Lkl Skywalka

Daggi oggi il nostro pane

Incredibile, ancora ho tempo per ricordare... Allora è vero, rivediamo la nostra vita prima della nostra morte, in quel lasso di tempo che potrebbe durare una frazione di secondo , oppure trascinarsi per più di una vita. Beh, per quanto mi riguarda, sto rivedendo quel che più mi ha fatto male, ciò che adesso mi farà udire il crack secco e definitivo delle mie ossa sulla carreggiata, o, magari, sul tettuccio di un'aeromobile. Mi sarebbe piaciuto essere investito da un'auto, di quelle vere, con le ruote. Sono nato troppo tardi, oppure il progresso è avanzato troppo velocemente. Non illudetevi: voi che ancora credete di dover vivere a lungo, come se vi fosse dovuto (non è una minaccia, soltanto ricordate che nulla è più fragile della nostra esistenza), rivedrete soltanto il peggio. La gioia e la felicità non durano un momento e sopravvivono al ricordo per un tempo troppo breve da essere misurato. Era un lunedì mattina, andavo a lavorare, come di solito dopo tre misere ore di sonno, a piedi, come di solito. Dio, quanto odio il lavoro, almeno adesso non ho più da preoccuarmi. Due auto, una grigio sporco metallizzato, l'altra di un azzurro pallido e improbabile,si erano appena urtate, sfiorandosi senza troppa cattiveria. La grigia, accostando al marciapiede, aveva calpestato, col cuscino d'aria, una pozzanghera, gelida e densa. E il fango non mancò di rapprendersi sui miei pantaloni. Sono due le cose che più odio nella vita, la seconda è la sensazione di umidiccio sulla pelle. La prima, è la vita, con la nostra ostinazione a volerci capacitare che dobbiamo viverla per forza. Una pallottola di follia si insinuò, dolce come una lametta, nelle rovine della mia razionalità, null'altro che vestigia allo sfacelo e già da troppo tempo. Cambiai strada, mi infilai in un vicolo stretto, percorsi poi un lunghissimo tratto rettilineo, rinchiuso nell'oscurità proiettata dai piloni della titanica sopraelevata. Giunsi in uno di quei bar polverosi e cadenti, dove puoi comprare sesso, droga e alcool, non rock'n roll. E' un genere musicale estinto da molto, ormai. Ne scelsi una tra le ragazze e me la portai in camera, anzi, mi ci portò. Piccolina, ma ben formata, poteva pesare 47 chili e si dimostrò parecchio più intraprendente di me... Non sono mai stato portato per certe cose. Io mi stesi sotto di lei, non avevo neanche voglia di muovermi. Non dovette cavalcare per molto tempo. Finimmo la prima, mi parve giusto farle notare che non sarebbe stata l'ultima, mentre col telecomando appeso ad un pomo del letto ordinai una dose. Ormai stavo trasgredendo tutte le regole, imposte dagli altri o stabilite da me stesso. "Cerebra", si chiamava (la droga, non la ragazza, lei si chiamava An, glielo strappai tra gli ansimi), livello 1, il più basso, quello che ti dava le visioni anonime. Luci, colori, la sensazione del movimento e null'altro. Astrazione. La seconda cavalcata andò meglio, la feci stendere a pancia sotto. Finito, indossai i miei abiti incrostati e scomodi come un cilicio, scesi nell'atrio e pagai il dovuto per la ragazze e la cerebra, procurandomene una seconda dose da consumare a casa. Senza An, purtroppo. Vivevo solo, sto per morire solo. Il giorno dopo, mi beccai una ramanzina dal capo. Potete immaginare di quanto mi importasse, ormai. Il passo l'avevo fatto. Quando passai alla cerebra 2, lasciai il lavoro... beh, visto che non posso mentirmi da solo, confido a chi usufruirà di questa cerebra 10 che fui licenziato, scacciato a pedate. Ed ero ancora alla cerebra 2, ve l'ho già detto? Si, mi pare di si. Non ho mai oltrepassato la 7, però, non ho vissuto abbastanza. Gli involucri parevano comuni dischi ottici (ossessionati dal design "futuristico", pretendevamo che tutto ci venisse presentato in quella chiave). Ma i ricordi, o altro, non erano memorizzati sul supporto magnetico. L'ostia di felicità (o sofferenza, dipendeva dai gusti, dalle perversioni e dalla disponibilità economica) era una codifica di ormoni, stimolanti, depressivi e antidepressivi. Così dovrebbe essere, mi pare, mi hanno detto... Non sono mai stato un esperto, di chimica e processi mentali, anzi, non sono mai stato esperto in nulla. No, perdonatemi la confusione (vorrei veder voi come vi comportate mentre vi lanciate da un ponte), sono stato un esperto nel rovinarmi, non ho neanche avuto bisogno di un maestro. Comunque, al cervello il compito di riassemblare il tutto, e poi si volava, come con le antiche droghe. Con la differenza che adesso potevi vivere qualche fotogramma della vita di un altro. O anche qualche minuto, se eri ricco. Io ricco non lo ero, ma, grazie ai tagli nelle spese, non potevo di certo lamentarmi. Non pagavo per la casa che mi ospitava. Vivevo in uno dei condomini abbandonati a pochi passi dal centro, solo e con un intero isolato vuoto a farmi compagnia. Per l'energia elettrica e l'acqua, avevo fatto dei bypass. Mai stato uno stinco di santo, lo ammetto. Grazie alla cerebra (acquistata col denaro della liquidazione) un giorno credevo di vivere in una baracca asiatica, il giorno dopo la baracca era diventata la casa di un commerciante europeo. E vivevo avventure che non mi erano destinte, gioivo per momenti che non avrei dovuto vivere, e smisi troppo precocemente di vivere la mia vita. Ho anche sofferto, a volteho acquistato dei ricordi dolorosi. La vita è soprattutto dolore. Ho vissuto gli ultimi istanti di una donna che si spegneva di rabbia, dopo essere stata morsa da un ratto, di quelli grossi come conigli che scorrazzano per la città, ormai anche di giorno. Terrificante, ed è stata quella la mia unica esperienza di cerebra 7. Ho dovuto rapinare più di 15 persone per procurarmela, 5 di queste non hanno collaborato e mi hanno costretto (costretto? e chi ci crede più...) all'assassinio. Si, ne ho commesse di bassezze. Ma non ne ero colpevole: come si suol dire, "ero incapace di intendere e di volere". L'omicidio non è stato, comunque, il mio picco massimo. Ho fatto di peggio, almeno alla luce della ragione che, a pochi metri dall'impatto col cemento, riempie di nuovo la mia scatola cranica. Iniziai presto a preferire le sofferenze alla felicità altrui. Per la mia gioia, iniziai a condividere la loro disperazione e il loro dolore. Sono sempre stato un tipo creativo, ho iniziato troppo presto a diffidare dai ricordi precotti, dalla cerebra 3 che compri al chilo da un qualunque spacciatore (e, vi assicuro, erano in molti a dedicarsi all'attività. I distributori automatizzati di sigarette, preservativi e/o altro non sono diffusi in maniera sì capillare. Ho studiato, e questo mi fa onore. Non mi fa onore, ai vostri occhi miopi, il motivo dei miei studi. Ho imparato ad estrarre e a selezionare i ricordi dal cervello. Avete intuito che non è possibile lasciare in vita il soggetto, vero? Come siete arguti, mi fate paura. Come sei arguto, tu che ti stai iniettando il mio personale contributo proprio lì, alla base del collo, nell'ugello di metallo che ci si fa impiantare, ad evitare le scocciature di una quotidiana puntura alla spina dorsale. Alla cervicale. Più l'iniezione è prossima al cervello, più veloce è l'assunzione. Prima o poi qualche folla se la inietta direttamente nell'alloggio rugginoso della sua anima. Si, credo all'anima e credo che alberghi nella nostra testa. Già, è così. Drogarsi nell'anima? All'inizio mi accontentavo di una dose al giorno, converrete che una dose=un omicidio. Beh, non necessariamente un uomo, non necessariamente adulto. Sono un nostalgico, ho fatto parecchie volte un salto nel passato. Poveri bambini, adesso quasi mi dispiace. Ma sto pagando i miei debiti, tra poco ritirerò lo scontrino che ne attesta l'effettiva risoluzione della compravendita. Dov'ero rimasto? Ah, si. Uccisi una donna, le fracassai il capo con il piede di un tavolino. Volevo scoprire se era possibile estrarre i ricordi da un cranio maciullato. Lo era, lo è. Quindi, nessuna preoccupazione: se anche mi schianterò col cranio a terra (possibilità quasi pari a 100) la mia vita non andrà persa. Oddio, la mia vita, che esagerazione! Per quanto le sensazioni siano vivide, sono sempre fotocopie sbiadite, risciacqui di bottiglie nelle quali una volta alloggiava un vino rosso e corposo. Mancano i vari ricordi, manca un background, mancano le esperienze. Si vivono gli effetti, non le cause. E neanche i motivi. Nessuno mi seguiva di sua spontanea volonta. Logico. Li anestetizzavo oppure li picchiavo fino all'incoscienza. Una volta mi sono slogato un polso nello spezzare una mascella ad una ragazza, carina, molto carina. Ma non le ho mai toccate... in quel senso. Quando mi sono iniettato la dose, ho addirittura assaporato il gusto del suo sangue, l'estremità lancinante di un osso frantumato era sbucata all'interno della cavità orale. Morboso, vero? Flagellare degli innocenti (innocenti per cosa? Siamo tutti colpevoli). Non mi prolungherò in ulteriori esempi. Non vorrei che qualche simpaticone ripetesse le mie gesta, tutt'altro che eroiche, per puro spirito di emulazione. Mi procuravo una dose, due, massimo tre dosi al giorno. Per tre anni e qualche mese. Credo sia stato un record, il mio. Nessuno, nelle mie condizioni, è vissuto per tanto tempo. In genere tutto si esaurisce in pochi mesi, una decina al massimo, scalando rapidamente i 10 livelli della cerebra. Io sono stato costante, non ho mai superato il 7° (anche se, procedendo da solo al mio fabbisogno, non giurare sulla precisione delle mie stime in proposito). Il mio caseggiato è pieno dellemie vittime. Sono circa 100, le ho accatastate alla rinfusa negli stanzoni, una volta desolati, adesso addobbati di putrescenti resti umani. Non si respira una buona aria da quelle parti... Motivo per cui, negli ultimi tempi, ho dormito (anch'io dormivo, in qualcosa sono uguale alla brava gente) nelle metropolitane. 1300 sfortunati in meno, su un totale di 12 miliardi: chi se ne sarebbe mai accorto? Invece è successo. Se è vero che non contiamo nulla per il 99.99999% della restante popolazione terrestre, c'è quell'infima frazione di punto percentuale che si preoccupa di noi, che ci conosce, magari ci ama. Che falsità l'amore. Che falsi che siamo. Io reputo di appartenere ad una specie differente, credo di essere un qualcosa di superiore. Dovreste idolatrarmi per questo, piuttosto che temermi. Dovreste essere fieri di essere mie vittime. Spiacente di desolarvi, ma non vi sarà offerta una seconda chance, a meno che non nasca un altro come me. Dovrete aspettare che cresca e maturo... Magari non aspetterete troppo: se il figlio adolescente del vostro vicino di casa è intenzionato, in futuro, a riprendere la mia missione (si, proprio quel bambinetto biondo tanto gentile), che dite, vi alletta la prospettiva? Ti alletta,? Comunque, in tal caso, gli auguro buona fortuna. Il popolo ha bisogno di eroi. Certo che si, credo di essere un eroe. Uno che ha infranto le regole, che ha fatto quel che voleva fino in fondo. Pare poco, vero? Assolutamente no. Siamo così abituati alle dittature invisibili, che le abbiamo assimilante rendendone inutile una esistenza concreta. Siamo i dittatori di noi stessi. Taglio. Non sono qui a narrarvi quelle che, ai vostri occhi, possono sembrare crudeltà. Anzi, sapete dov'è la fregatura? E mi rivolgo a te, che hai voluto comprare i miei ricordi. Semplicissimo: ho cercato di rimuoverne quanti più possibili. Fottuto, vero? E non ci sono garanzie sulle quali rivalersi... Fottuto due volte. Non ti va come colpo di scena finale? A me sarebbe piaciuto e, credimi, sono un'autorità nel settore, sono la meta da raggiungere. E non ci riuscirai, non ci riuscirete, lo so per certo.Ah, aggiungo la presunzione alla lista dei miei difettucci. Io la vedo da un altro punto di vista (il segreto della vita è l'angolazione con la quale affrontiamo tutti i momenti). E' soltanto per presunzione che ho potuto raggiungere determinati risultati. Dico a te, mio possibile, ma non probabile, successore: sii presuntuoso quanto basta. E non basta poco... Presuntuoso, determinato, preciso e rapido. Decidi di essere capace, più di quanto tu non sia in realtà. Scegli la vittima senza indugio, non ti ci vorrà molto ad identificarla. Potranno dire di me che sparavo nel mucchio, non è vero. Per evitare equivoci, non ucciderne a centinaia. No, non va bene. Questo non è il manuale del giovane cerebromane, nè tantomeno "Mirabilie di una scalata al successo". E' la cronaca della mia morte, suicidio di un cronista, il finale d'artificio di una vita per la quale non ho rimpianti. Di alcun tipo. A parte la mediocrità che mi ha omogeneizzato alla massa durante i miei primi 24 anni. Adesso ne ho 27 e, dopo essermi lanciato da quella sopraelevata, viaggio ad una velocità che non avevo mai provato prima. Forse perchè la destinazione è la fine definitiva? Probabile. Ho sollevato prima il piede sinistro. Il cappotto a tese lunghe che indosso mi ha leggermente intralciato. La prossima volta che mi suicido, lo faccio con abiti più pratici. Stavolta ho preferito presentarmi degnamente all'appuntamento. Poi ho sollevato la gamba sinistra e mi sono ritrovato sul sottile cornicione esterno, meno di una decina di centimetri di appoggio. Le mani avvinghiate ad un inopportuno appiglio, ho abbassato il culo e lasciato che la forza di gravità facesse il resto. Sta adempiendo con particolare fervore al suo compito, magari tutti fossero solerti come le leggi della fisica e come me... Penso che non avrò il tempo di urlare, ti spiacerebbe, vero? Allora urlo adesso, anche se sappiamo tutti e due che non è la stessa cosa. E' strano. Sta finendo dove ha avuto inizio. A pochi passi da qui incontrai An e la cerebra. Qui iniziai a vivere, adesso sto per morirvi. Non mi suicido per rassegnazione o altro, non sono uno sconfitto, credo di aver fatto tutto quel che c'era da fare, di aver detto tutto quel che avevo da dire. La strada è stesa ai piedi dei piloni, neanche cento metri più in basso. Eppure mi sembra di allontanarmi dal cielo grigio di anni luce. Piove, come sempre. Non temere, non ti dirò che sono lacrime versate in mio onore, figuriamoci. Al limite, sarebbero lacrime di liberazione di una divinità irriconoscente. Dici che qualcuno lassù o laggiù gioisce quando ci decidiamo a mollare tutto ciò che di fisico ci appartiene? Sono un dio, sono un mago. Ho creato la mia vita, l'ho tirata fuori dal cappello, come si faceva qualche centinaio di anni fa (facciamo un paio di secoli), solo che li si estreva un coniglio o una colomba. Mi sono concesso la morte: io do, io tolgo, io creo, io distruggo. Sono un dio, allora. Le nuvole perdono concretezza, adesso vedo soltanto una macchia sfumata, come di una telecamera antidiluviana che non riesce a mettere a fuoco all'istante


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