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Piloti a Napoli

La più grande fucina di piloti provetti non è, come si potrebbe facilmente arguire, la Formula 1. E neanche la Formula Indy, né nessun'altra disciplina automobilistica praticata a titolo agonistico. Se volete guidare, ma con la G maiuscola, dovrete necessariamente esercitarvi a Napoli. Dopo il suddetto corso di guida, nessuno Schumacher o Hakkinen di questo mondo (oppure Senna o Villeneuve dell'altro mondo) potrà insidiare la vostra onorevole posizione di Gran Maestro del Volante. Un esempio dei Gran Maestri del passato? Ve ne farò uno solo. Tazio Nuvolari. Guidare a fari spenti nella notte. Dove poteva averlo imparato, se non a Napoli? Naturalmente, col passar del tempo, la sfida aumenta: oggi si guida addirittura senza fari, in modo da raddoppiare il brivido del pericolo: la possibilità, tutt'altro che remota, di incorrere in un incidente, e la possibilità, molto più remota, di essere fermati dalla Polizia Stradale. Ora, perché un numero sì elevato di piloti si nasconde all'ombra del Vesuvio? Presto detto. Automobilisticamente, la provincia napoletana è un'area a sé stante, completamente dissociata dal resto del mondo (automobilistico). A creare queste difformità sono:
1) la diversa conformazione della rete viaria;
2) la diversa configurazione dell'auto in sé stessa;
3) la diversa stesura del codice della strada.

Da questo nugolo di diversità, non poteva che nascere un modo nuovo di guidare. La guida alla napoletana.

La guida alla napoletana, non si impara, si assimila. Il giovane virgulto napoletano impara a capire le leggi della strada già mentre viene portato a spasso a bordo di un carrozzino. Anche il carrozzino è soggetto alle stesse leggi che regolano il flusso stradale, essendo dotato di quattro ruote, un motore (la mamma) e un passeggero (il futuro pilota). Il carrozzino sfreccia veloce tra i venditori ambulanti, i banchi dei negozi sistemati strategicamente sui marciapiedi, schiva con abilità quasi diabolica le macchine che parcheggiano sui marciapiedi di cui sopra (a dopo ulteriori spiegazioni) e tutto quant'altro gli si possa parare dinanzi. Uno motivi principali della diversa concezione di guida, può essere identificato nella diversa rappresentazione del concetto di "carreggiata". A Napoli la carreggiata parte dall'esterno del palazzo di sinistra e termina all'esterno del palazzo destro. Include quindi marciapiedi, spartitraffico, zone virtualmente precluse dalle transenne. Trovandosi alle prese con un sistema viario non all'altezza del traffico quotidiano di una grande città quale Napoli è, il napoletano è costretto ad avvalersi di ogni minimo spazio che la strada gli concede. Un consiglio: nella remota eventualità prendeste in affitto una casa a piano terra a Napoli, nella più remota possibilità che tale casa abbia due porte d'ingresso, non tenetele mai aperte contemporaneamente: le auto potrebbero entrare da una e uscire dall'altra. Le auto invadono i marciapiedi, per quanto essi siano alti e inadatti ad esser scalati da un qualsiasi mezzo che non sia un cingolato o un fuoristrada estremo. Una macchina napoletana, in genere è adatta a tutti i terreni, quindi non cercate di trovare scampo camminando rasente ai palazzi: neanche li siete al sicuro. Come riconoscere una macchina napoletana? Come si riconoscerebbe un Berretto Verde, nella sua più classica rappresentazione cinematografica. Piena di ferite, ma dura come l'acciaio e pronta a qualsiasi impresa. Analizziamola nelle sue parti fondamentali.

Primo, il motore. In genere, ha almeno 130.000 km sulle spalle, ma le lunghe percorrenze non lo intimidiscono. Ne ha viste di tutti i colori: ebollizioni, rotture della testata, forature dei pistoni. Ne ha bevute di tutti i colori: benzina rossa, benzina verde, qualche volta diesel (colpa della distrazione congiunta di guidatore e benzinaio). Il napoletano con un motore del genere affronta anche lunghe trasferte in altre regioni, ben conscio del fatto che probabilmente rimarrà a piedi, ma non per questo rinunciando ad uno spirito avventuriero paragonabile a Indy che va alla ricerca del Santo Graal.

Le gomme. Sono slick, come si usavano in Formula 1 fino a qualche tempo fa. Per avere la massima aderenza sull'asciutto, le gomme sono usurate fin quasi ai cerchioni. In genere, non sono assolutamente delle misure riportate sulla carta di circolazione. Il napoletano conosce le sue strade e si comporta di conseguenza: come sugli ovali americani della Formula Indy, ove la ruota esterna ha dimensioni maggiori rispetto alle altre tre sorelle, le auto napoletane "calzano" ruote dalle diverse misure. E in effetti ciò accade perché le varie ruote vengono comprate in tempi separati, da venditori separati e con costi separati. Il napoletano adocchia l'affare e compra: non fa nulla se la ruota che monta sotto la sua 127 potrebbe (e dovrebbe) essere montata su una Mercedes S600. L'importante è che costi poco. La ruota di scorta è rigorosamente bucata.

Il cambio. Non sincronizzato, come sulle macchine da competizione. Gratta ad ogni marcia e la 2a e la 4a non funzionano.

La marmitta. Potrebbe essere considerata "un accessorio", ma a volte può fare la differenza, anche in termini di sonorità. Il napoletano è attento anche all'immagine, seppur a suo modo.

La carrozzeria. Ricca di ammaccature e graffi, svolge la funzione di "bacheca": mostrando le innumerevoli ferite, narra di battaglie epiche, di guerriglia urbana combattuta all'ombra dei semafori che continuano a mostrare un giallo lampeggiante. Narra di vita vissuta, niente spazio per il fighetto con la macchina nuova di zecca, lucida come la pelata di Kojak.

Gli interni. La tappezzeria deve essere usurata al limite, le parti in metallo devono esporre quella patina di ruggine che tanto viene apprezzata dagli appassionati di arte (analogamente a quanto succede per la Statua della Libertà). I sedili devono essere, possibilmente, avvolgenti; quello anteriore sinistro a volte viene scalzato dal supporto, eliminato fisicamente. Il vero pilota guida da solo, non c'è navigatore che tenga.

Passiamo adesso alle strade. Come già detto, le macchine possono usufruire di qualsiasi spazio che siano in grado di raggiungere, sia coi mezzi propri (ossia con la spinta del motore), sia tramite l'ausilio di aggeggi quali verricelli, leve, cric improvvisati, eccetera. Esempio: se un napoletano vuole parcheggiare su una terrazza al primo piano, si serve dell'aiuto di altri piloti per issarla a forza di braccia. La cooperazione è importante. I semafori esistono. Ne possiamo distinguere 4 tipologie principali. Li analizzeremo nell'ordine della loro frequenza numerica.

Il meno usato, è quello spento: nulla da aggiungere, non mostra alcun colore ed è di fatto inutile alla regolazione del traffico.

Il secondo tipo è costituito dal cosiddetto "semaforo impazzito": il rosso dura due anni e il verde due millisecondi. Viene rispettato soltanto la prima volta, poi al ricomparire del rosso, tutti sono già passati. Dannoso.

Il terzo tipo, può facilmente essere scovato con un giro di perlustrazione di pochi isolati: è il semaforo giallo lampeggiante. E' fuori uso e la sua utilità è pertanto dubbia.

L'ultimo tipo, quello più diffuso, è il semaforo perfettamente funzionante. Viene comunque rispettato il meno possibile.

Perché il semaforo non viene minimamente considerato dagli automobilisti locali? Semplicissimo. Il napoletano vede il semaforo come uno sprazzo di colore nel grigio cittadino, una specie di albero di Natale permanente. E' come un faro nella notte: lì c'è un incrocio, prepararsi quindi alla battaglia. E poi c'è altro: il semaforo non fa multe. Tale pratica viene usualmente svolta dai vigili, quando non sono al bar. Esiste però un incentivo: la famigerata percentuale sulle multe. Promettere ad un vigile un certo compenso per ogni contravvenzione, significa assistere ad un miracolo. E' in questi frangenti che squadre di vigili (strategicamente disposti in formazioni prese in prestito ai Navy Seals) vagano come posseduti dal demonio per la città: coltello, pardon, penna tra i denti, sfornano multe a velocità inconcepibili ai comuni esseri umani. I quali riescono a malapena a scorgere il movimento fulmineo della mano che afferra la penna e con consumata abilità annota il numero di targa sul diabolico blocchetto.

Ritornando al semaforo, rendo pubblicamente noto che a volte questo viene rispettato. Anche se è un'eventualità abbastanza improbabile, succede. E comunque tali anacronistici semafori, rossi, gialli e verdi, verranno presto sostituiti da quelli usati per le partenze in Formula 1: le 5 luci rosse prima si accendono in sequenza, poi si spengono contemporaneamente. E si parte. Probabilmente, non vi sarete mai trovati in una simile situazione. Il semaforo è rosso. Tutte le macchine sono ferme, i piloti provvedono ad opportune sgasate al duplice fine di mantenere il motore ad un regime adeguato e impressionare contemporaneamente gli sfidanti. Che, naturalmente, non si intimidiscono per nulla. Manca poco al verde, i motori rombano e l'ago del contagiri non schizza alle stelle: il contagiri non funziona, neanche l'orologio. Ed ecco il verde.

Due sono le possibilità.
Le macchine prime in fila, accelerano da 0 a 100 in pochi secondi e sono lontanissime in breve tempo. Quelli che seguono, non hanno ragione di recriminare, ma pestano furiosamente il clacson, è un'abitudine.

Seconda possibilità. Le macchine in prima fila non sono ancora partite quando la luce rossa si è spenta, cedendo il posto alla verde. Guidatori impacciati, donne, vecchietti, chiunque abbia riflessi non all'altezza della situazione. Scoppia il pandemonio. TUTTI suonano contemporaneamente, inveiscono, urlano parole irripetibili, si prodigano nelle manovre più impossibili, dribblando i "ritardatari", gettandosi sui marciapiedi. Motociclisti a bordo di velocissime moto da strada si sublimano in acrobazie che sfuggono alle più elementari leggi della fisica. Si narra di automobilisti che per la fretta hanno abbandonato la macchina del traffico e hanno proseguito la folle corsa nella qualità di pedoni. Forse sono solo leggende metropolitane. Morale della favola? Mai attardarsi ad un semaforo funzionante, ci si potrebbe ritrovare coi timpani spaccati dal troppo rumore.

L'inserimento nel traffico cittadino è sempre caotico. E' un momento cruciale. Girare a sinistra per immettersi nel flusso, è poi un'impresa da veri temerari. Bisogna avere coraggio, decisione, prontezza di riflessi e una buona dose di faccia tosta. Le auto provengono da tutti i versi, piombano negli spazi vuoti così come le acque vorticose di un maelstrom sprofondano nel gorgo, tentando di riempire il vuoto. Si avanza di un millimetro per volta, nella speranza che qualche anima caritatevole arresti la sua corsa spericolata nel traffico, lasciando a disposizione lo spazio vitale per la manovra. Speranza che naufraga all'istante, e il naufragar non è dolce in questo mare, specie quando si ha fretta. La macchina che esce dalla strada secondaria, continua a proiettarsi, seppure con lentezza snervante, sempre più in avanti. Gli altri piloti, incuranti, continuano a passare, spostandosi sempre più verso la sinistra, occludendo di fatto l'altro senso di marcia. Se una situazione analoga si verifica anche nell'altro senso di marcia, è finita. I risultati possono culminare nel famigerato "incrocio a croce uncinata" (Luciano De Crescenzo(c)), sempre che le auto chiamate in causa siano parecchie.

Il parcheggio. E' consentito fino alla 5a fila, negli appositi spazi contrassegnati dal divieto di sosta e fermata. Obbligatoria l'occupazione di almeno due spazi macchina.

La frenata. Ritardarla sempre al massimo, in modo da sfiorare il paraurti della macchina che precede. Inscindibile dalla frenata, è il concetto di "distanza di sicurezza". La distanza di sicurezza, tra Napoli e provincia, varia da 80 a 15 cm. Naturalmente, vista la pochezza numerica delle cifre in gioco, gli incidenti sono inevitabili.

D'altronde, il napoletano è uno specialista dell'incidente, nonché un mago della Responsabilità Civile. Il napoletano è infatti rinomato nel mondo anche per la sua capacità di pagare somme per l'assicurazione che in qualsiasi altra parte del mondo basterebbero ad assicurare una superpetroliera contro furto e incendio. E tutto ciò quand'anche la macchina fosse una bianchina del '34, oppure una più moderna 126 del '60.

La freccia. Roba da indiani, meglio evitare.

Il clacson. Probabilmente ne verrà introdotta una nuova variante personalizzata: quella a tono continuo. Basta coi fastidi: perché togliere un braccio dal finestrino per urlare la rabbia ai colleghi-piloti? A parte il fastidio, consideriamo pure la distrazione: alla guida un errore potrebbe essere fatale, a Napoli il condizionale nella frase precedente va sostituito con l'indicativo. Meglio, molo meglio quindi un clacson che starnazzi continuamente, iniziando a suonare con l'inserimento della chiave.

La segnaletica stradale. Un inutile spreco di denaro pubblico. Fondi che potrebbero essere destinati a ben altri progetti, che so, l'eliminazione totale dei marciapiedi.

I parcheggi (non "il parcheggio", di cui abbiamo già parlato). Sorgono ovunque vegli un parcheggiatore, anche se a Napoli tutti sono potenziali parcheggiatori. E' un lavoro che remunera bene, esentasse dalla prima all'ultima lira intascata. Naturalmente quelli di proprietà comunale sono inutilizzati.

Credo di aver detto quasi tutto. Ah, dimenticavo: attenzione agli autisti "indemoniati": sono i guidatori di autobus che sfilano nel traffico coi loro mezzi quasi si trovassero a bordo di pattini... Estremamente pericolosi, non tanto per sé stessi e per i passeggeri, quanto per chi sta fuori...

Come si dice? La strada è dura e solo i duri si fanno strada. A Napoli ne abbiamo l'esempio lampante...


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