Lkl Skywalka

L'orologio

- Forza aprilo, costa stai aspettando?
- Un attimo, che fretta c'è? Voglio provare ad indovinare cosa sia...Una boccetta di profumo?

Tizio assunse un'espressione stupita, almeno finse di essere stupito.

- Come hai fatto ad indovinare? Hai forse poteri paranormali? Non scommetteremo mai insieme, magari riesci anche a prevedere il futuro!
- Non dire stronzate... adesso lo apro e...

Era un orologio, altro che profumo...

- Ehi, scherzi un po' troppo per i miei gusti...

E gli diede una pacca sulla spalla, come per negare scherzosamente quanto appena detto...

Risero entrambi. Poi disse;

- Allora, ti piace?
- Si.

Non sembrava molto contento di aver risposto si. Cercò di non darlo a vedere, ma se ne accorse lo stesso. Forse non era molto bravo a nascondere le sue emozioni.

Eppure era un bell'orologio. Semplice, non esibizionista. Cinturino in metallo, la cassa era un doppio ovale, di cui il più piccolo leggermente in rilievo rispetto al suo fratello maggiore. Ovale e opaca (non era in acciaio, doveva essere piuttosto una qualche lega dal nome strano...), quadrante blu e lancette metalliche.

Ma non gli piacque. Se ne accorse quando lo infilò al polso. Era troppo freddo. Certo, il metallo non è mai stato caldo per natura, a meno che non si tratti di una griglia reduce da un barbecue. Le fitte di freddo gli penetrarono nel polso quasi fossero schegge di ghiaccio, aguzze, affilate e gelide.

Voleva sfilarselo, ma voleva farlo dopo che l'altro se ne fosse andato. Non voleva offenderlo: l'orologio era bello, ma era freddo.

- Cosa c'è, non ti piace? Ha pure la ricarica automatica: tu ti muovi, lui si carica!
- No, certo, mi piace! Solo che non mi aspettavo un regalo così costoso per il mio compleanno!
- Figurati, l'ho comprato da un amico, mi ha fatto un prezzo speciale!

Era una vetrina ove le frasi fatte venivano disposte in bella vista. L'altro se ne andò e lui si tolse l'orologio troppo in fretta, graffiandosi alla base del polso. Comunque il freddo scomparve. Lo poggiò sul bordo del frigorifero, in alto, a sinistra, a pochi centimetri dalla guarnizione di gomma che delimitava la linea di separazione tra frigo e sportello. Poi, dopo pochi minuti, decise di toglierlo, decise di aver fatto una cretinata. Già era freddo, perché posarlo sul frigorifero? Certo, il freddo si genera all'interno del frigorifero, ma un frigorifero rimane un frigorifero. Anche la mente
(immaginazione)
vuole la sua parte.

Andò a riprenderlo e... gli sembrava non stesse più dove era stato appoggiato. Di certo
(nulla è certo, neanche la morte)
non poteva essersi spostato da solo. Evidentemente il frigorifero doveva essersi messo in stand-by (non poteva averlo fatto, era un elettrodomestico troppo ignorante perché avesse potuto farlo). Anzi, si era spento, come fanno tutti i frigoriferi di questo mondo, non so se su altri pianeti, specie quelli lontani da un qualsiasi sole, se ne faccia uso. Si era spento con uno scossone, come tutti i vecchi frigoriferi di questo mondo. Era il momento di andare in pensione?

Non dette troppo peso, all'inizio almeno, alla piccola migrazione.

Per due giorni non toccò l'orologio, poi venne il sabato, dovevano uscire insieme e non voleva dispiacere l'amico. Decise di indossare l'orologio, ma quando lo estrasse dal cassetto, gli scivolò dalle mani e cadde. Gli sembrò di aver afferrato un'anguilla. No, un grasso verme viscido. Questo gli sembrò. Non ebbe neanche il coraggio di raccoglierlo, lo lasciò lì, col vetro che sembrava aver litigato con la cassa opaca di lega dal nome strano.

Si vestì, cercando sempre di non volgere mai lo sguardo all'orologio
(ghiacciato e viscido)
poi andò in bagno, si pettinò, andò al gabinetto e tirò lo sciacquone.

Lo stava già aspettando in macchina.

Ciao, ciao. Dov'è l'orologio, non l'ho messo. Non ti piace forse, si che mi piace. Perché non lo metti, non lo so.

Poi regnò il silenzio, erano tutti e due imbarazzati. Presero uno svincolo sulla destra e uscirono. Qualche chilometro di strada statale e si ritrovarono nel caos del pub, e dimenticarono per qualche ora l'orologio. Poi tornarono a casa.

Ciao, ciao. Ci vediamo domani, ok. Riposa bene, mi sembri un po' stanco, anche tu.

Si maledisse per aver riposto, stupidamente l'orologio nella sua camera da letto. Adesso sembrava una ferita in suppurazione, una sostanza giallastra
(verde marcio)
lo faceva aderire saldamente al pavimento, rivolto come un occhio malefico al letto.
Cercò di dormire sul divano, ma riuscì solamente a desiderare di dormire, semplicemente non riuscendovi. Stavolta luna e sole si diedero il cambio senza nessun segno evidente come il passaggio dal
(sonno alla veglia)
buio alla luce. Nessun trauma per le pupille, nessun risveglio improvviso.

Si guardò allo specchio e ciò che vide non fu di suo gradimento. Aveva gli occhi arrossati, un'espressione ebete dipinta sul volto e l'aspetto generale di un poveraccio terrorizzato dalla sua stessa ombra. Gli telefonò, non appena si fu fatto un orario decente per telefonare a qualcuno la domenica mattina. Era già sveglio e gli promise di venire al più presto possibile.

Pochi minuti dopo era già lì, davanti alla sua porta, a pigiare il campanello. Lo vide così, deformato dallo spioncino, con un buffo naso gigantesco che si stagliava su un volto lontanissimo. Aprì la porta. Si diressero insieme nella stanza
(dell'orologio)
da letto e lo videro.

Videro grassi vermi giallastri crearsi dal pus fuoriuscito dalla cassa squarciata. Cercarono di voltare la testa, ci riuscirono solo per un breve tempo. I grassi vermi giallastri subito rientrarono nel loro campo visivo, adesso erano molti, moltissimi. Si diffusero per tutta la stanza, arrampicandosi alle pareti, aggrappandosi anche al soffitto. Strisciando lasciavano un scia rossastra, dall'intensità non uniforme. Sembrava un cocktail di sudore e sangue. Alcuni vermi, tra i più gonfi, esplosero, lasciando in eredità grosse macchie di... non so cosa... sul pavimento. Il liquido era colorato come un arcobaleno, solo che al posto dei sette colori classici c'era il verde muco, il giallo pus, il rosso sangue e tutte le sfumature intermedie della tavolozza di un pittore pazzo che usasse materiali organici al posto dei colori.

I vermi, come
(guidati da un essere superiore)
dotati di un'intelligenza collettiva iniziarono a disporsi in strane configurazioni ovunque. Alcuni formarono un cerchio, un cerchio di dodici elementi, al cui centro si disposero altri due vermostri, uno lungo e l'altro più corto. Poi i due vermostri centrali iniziarono a girare, quello lungo più velocemente. E in senso antiorario.

Altri si raggrupparono alla rinfusa in una zona delimitata da due lunghi vermostri disposti in verticale. All'inizio tutti si poggiavano sul vermostro inferiore, poi iniziarono a risalire verso l'altro opposto, ordinatamente, lentamente, uno alla volta.

In un angolo della stanza generosamente illuminato dai raggi del sole, stessa formazione circolare, solo che stavolta il vermostro lungo centrale si eresse protendendosi in avanti, mentre i suoi schifosi simili cercavano di sostenerlo. Il padrone dell'orologio vide che veniva proiettata un ombra.

Iniziò a capire qualcosa, si rese conto che avevano formato null'altro che strumenti per misurare il tempo, come orologi da muro, clessidre da muro, meridiane da muro. Solo che andavano all'indietro. La clessidra sembrava sfidare la legge di gravità, con gli abomini che, invece che rovinare al suolo in uno schianto liquido e malato, ascendevano al cielo quasi fossero più leggeri dell'aria. Oppure, per una versione aggiornata della legge di Archimede, un corpo che mai avrebbe dovuto esistere, immerso in un'aria appicicaticcia e viziata di orrori, riceve una spinta verso l'alto pari al tempo che trascorre...

E la meridiana segnava l'ombra in negativo e al contrario. La lancetta, che avrebbe dovuto essere un'ombra traslucida e sfumata ai bordi, era una lama di luce perfettamente delimitata su un campo traslucido e sfumato ai bordi.

Il tempo passava, nessuno fiatava. Paura, tensione, raccapriccio, stupore, incredulità. Per la prima volta riuscirono ad attribuire un vero volto a quelle sensazioni. Prima ne avevano sentito parlare, adesso erano i protagonisti di un orrore.

Le lancette-vermostri giravano, dall'orologio ne fuoriuscivano altri , percorrevano pochi centimetri e scoppiavamo. Bleam! Splortch! Il conto alla rovescia finale continuava senza sosta, adesso l'ombra in negativo della clessidra-verminosa puntava verso l'altro, i raggi del sole sembravano provenire dal basso, come se il sole fosse stato grande quanto un'anguria, come se il piccolo sole si fosse adagiato sul manto stradale, senza sprofondare.

Si ripresero, si voltarono verso la porta e si prepararono a fuggire urlanti, schiumanti come cani rabbiosi, pazzi, alla riconquista della ragione alla luce del vero sole. Adesso però l'altro sembrava molto meno impaurito, molto meno pazzo, quasi adesso si trovasse a suo agio nella situazione. Gli sembrava, ma non poteva esserne certo, ormai non si poteva esser certi di nulla...

Alcuni vermostri si fletterono nella parte posteriore del loro inarticolato corpo, come per balzare. E lo fecero. Si slanciarono verso i due, prima schiantandosi lontano dai loro piedi, poi colmando il distacco sempre più. Il laghetto di viscidume che si stava formando ai loro piedi bastò a persuaderli. Ma l'altro era sempre più freddo. E infatti decise di uscire per secondo. Quando il primo toccò il pomello della porta, gli scivolò dalle dita sudate. Si sfilò un lembo della camicia dai calzoni e se ne servì per aver maggior presa. Ed ebbe fortuna. Se così si può dire. Spalancò la porta sul vuoto, come quando si aprono le porte dell'ascensore e l'ascensore ha dimenticato di fermarsi. Il nero divenne bianco e un fulmine nero ne squarciò la luminosità accecante. Poi di nuovo nero. L'altro sembrava sempre più calmo, sempre più presente, quasi si trovasse a suo agio. Dalle tenebre iniziò ad apparire una forma definita... Prima immateriale, evanescente, impalpabile... Poi, di botto, si materializzò in tutta la sua impossibilità di esistere, almeno nel nostro piano concettuale. Era un grande occhio solcato da vene varicose trasparenti nelle quali i vermostri circolavano come slittini in una pista di bob. La pupilla sembrava nera, ma era molto più scura, vi si intrecciavano a mò di pentacolo altre vene, stavolta opache, ma comunque pulsanti. Quando ormai credeva di aver perso la ragione, vide ciò che avrebbe potuto dargli il colpo di grazia. Un bubbone si gonfiò sulla parte bassa dell'occhio, esplodendo in un tonfo liquido, riproduzione amplificata di quelli in miniatura dei vermostri. Il cratere creatosi sembrava una sorta di grottesca bocca, che non tardò a parlare, con una voce fredda come... l'orologio.

La voce che proveniva dagli infiniti pozzi neri disse:

"Sta per giungere l'ora. Hai ancora pochi secondi per rendere l'anima al tuo diavolo custode..."

Si girò e vide... o almeno, avrebbe dovuto vedere l'amico al suo fianco. Era invece una riproduzione in scala ridotta dell'occhio che lo scrutava fuori dalla porta. Poi guardò gli orologi. Mancava poco. Poi guardò l'amico, ed era umano. Guardò gli orologi e mancavano 12-13 secondi. Guardò l'amico e non c'era più.

"Rendimi la tua anima prima dello scadere del tempo, le sofferenze che proverai all'inferno saranno nulla paragonate a quanto...."

Gli orologi si fermarono. L'occhio scomparve in una risata demoniaca, all'11° rintoccò finalmente si svegliò, alzandosi a sedere tremante e madido di sudore. Tirò un sospiro di sollievo. Era soltanto un sogno!

Scese dal letto, poggiò i piedi nudi sul...
(pavimento)
sullo strato spesso e uniforme di vermi grassi e viscidi. La ragione vacillò.

Corse alla finestra, sempre calpestando vermi, sempre perdendo pezzi consistenti della sua ragione.

Quando i pezzi della ragione furono terminati, si scagliò attraverso la finestra chiusa, sfondandola.

E precipitò nei pozzi neri.


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