E. by T.A.

Galleristi e Net-art

Galleristi e Net-art: due parallele non si incontrano mai per fortuna.Pubblicato sul network a febbraio 2002._Senza pretese e a titolo non esaustivo voglio esporre la mia personale esperienza circa il rapporto tra Gallerie e artisti emergenti, tra queste e la cosiddetta Net-Art, tra in generale il sistema ufficiale dell’arte (Gallerie, Critici, Istituzioni Culturali, ecc.) e le reali modalità con cui queste si relazionano, per lo più, (quando lo fanno) con le nuove istanze espressive che si vengono di volta in volta a prefigurare nel vasto panorama in ebollizione della cultura underground. E’ un tema questo che, aldilà di quanto in questi giorni si sta discutendo sul network, ho già affrontato spesse volte, insieme, ad esempio, con alcuni studenti dell’accademia di Firenze e di Roma; un argomento dunque che mi sta particolarmente a cuore e che ovunque discuto volentieri perché penso che il mio contributo, avendo collaborato in qualità di selezionatore di artisti emergenti dal 1993 a tutt’oggi per una Art Gallery romana, possa essere, almeno dal punto di vista della testimonianza diretta, molto utile e chiarificatore a chi si affaccia per la prima volta nel ‘sistema ufficiale’ di promozione dell’arte oppure comincia a muoverci i primi passi. Non c’è nulla di personale, per quanto mi riguarda, è ben noto che tutta la mia ricerca artistica dal 1986 ad oggi è totalmente finalizzata alla sperimentazione di un modo di intendere l’espressione artistica non legato essenzialmente alla produzione di merci, (perché sia chiaro fin da subito, una volta per tutte, che come si fa riferimento alle gallerie ed in generale al sistema ufficiale dell’arte di questo si sta parlando: di produzione di merci per la loro vendita) per cui è a scopo puramente comunicativo e di confronto che intervengo e sono intervenuto in merito a questo problema ogni volta che se ne è presentata l’occasione. Io non sono minimamente interessato ad avere rapporti con il sistema ufficiale dell’arte, quindi con galleristi o critici, perché non riconosco loro nessun ruolo all’interno della definizione e/o promozione del mio modo di fare e concepire arte mentre invece lo hanno sicuramente in un arte orientata agli oggetti e alla produzione di merci per la vendita. Queste figure cosi importanti nel decretare il successo di un oggetto o di un tipo di produzione di intellettuale finalizzata al consumo o meglio al consumismo tesaurizzante dei loro collezionisti, non hanno nessun background, in parole povere sono perfettamente ignoranti, e anche perché no poco interessati, rispetto ad una produzione artistica e a una qualità di pensiero che non produce merci per la vendita, che è coevolutiva e che loro ripeto non conoscono e non possono concepire. Per questi operatori di mercato concepire un arte del genere significa ammettere la loro inutilità, cambiare mestiere o chiudere la loro galleria. Aggiungo per onesta intellettuale che ogni qualvolta la galleria che mi espone (poco per altro) ha venduto miei lavori su plotter non si è trattato di altro che di una operazione commerciale stesa a tavolino tra me e il gallerista, tutti e due consapevoli e ridenti rispetto al fatto che la mia ‘produzione’ può essere proposta ad un collezionista solo occultandone il vero valore d’uso. Ogni mio lavoro anche il più gradevole esteticamente è una critica alla individualità conchiusa dentro il diritto d’autore, è una demistificazione del concetto di stile e di autore inteso come elemento discriminante di qualità nell’opera d’arte e tante altre cose che se dette da un gallerista ad un collezionista è come dirgli non comprare più un quadro in vita tua e getta quelli che hai già comprato, ti abbiamo rubato i soldi. Chiarita la mia posizione individuale andiamo avanti, passiamo all’informazione, al confronto. Il mio lavoro nella galleria con la quale ho collaborato e collaboro ha due linee principali attraverso le quali si articola. La prima è quella di visionare artisti giovani, parecchie centinaia l’anno e inserirne 3-4 nella galleria, la seconda è quella di supportare i responsabili commerciali con i collezionisti più esigenti: di fatto si tratta di spiegare al collezionista di turno perché mai comprare tot numero di opere di quel tal artista emergente a quel tal prezzo è un investimento sicuro nei prossimi dieci anni per lui. Certifico l’assoluta originalità dell’artista in questione. Convinco pressappoco il collezionista che se non sta comprando il futuro Van Gogh sicuramente però compra opere di un artista di cui si sentirà parlare nel medio termine e gli spiego per quali caratteristiche espressive della sua opera ciò avverrà sicuramente. Tutto qui. Non mi occupo di prezzi, mi occupo di giustificare i prezzi che paga. Su questo lato del mio lavoro non mi sembra ci sia da aggiungere molto altro se non che il collezionista medio di una art-gallery acquista opere di artisti emergenti pensando che queste si rivalutino; appartiene di solito alla media-alta borghesia (anche se ci sono spesso, ormai da molti anni, collezionisti di un certo rilievo anche nella piccola borghesia e negli strati alti del lavoro dipendente) e che basa le sue scelte di acquisto o sulle considerazioni che galleristi od operatori come me gli fanno oppure sulla ottimistica fiducia nelle sue capacità d’intuito commerciale e gusto. Torniamo alla selezione artisti. Qui c’è molto di più da dire. La prima osservazione che mi sento di fare, non me ne vogliano, è lo scarso background e conseguentemente la scarsa apertura mentale che in genere riscontro tra gli artisti appena usciti dall’Accademia, questo credo dipenda dal fatto che il loro corpo docente con le dovute eccezioni, si limita troppo spesso a far passare loro gli anni ad imitare le convinzioni e le metodologie artistiche che loro come insegnanti ritengono più adatte alla naturale crescita artistica degli studenti e che ‘soprattutto’ sono conformi alla loro visione dell’arte. Per questo motivo mi ritrovo spesso dei giovani artisti con dei patterns precostituiti e ormai difficili da scardinare mentalmente in loro frutto non di una libera ricerca estetica ad ampio raggio ma di una omologazione al gusto o ai principi estetici di chi gli ha fatto da docente. Come asserisce Arnheim questo è il primo assassinio alla creatività di un artista e il colpevole di questo misfatto è la struttura adibita per ruolo istituzionale proprio al contrario. Se ci aggiungiamo che il più delle volte a questo si aggiunge che anche i patterns imposti da questi docenti ai loro alunni sono del tutto rappresentanti di un ottica ed un modo di fare arte superato almeno da 30 anni il quadro è completo. Vi cito solo una cosa a maggior ragione: all’accademia di Roma c’era solo un docente, secondo me, degno di questo nome, il prof. Boatto colui che ha fatto conoscere la pop-art americana in Italia, naturalmente, non ne conosco i motivi, è stato allontanato. Leggenda Metropolitana. Quando comunque in mezzo a questo quadro a dir poco desolante individuiamo qualche soggetto che ancora non è stato del tutto tarpato della sua creatività, il resto lo facciamo noi come galleria. Per quanto ritengo di essere uno di quelli che cercano per quanto possibile di conciliare la qualità estetica del lavoro dell’artista che sto seguendo con le peculiarità commerciali di un prodotto da vendere in galleria, mi rendo perfettamente conto che ciò è un’utopia e che il mio tentativo di mantenere alto il rapporto tra la sua ricerca estetica e il prodotto che gli chiedo di fare, più lo inserisco dentro il circuito commerciale, più è destinato al fallimento o quantomeno a subire una battuta d’arresto quasi sempre irriversibile. Vediamo cosa accade concretamente. Come ritengo che un artista visionato possa essere inserito nella galleria, il problema successivo è quello di capire se la sua linea estetica di ricerca può rientrare nei parametri rigidamente stabiliti dai budget economici tollerabili dalla galleria. In dieci anni quasi che mi occupo di questo aspetto finora non ho visto pagare nessun artista emergente più delle 75-150.000 £ ad opera, al massimo in questa forbice di prezzo nei casi più fortunati per l’artista non sono considerati i materiali (tele o supporti vari di solito) che vengono forniti o conteggiati a parte. Ma garantisco questo almeno all’inizio è veramente raro che avvenga. E’ più facile che l’artista realizzi l’opera di suo e che poi rientri appena dei costi. Quindi tutta la sua linea di ricerca che non rientri in questa condizione economica di costo viene da noi automaticamente cestinata o riconvertita in funzione di ciò. Nel caso questo primo inserimento riscuota i favori dei collezionisti e noi spingiamo in questo senso solo quando vediamo che l’artista in questione riesce a sfornare una buona produzione all’interno di quei parametri economici, allora di solito si passa alla seconda fase: si fa un contratto unico di opere da produrre in tempo x oppure si stabilisce, a seconda dei casi, di acquisire mensilmente e senza impegno un certo numero discreto di opere dell’artista in oggetto (in oggetto in questo caso credo faccia più che da avverbio). Da questo momento l’artista produce merci per la galleria e molte volte il suo lavoro quando esce troppo fuori dagli schemi di gradimento individuati presso i collezionisti gli viene da noi bocciato oppure fatto rifare. Troppe volte ho visto in questa fase del rapporto artisti che da una ricerca seria delle loro capacità espressive passavano, senza rendersene conto, alla produzione di merci e alla affannosa sponsorizzazione di se stessi. Il vero dramma di questa cosa e forse il vero male che facciamo alla loro creatività è che loro, praticamente tutti, come vedono che la galleria comincia a vendere 5-10 quadri al mese della loro opera coltivano l’illusione che questo dato in qualche maniera abbia a che fare con la qualità, l’originalità del loro lavoro. Si credono diventati o sul punto di esserlo degli artisti che con il loro lavoro riescono a campare e per questo di certo più consistenti anche dal punto di vista dell’originalità dell’opera di chi invece non appartiene a questo circuito o fa più fatica ad esservi. Niente di più sbagliato purtroppo. Chiariamo, anche qui una volta per tutte, se ce ne fosse ancora bisogno, che il fatto che uno vende le sue opere in galleria e che riesce a campare con questo o con le vendite private non dice assolutamente nulla circa la vera consistenza, qualità, complessità, originalità espresse dalla sua opera. Questo perché il tempo che lui passa a produrre merci per la galleria è lo stesso tempo che un altro artista, il quale fa un altro lavoro, passa a cercare di conto suo i mezzi di sostentamento: tempo sottratto alla sperimentazione in tutti e due i casi, fisiologicamente e giustamente sottratto ad essa, ma nulla di più sia nel caso dell’artista che produce merci per la galleria sia nel caso dell’artista che suona in un pub oppure fa il bidello o il rappresentante. E’ per me patetico e qualche volta imbarazzante rincontrare artisti nati nella galleria, cresciuti in questo circuito, e vederli per via del loro successo commerciale essere un po’ primedonne e dopo constatare che fanno ancora quasi sempre le cose di cinque anni prima, quando scherzando in privato dico loro: ‘ok abbiamo capito cosa intendevi ma perché non fai qualcosa di nuovo?’ , noto in loro una strana espressione, quasi di meraviglia, come volessero dirmi: ‘ ma come? Perché dovrei cambiare? Ora che i miei lavori si vendono cosi bene? Ora che sono un Artista Conosciuto…..’ La verità è che sono diventati dei buoni produttori di merci e che di fare arte hanno smesso appena messo piede in galleria o meglio fanno arte come la può fare il commesso che vende jeans firmati oppure il rappresentante che vende enciclopedie multimediali door to door. Da parte mia continuo a credere che la migliore opera d’arte del secolo scorso sia stata la realizzazione di Linux il sistema operativo creato da Linus Torvalds e da qualche migliaio di programmatori sparsi qua e la nel mondo (è stato anche premiato per questo Linus) e continuo a selezionare artisti. Due settimane orsono ho incontrato a Roma per discutere con lui un progetto Gabriel Rapetti, persona seria e preparata, secondo me un gran artista. Alla cena cui abbiamo partecipato si è unito a noi uno dei più prestigiosi galleristi del nord, uno di quei personaggi che fanno venire l’acquolina in bocca agli artisti e che ne possono decretare il successo commerciale se vogliono. Beh, è testimone Gabriel, la cosa più intelligente che il gallerista ha detto durante tutta la serata è che l’investimento in arte, preso un arco di tempo di 400 anni, è senz’altro l’investimento a più alto rendimento che esiste. Bene, vorrà dire che se grazie agli studi di Stelarc sulla compatibilità tra nanotecnologie e corpo umano e a qualche altra scoperta genetica riusciremo un giorno a vivere per 500 anni allora sarà il caso senz’altro di comprare un quadro o un oggetto d’arte! Per ciò infine che riguarda l’invito ai galleristi, si sono d’accordo, invitiamoli a discutere serenamente su quanto finora detto, su questi temi, su questi difficili rapporti…sono proprio curioso di vedere in quanti si presenteranno e soprattutto cosa avranno da controbattere! Questo è quanto.
Cristiano Mario Sabbatini from E. by T.A.


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