E. by T.A.

Parola e immagine

Parola e immagine-poesia e pittura. Storicamente si è trovato a dire che tutto quello che un pittore avesse bisogno di dire a parole era dovuto al fatto che attraverso la sua opera visiva non era riuscito nell’intento di esplicarlo in modo esaustivo e completo. Uguale per il poeta che trasbordava il contenuto dei suoi versi in qualche immagine e così di seguito in merito al musicista che produce elementi visivi o al regista che compone musica e via discorrendo, ci sono una serie notevole di combinazioni possibili in questo senso. Tuttavia questa opposizione di base all’uso promiscuo di linguaggi espressivi non ha impedito assolutamente, per tutta la gran parte del secolo scorso, l’accavallarsi, il succedersi, il nidificare all’interno del processo artistico di condizioni di linguaggio tra le più eterogenee anzi sembra proprio che a tale inconsistenza della premessa si sia andata sempre più formando tra gli artisti in senso lato la coscienza e la spinta pratica all’uso ibrido di linguaggi espressivi. Cerchiamo di dare un senso storico a questa tendenza incontrovertibile dell’arte nei suoi ultimi cent’anni di vita che vada oltre il mero senso di rivalsa dell’artista nei confronti di chi sosteneva essere un limite il ricorso ad un linguaggio espressivo diverso da quello di origine. In effetti credo sia risibile pensare che Ezra Pound abbia inserito ideogrammi nei suoi Cantos per far dispetto alla critica contemporanea oppure che lo abbia fatto perché limitato nel componimento poetico, stessa cosa dicasi di Klee: la R inserita in Villa (appunto) R non ritengo sia stata inserita da lui, lì in basso, campita, sulla tela, per fare uno sfregio estetico ai fautori dell’arte a compartimenti stagni. E che dire di John Cage? Pare credibile che il suo silenzio in musica fosse un corollario espressivo di quanto non riusciva a dire sui funghi con le poesie? Viene da ridere effettivamente. Ma allora quale è il significato di queste scelte ibride da parte dell’artista contemporaneo? Ce ne sarà pur uno almeno. Quale è il vero limite che l’artista ogni volta che ibrida il suo linguaggio con tutti gli altri o con uno di essi si è posto in qualche maniera, anche inconsciamente, in cuor suo di superare? E’ stata, è, una ricerca, una ribellione a cosa questi tentativi di ricomposizione dei linguaggi espressivi? Queste estensioni in qualcos’altro, si potrebbe dire, del proprio processo artistico e delle regole che originariamente fa sue. Mi viene in mente che tutto ciò oltre a rispondere ad una motivazione del tutto formale nella ricerca di un artista possa, ad un analisi più attenta, essere ascritto ad una ragione ben precisa, dinamica, multiforme, stocastica, non esaustiva quanto si vuole, ma che ha comunque al centro di questa praxis il rifiuto dell’artista all’omologazione espressiva. Chi è che ha detto in passato che l’artista è sempre un rivoluzionario anche quando lavora alla corte del Re di Spagna come Tiziano? Non ricordo. Penso però che la frase possa essere oggi riformulata cosi: ogni processo creativo ed artistico proprio dal suo versante più naturalistico quasi indipendente ancora dal livello di coscienza con il quale il corpo lo mette in atto tende di suo al non sottostare ad alcuna regola predisposta di linguaggio, per quanto azzeccata e duratura ogni inquadratura con la quale si tenta di recintare il materiale cui può attingere è, per questo processo, non sufficiente, al suo esplicarsi. Questo la dice lunga sulla bontà delle classificazioni storiche con le quali culturalmente si è cercato di dividere l’espressione in linguaggi, apparati, recinti che pur tuttavia arriva a un punto critico nel quale l’evento espressivo non può più starci all’interno, vi deborda al di fuori, non più contenibile dentro le omologazioni che queste divisioni espressive costituiscono ormai per esso. Il processo artistico è talmente rivoluzionario nella sua natura di bisogno proprio del corpo umano che decreta la morte al fine dei linguaggi non più in grado di contenerlo. La parola da sola non è più poesia, l’immagine non è ascrivibile più alla sola pittura o tecnica visiva che sia, il nostro corpo ci vomita di continuo la necessità di rinominare tutto, di ricominciare un'altra storia. In questa tensione espressiva il nostro corpo, se potesse parlare, ci direbbe che la sua estetica non è più pittura, più parola, più poesia ma qualcosa di altro al quale dobbiamo ricercare di dare un nome. Il corpo è il miglior critico di cui si possa disporre e se ci fa aggiungere qualche parola addosso ad un immagine o un suono dentro una pagina bianca_quadro o poesia?_questo non deve passare inosservato, credo, alla coscienza espressiva di ogni corpo artista. Il corpo semplicemente e nella maniera più naturale possibile ci dice in questo modo che non vuole più stare dentro un linguaggio morto o inadeguato, omologato. Ci spiega con una crudeltà tutta sua, una virtù che dona, che qualsiasi contenuto si possa far passare dentro un linguaggio omologato, anche il contenuto più profondo se si vuole, questo all’interno del recinto predisposto, rimane sempre e soltanto omologazione. Al corpo non può bastare la mera novità formale e dentro i recinti di linguaggi morti solo a questo si può aspirare. Al corpo non basta e nemmeno a quella che può essere chiamata la sua veglia espressiva, beninteso non coscienza, veglia. Coscienza, come giustamente afferma Marvin Minsky, è un altro concetto che non esprime più, assolutamente, quanto conosciamo su quello che avviene dentro il nostro corpo, quando riflettiamo su noi stessi e i nostri processi neuronici. Ma l’identificazione di questa tendenza alla non omologazione del linguaggio espressivo del corpo quali conseguenze può far trarre? E’ fine a se stessa oppure ha un qualche senso che può essere correlato ad esempio al rapporto tra processo estetico e contenuto sociale dell’operare creativo? E’ una forzatura, di conseguenza, affermare che un contenuto sociale non può essere adeguatamente riconosciuto all’interno di un linguaggio espressivo omologato? Ne viene svuotato, perde le sue caratteristiche liberatorie, viene sussunto all’interno di uno schema di linguaggio predisposto che ne anodinizza qualsiasi proposito innovativo, di critica sociale radicale? E’ un problema questo di tipo imponente, mai del tutto affrontato dal fare artivistico fino ad oggi, e che non investe solo questo ‘fare’ ma qualsiasi aspetto della critica sociale, del sapere e di tutto quello che viene definita la struttura economica della società nella quale viviamo o siamo ospiti_secondo i punti di vista_ e che semmai investe il fare espressivo proprio nella relazione che esso ha, indubbiamente, con tutto il resto dell’umana praxis. Come quando Marx negli ultimi anni della sua vita si pose un problema del tutto simile: basta cambiare proprietà ai mezzi di produzione se poi rimaniamo a produrre le stesse merci, lo stesso valore d’uso? Detto questo, ritengo ora, sia il caso di provare, dal mio punto di vista, a tirare un po’ le somme di quanto proposto. L’ibridazione del linguaggio, il superamento dell’omologazione rappresentata dai recinti canonici in cui si è espresso fin ora il fare artistico, quindi il tentativo di andare fuori la parola, la musica, la pittura e quant’altro cosi come si sono andate cristallizzando in questa società organizzata secondo la divisione del lavoro e dei saperi, il rifiuto di queste classificazioni culturali può diventare immediatamente contenitore appropriato di contenuto e critica sociale, nel quale, esteticamente si vanno a sperimentare, in maniera oggettivamente persuasiva e nuova, i modi di sentire e rappresentare le cose, il materiale plasmabile che di volta in volta investiamo nel processo creativo e artivistico. Il resto è omologazione sempre e comunque, per continuare il parallelo con la questione posta da Marx è, o fare critica sociale senza cambiare la proprietà dei mezzi di produzione, le gerarchie di potere nella società oppure cambiare questi ultimi continuando a produrre le stesse cose, gli stessi vincoli culturali del modello di società che si vuole criticare radicalmente. Non si esce da questa analisi nel giudizio, nella valutazione di un qualsiasi processo o evento artistico, da questa prospettiva dinamica entro, la quale, tutti volenti o nolenti sono destinati ad incorrere ogni qual volta esternino con il loro corpo un qualsiasi fare estetico e creativo. Non esiste, al momento, una diversa linea di demarcazione per capire dove e in cuor suo, in un luogo qualsiasi del suo far arte, un corpo artista è collocato rispetto ad un cammino di ricerca dinamico che lo vede comunque impegnato lungo la strada che dalla omologazione lo porta a qualcosa che per essere chiamata arte deve per quanto possibile rifiutare l’arte stessa cosi come si è omologata nel tempo. Non è possibile, dentro un processo artistico, innestare credibilmente critica sociale e nuovi modi di percepire la realtà e le relazioni tra individui con i linguaggi e le loro recintazioni che sono di questa società sperequata il substrato culturale cosi come è altrettanto futile ed esteticamente povero di valore un uso ibrido dei linguaggi e dei saperi tecnologici nel fare creativo senza un adeguata connessione di ciò con quanto ci circonda, ci assale, ci vede impotenti su questa terra e a cui mai nessun artista degno di questo nome, nella storia, ha fatto mai a meno di rispondere, di dedicarsi, di immaginare scenari che per l’umanità potessero prefigurare relazioni e destini diversi da quelli storicamente dati. L’artista, il rivoluzionario per antonomasia, oggi, il non omologato collettivo per eccellenza, l’antinarciso post atomico, il media, il catalizzatore di un nuovo ordine sociale, la palestra creativa dove si abbattono le sperequazioni e le differenze di classe, dove si impara a stare creativamente insieme, ad abituarsi a crescere e a relazionarci a gruppi orizzontali con nuove regole, nomi, linguaggi espressivi.Riconosco parte di questo laboratorio tutti gli artisti che collettivamente o da soli, ancora, attingono il materiale plasmabile della loro ricerca espressiva da questi contenuti di non omologazione: il superamento dei recinti di linguaggio e l’innesto all’interno della loro ricerca estetica di tutta la grande tragedia umana, la morte che la circonda, le barriere culturali che ci impediscono di vivere uno accanto all’altro senza sperequazioni insostenibili. Scrivo questo testo per Franco Santamaria http://web.tiscali.it/santamariaPoesia/prefazioni/prefaz3.htm. Che altro dirti amico se non darti il benvenuto tra i non omologati, i corpi artisti,in questa avventura di cui sei anche tu senz’altro parte cosciente e attiva? Che altro dirti che non abbiano già detto di te sotto forma di uso del colore, della parola e di tutto quanto il resto che, dentro il nuovo di cui sei parte, ha veramente poco valore di merito o demerito? Questa è l’arte delle feste, tragiche Franco, divertiti con noi!


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