando. Giusto il tempo di raccogliere tutte le domande cui non era riuscita a dare una risposta, e aspettare il susseguirsi degli eventi che lei non aveva potuto modificare.
Il luogo dell'appuntamento era in piena periferia cittadina, sebbene lei non fosse nemmeno in grado di dire quale fosse la periferia e quale il centro, in quella città così monotona. Dopo che il suo taxi, su sue precise indicazioni, se ne fu andato, comparve in lontananza un ragazzo alto, dai capelli biondi, solo e con le mani alzate, come a dimostrare di non avere armi con sé. Si avvicinava lentamente, ed Aris cominciò a riconoscerne i primi lineamenti del viso, e a percepirne seppur molto sommariamente le emozioni. Aveva all'incirca diciotto anni, non di più, anche se la sua statura superiore alla media gli conferiva un aspetto più maturo, ed indossava una tuta termica come quelle che si potevano trovare senza difficoltà nelle fattorie dei Territori, nonostante il controllo climatico della Capitale ne rendesse l'uso completamente superfluo. Quando fu a pochi passi da lei, Aris si accorse di poter assimilare quei lineamenti più che noti ad una figura nitida nella sua mente, in ricordi che non potevano essere suoi, o non avrebbero dovuto. Rimase a lungo in silenzio, quasi a voler essere sicura che ciò cui stesse pensando potesse corrispondere realmente alla verità. Lo era, e il ragazzo, presa la parola, non impiegò molto a dimostrarglielo:
"Ciao, Ami" disse con tono grave, con una punta di imbarazzo, "E' un bel po' che non ci vediamo, vero?"

"Tu'io'io ti conosco!" Aris riuscì a malapena a terminare la frase, e tanta l'emozione non sapeva nemmeno con che tono avesse pronunciato quell'ultima affermazione "Sei il bambino che ho visto nei miei sogni!"
"Sei confusa'lo so Lo sento. Ed è più che comprensibile. Ma per il tuo bene devi sforzarti di capire, ed io farò il più possibile per aiutarti" leggeva negli occhi di Aris un profondo smarrimento "Ma ora ti chiedo solo di fidarti di me. E di seguirmi"
Sapeva di dover accettare, leggeva nella mente di quel ragazzo tutti i migliori sentimenti, tutto l'affetto che poteva sentire nei suoi confronti, nei confronti di lei, che era sua sorella! Tutto quello che aveva fatto avrebbe avuto un'importanza relativa, in confronto a quei pochi minuti di spiegazione che le avrebbe dato Jin, dovunque avesse intenzione di portarla. Jin!. Poteva ricordarne bene anche il nome, adesso, e anche tante altre cose!
Il giovane si avviò velocemente in una direzione, una qualunque, agli occhi di Aris, indicando alla sorella di seguirla: avrebbero parlato durante quella frettolosa passeggiata.
"Gli avvenimenti di questi ultimi giorni mi hanno costretto ad agire subito. Avrei preferito aspettare ancora, ma la sola idea di lasciarti qui per sempre mi faceva ribrezzo, e così ho dovuto forzare i tempi"
"Lasciarmi qui'dove?" lo interruppe Aris con impazienza. Lui si limitò a scrollare le spalle:
"Ami, sorella mia, non ti ricordi proprio nulla? Il progetto? Altairia? La tua famiglia?" sospirò "No, è evidente che non ti puoi ricordare nulla, accidenti!"
"Quasi ventimila anni fa, Ami, un gruppo di scienziati lasciò la superficie del pianeta per spostarsi su Altairia. Avevano un progetto da realizzare, un progetto più importante delle loro stesse vite e che ancora oggi non è stato portato a termine: quello di consegnare l'esperienza degli esseri umani all'eternità. Tutto ciò che aveva caratterizzato la razza umana nel corso dei millenni della sua storia, prima che andasse perduto nella decadenza"
"La storia diventa una scienza esatta, se prendi in considerazione periodi di tempo tendenti all'infinito, ma per gli esseri umani basta un lasso di tempo assai più breve. Ventimila anni fa era già chiaro che quello cui l'umanità stava andando incontro sarebbe stato l'ultimo periodo di decadenza, prima del crepuscolo. La storia aveva già previsto l'estinzione dell'umanità, senza possibilità di errore! Certo, non poteva dire quando e come tutto ciò sarebbe avvenuto, ma come è impossibile cambiare la natura stessa dell'uomo, così quelle previsioni statistiche erano apparse senza ombra di dubbio inconfutabili. E così nacque Altairia"
"Altairia è il prototipo di società ideale. Una società con lo scopo di vigilare sull'umanità decadente fino alla fine, senza intrusioni, con lo scopo di preservarne l'eredità, e far sì che questi millenni di storia umana non muoiano. Le leggende narrano che più di duecento mila anni fa, quando la specie homo era nel culmine della sua potenza sia tecnologica che mentale, tutte le stelle siano state colonizzate. Il progetto consiste nel donare tutta la nostra esperienza a quei colonizzatori, con la speranza che siano in grado di sfruttarla. Ma anche se tutte quelle informazioni dovessero vagare nello spazio per l'eternità, avremmo comunque raggiunto lo scopo di non essercene andati in silenzio. Il nostro obiettivo è nel contempo quello di vigilare sull'estinzione umana, e far sì che le cose vadano nel corso che la storia, che in scale di tempo tanto ampie diventa evoluzione, ha tracciato."
"Ma'è semplicemente assurdo! Perché Altairia non usa tutte le sue conoscenze e la sua superiorità per aiutare gli esseri umani, invece che per giudicarli?"
"Noi aiutiamo l'umanità, Ami!"
"Certo, l'aiutate a morire! La Malattia'" c'era molto sarcasmo, nel tono della voce "sono certa che i vostri cervelli così sviluppati sarebbero già in grado di trovarne una cura! Perché non fate nulla? Perché non uccidete tutti quei bastardi, lì nel Territorio?"
"Uccidere i Terranei, se pure la nostra tecnologia ci permettesse di farlo, non risolverebbe nulla! Ma non capisci? Sono loro i dominatori del pianeta, adesso! Le equazioni dell'evoluzione non possono essere raggirate! Questo è il loro mondo!"
"La Malattia non è il vero problema, ne è soltanto il sintomo. Secondo le nostre previsioni evoluzionistiche, la probabilità che grazie una mutazione a carattere dominante, provocata probabilmente dalla stessa Malattia, produrrà una comunità di uomini immuni è estremamente alta. Non sarà certo la fine della cosiddetta 'Malattia' a cambiare il corso degli eventi"
Già, il corso degli eventi, l'evoluzione, le menti, le emozioni, i sentimenti. La testa le pulsava e si sentiva disorientata: era vero! Jin, aveva ragione sotto ogni punto di vista!
"Se'se tutto quello che mi dici corrisponde alla verità, e tu mi chiami Ami, ed io sono tua sorella, allora perché io ho passato la mia vita nel Territorio e non su questa 'Altairia'?"
"Aris è il tuo nome, ma io ti ho sempre chiamato Ami" volle prima puntualizzare Jin, quindi riprese "Tu vivevi su Altairia. Hai sempre vissuto su Altairia, fino a sei anni fa"
"E cosa è successo sei anni fa?"
"Hai rinnegato il progetto. Volevi condividere le nostre conoscenze con i terrestri e nostro malgrado siamo stati costretti a esiliarti per tutta la vita, imponendoti il condizionamento mentale"
"Condizionamento mentale?"
"Certo! I nostri studi sono rivolti in massima parte a preservare le conquiste dei nostri illustri antenati in campo psichico. Facciamo continuamente uso del condizionamento mentale, sempre, beninteso, che ciò sia assolutamente indispensabile"
"E così mi avete imposto il condizionamento mentale per far sì che dimenticassi la mia vita su Altairia, mentre nel frattempo preparavate il campo su di un villaggio del Territorio condizionando altri poveri diavoli, è vero? Scommetto che mia sorella Saki è in realtà una qualsiasi sconosciuta, non è vero?"
"Si è reso necessario per il bene del progetto"
"E quindi anche tutte le mie sensazioni erano conseguenze del condizionamento mentale che mi avevate imposto?"
"No, quelle nascevano direttamente da te. La tua mente riserva un grande potere, e il condizionamento mentale non ha mai avuto un effetto completo. Non al livello subconscio, voglio dire"
"Nostro padre, nel frattempo, era diventato Primo Maestro del Gran Consiglio, la carica più alta su Altairia. Abbiamo reso possibile il tuo viaggio con mirate e ben studiate intromissioni nella mente delle persone che ti stavano vicino, ma anche in te stessa. Non ti sei mai chiesta perché certi avvenimenti che avrebbero dovuto turbarti in realtà ti lasciavano a mala pena stupita? O della banalità quasi artificiale di alcuni problemi?"
"Niente di strano. Ho semplicemente fatto un'analisi logica della situazione"
"Nessun uomo, nemmeno un Altairiano, potrebbe essere tanto distaccato di fronte ad eventi che non è capace di spiegare. Non senza un aiuto esterno, almeno."
"Quindi mi stai dicendo che per tutto questo tempo mi avete manovrato come una marionetta controllandomi la mente?"
"No. Neanche tutti noi messi assieme saremmo stati capaci di tanto, e comunque non sarebbe stato utile ai nostri scopi. Ti abbiamo soltanto aiutato in circostanze in cui non potevi farcela da sola, come nell'Altopiano centrale con i Terranei, ma in tante altre occasioni più o meno evidenti. Non abbiamo mai limitato la tua capacità di giudizio perché era importante che fossi tu a giudicare!"
"Giudicare cosa?" Aris continuava a camminare al fianco di Jin di un posto di cui non sarebbe stata in grado di descrivere i particolari. Ma l'ambiente circostante era la cosa che le importava di meno in quel momento.
"L'importanza del progetto. Renderti conto te stessa della decadente società umana, dell'importanza dei Terranei e di tante altre cose. Abbiamo deciso di andare contro il progetto e contro le leggi di Altairia, per concederti una nuova occasione per tornare tra noi. Lo abbiamo fatto per affetto, perché i contatti con la superficie devono essere eliminati, adesso, e questo recupero sarebbe dovuto essere graduale, e rendere superflue tutte queste spiegazioni. Così non è stato, ma poco male; ho soltanto dovuto bruciare un po' le tappe"
"Perché, cosa è successo?"
"Una società che segue con religioso fanatismo un progetto da quasi ventimila anni non può perdonare chi vi si sottrae per motivi personali. Tutte le nostre intromissioni nel mondo terrestre per aiutare te non sono state viste di buon occhio dal Consiglio dei Maestri, e così Mal Hober, il consigliere personale di nostro padre, ne ha approfittato per prendere in mano il potere assoluto, e congelare tutte le sinapsi"
"Sinapsi?"
"Si, si tratta di cristalli purissimi plasmati dalla mente e in grado di catalizzare i poteri mentali stessi, senza i quali invece siamo praticamente indifesi."
"Credo di ricordare qualcosa del genere"
"E qui entri in gioco tu!"
"Io?"
"Per il bene del progetto Hober deve essere fermato al più presto. Le sinapsi possono essere create da forti poteri mentali. Nostro padre e nostra madre insieme erano in grado di forgiarle, ma io da solo non posso riuscirci'devi aiutarmi tu!"
Aris lo guardò fisso negli occhi: "Io? E come posso io?"
"Non preoccuparti, la tua mente è già pronta per questo. A tempo debito vedrai che ricorderai tutto, e poi io ti darò una mano. Ah, ecco siamo arrivati!"
Jin si fermò in fondo ad un vicolo cieco assolutamente vuoto e deserto.
"Dov'è che siamo arrivati? Io non vedo proprio nulla. Dove dobbiamo andare?"
Jin la guardò con un sorriso:
"Conosci la costellazione dell'Arco?"
"Certo! Un arco di tre stelle sopra l'orizzonte"
"Che nella notte dei tempi i grandi uomini chiamavano Cintura di Orione, va bene'e poi?"
"E poi una stella rossiccia proprio nel mezzo, quasi invisibile"
Il sorriso di Jin si allargò e lui parve enormemente sollevato:
"Ne ero certo! Quella è Altairia, e se il mio contatto è ancora in vita e il teletrasporto è ancora in funzione" controllò l'orologio che aveva legato al polso "tra meno di cinque minuti saremo di nuovo a casa!"

Tutto aveva acquistato un senso. Lei non aveva dovuto far altro che attendere gli eventi, come aveva previsto il vecchio Fargh. Se risposta c'era, non avrebbe dovuto far nulla per trovarla, le aveva sempre ripetuto. Se risposta c'era'ma certo che c'era! Riusciva a dare una spiegazione a tutto, adesso! In un battito di cuore era arrivata dalla Capitale a quel microscopico mondo che, da ciò che le avevano spiegato, era un enorme guscio di metallo sospeso a migliaia di chilometri sopra la Terra! Chissà cosa avrebbe detto Saki se'no, accidenti, non avrebbe potuto dire nulla; doveva convincere chi comandava su Altairia di applicare su Saki il condizionamento mentale per lenire il dolore causato da una sorella che non sarebbe mai più tornata. Glielo doveva, almeno questo. E gli Altairiani, poi! Subito ne aveva avvertito la fortissima pressione mentale: tutti dovevano avere poteri mentali magari meno forti dei suoi, ma sicuramente più allenati. Le sembrava di trovarsi in una serra, dove al posto dei profumi poteva percepire stimoli mentali estremamente intensi, quasi fisici. Si sarebbe dovuta abituare, ma tutto ciò non la infastidiva affatto, in fin dei conti.
Si trovavano lei, Jin e pochissimi fidati, sinapsi strette nelle mani, nell'ascensore che li avrebbe condotti nella sala del Primo Maestro,. Non era stato difficile forgiare quel cristallo, con Jin che le diceva cosa fare; le era sembrato quasi naturale, addirittura piacevole. E ora, tra pochi secondi, si sarebbero trovati a cospetto con questo famigerato Mal Hober, e con l'uso congiunto della sinapsi avrebbero dovuto neutralizzare lui e i suoi uomini, e organizzare il secondo colpo di stato della storia di Altairia. Tutto aveva un senso; Jin era riuscito a dare una risposta a tutte le sue domande. Tutti i pezzi combaciavano, ora doveva solo assolvere al suo compito, compito dal quale si era sottratta sei anni addietro.
Ma'no! Un momento! Tutto ciò era impossibile! Non poteva essere vero!
La porta dell'ascensore si aprì facendo filtrare la luce dalla stanza, e in pochi secondi tutto era già finito.

CAPITOLO V

Aris Brann, questo, almeno, era il suo vero nome, era stata la carta più importante del secondo colpo di stato della storia di Altairia, la mossa inaspettata che aveva cambiato le sorti della partita. Aris Brann aveva rovesciato il regime di Mal Hober ed era succeduta a lui congiuntamente con il fratello minore Jin Brann alla guida della stazione di Altairia e del progetto che lei stessa aveva rinnegato. Ma prima aveva dovuto rendersi conto dell'errore commesso, vivendo in prima persona la realtà dell'uomo decadente, per poi poter rimediare. E Jin era stato molto esaustivo, nel fornirle tutte le spiegazioni che lei gli avesse richiesto, e tutto sembrava aver acquistato un senso. Nulla aveva importanza, nell'umanità del crepuscolo: se destino c'era stato, si era già consumato: se libertà di scelta c'era, aveva già perso significato nell'uomo che aspettava lo scorrere degli eventi. L'unico punto fermo era il progetto, e la società ideale che era stata costruita attorno ad esso, la società superiore di Altairia, i cui scopi erano certo quello di preservare l'eredità dell'umanità e vigilare sulla sua estinzione, su quel flusso cieco di eventi. I due scopi della stazione, i due scopi di cui Jin ne aveva svelato ogni più piccolo particolare.
Eppure Altairia sapeva dell'estinzione dell'uomo, ma quel punto di arrivo era indefinito, ideale come la società stessa che rappresentava. Una società ideale, però, non rischia di sacrificare un progetto di ventimila anni per concedere una seconda possibilità ad una sua figlia che l'aveva rinnegata, né tantomeno può permettere all'ambizione e alla sete di potere di un singolo di stravolgere completamente il corso degli eventi. E come spesso accade in matematica se l'incongruenza non risiede nella dimostrazione di un concetto, allora per forza di cose sono le premesse ad essere errate. L'unica spiegazione possibile era quindi che Altairia non fosse affatto una società ideale e che in quei ventimila anni della sua storia non fosse decaduta meno della Terra stessa, perché - aveva dovuto impararlo - puoi cambiare il sistema, ma non la natura stessa dell'uomo. E questo gli evoluzionisti che avevano concepito Altairia dovevano saperlo. Altairia perpetrava sì da migliaia di anni quei due presupposti basilari che si insegnavano nelle scuole della stazione, ma prima di questi ce ne doveva essere necessariamente un altro. Un terzo obiettivo o, vista la situazione che ricopriva, l'obiettivo "Zero", perché precedente agli altri e perché sconosciuto e mai considerato. Altairia sarebbe potuta essere un "campanello di allarme" che risuonasse quando si fosse giunti veramente alla fine, con una impennata verso l'abisso, quando cioè essa stessa fosse sul punto del collasso, al pari dell'Umanità su cui vigilava. L'allarme era suonato, e lei lo aveva udito, pochi secondi prima che la porta dell'ascensore si fosse aperta, due settimane prima...ma per chi aveva suonato realmente, quell'allarme? Non certo per loro. Forse esisteva un destino, un destino sicuramente più grande di quello dell'umanità che già si era compiuto, un destino cui lei era riuscita a dare solo un'occhiata di sfuggita e di riflesso, ma che esisteva. Perché mai Altairia stessa non sarebbe dovuta essere la spia di un evento che veniva rivelata ad un'altra unità vigilante, un'altra Altairia, e questa ad un'altra ancora e così via?
Non aveva dubbi: lei doveva essere lì in quel momento e pensare quelle determinate cose, per agire, di conseguenza, come previsto da un progetto grande quanto tutto l'Universo.
Ma chi era a muovere i fili, allora? Non poteva saperlo. Forse gli stessi storici del passato avevano previsto tutto e avevano preparato una seconda Altairia con lo scopo di controllare la prima, o forse i colonizzatori spaziali di cui parlavano le leggende, o forse una entità al di fuori del tempo, dello spazio e della mente e che pertanto non poteva essere spiegata. Ma in fondo lei non voleva affatto saperlo. Aveva la chiave per il completamento di un progetto seppur piccolo e insignificante, a confronto, e la cui riuscita avrebbe dimostrato a chiunque fosse l'artefice di quel disegno che qualcuno, lì, aveva capito tutto. E questo le bastava. Questo sarebbe bastato all'umanità per non passare inosservata.
Quanto tempo restava? L'allarme era suonato, la fine era quindi prossima. Forse cento, cinquecento, o anche mille anni non aveva importanza, in quell'umanità stanca di vivere. E anche lei, infine, avrebbe atteso il crepuscolo.

FINE

© TheClue's Galaxy, 1999


home www.utorec.com