E. by T.A.

Cinestasi

CINESTASI di Cristiano Mario Sabbatini from E. by T.A.Parlare di cinema per me è come parlare di mio padre, di mia madre, di mia sorella, mio figlio e mia moglie. E’ soprattutto un piacere parlare delle cose a noi più familiari, più care e che pur tuttavia ci riservano quasi sempre delle enormi sorprese che lasciano ammutoliti il nostro sguardo e la nostra coscienza di fronte all’interrogativo angusto: Ma non sapevo tutto di loro? Come è risultato possibile per loro riservarci ancora dopo tanto tempo vissuto insieme questo angolo buio, inesplorato che adesso hanno deciso di svelarci, di lasciarci intravedere, di farci conoscere improvvisamente? Cosa sarà successo? Che cosa li ha fatti decidere a farci questo? Ed è tutto? Cos’altro hanno in testa di rivelarci per i prossimi anni? E forse, pensiamo alla fine, non è proprio questa incertezza, questa curiosità di non poter andare abbastanza in fondo a loro tutti che ce li rende ancora più cari, insostituibili, necessari? Non ce ne facciamo un problema. Passiamo accanto, tolleranti, a tutte le loro sorprese, con simpatia nei loro confronti, continuiamo ad amarli come sempre, indefessamente, convinti che anche la sorpresa più grossa possano farci non sarà mai così traumatica come l’inuttabilità di doverci un giorno privare di loro, anzi ci auguriamo (almeno io) di non dover assistere per nessun motivo a questa inevitabile circostanza. Più li amiamo e più non vogliamo sopravvivergli. Daremmo qualsiasi cosa. Più capiamo che non possiamo decidere questo e più l’inquietudine ci assale, ci mortifica, ci assiste perentoriamente nel non farci godere come si deve anche tutte le sorprese che ancora possono riservarci. Vivaddio.

Non starò a parlare tanto ma è strano che di tutte le cose che ho finora scritto l’unica su cui ancora non voluto dire niente è quella che mi stava più a cuore: il cinema. Non sarei potuto arrivare a nessuna conclusione in questi anni (ammesso che io ci sia anche in minima parte riuscito) senza l’esistenza del cinema. Nemmeno la filosofia che ho sempre studiato o la musica che ho sempre altrettanto fatto, mi hanno così aiutato, interferito come il cinema nella mia ricerca. Lo studio della storia del cinema è stato per me un’unica fonte d’ispirazione per quasi tutte le mie più decenti trovate ed è stata contemporaneamente il laboratorio ideale su cui risperimentare ogni mia intuizione. Ho sezionato i film come i coroner i cadaveri, ho realizzato dentro di me ogni tipo di remake, con tanto di aggiornamento ambientale della scenografia, d’individuazione dei nuovi personaggi, di riadattamento dei dialoghi. Ho sofferto come un cane quando non sono riuscito a dare un volto convincente ad uno dei personaggi dei miei rifacimenti. E oggi a confessarlo non è che mi cimentassi con il facile. Il remake che mi ha dato più filo da torcere ed al quale ancora non sono riuscito a dare una versione definitiva soddisfacente è Dies Irae di Karl Thomas Dreyer. Absalon e il figlio Martin pur con fatica estrema sono un discorso che sono riuscito a far quadrare infine, per la parte di Marta la strega anziana che apre il film ho dato una parte ad una mia zia che la dovreste vedere: è perfetta, ho scelto lei soprattutto per la somiglianza della sua spalla nuda, floscia con quella di Marta, la strega, nella scena dell’interrogatorio tortura da parte del tribunale dell’inquisizione. Anche la madre di Absalon non è stato un grosso problema. Quello che ancora oggi mi lascia perplesso è il personaggio di Anne, la protagonista femminile. Quella che nel film dice a Martin la battuta: ti vedo attraverso le mie lacrime. Il volto di lei deve rimanere fedele all’originale nel tratto, nello sguardo, nella sua sfrenata pacatezza nordica ed io non sono riuscito ancora a dare un volto definitivo a questa donna. Non ci ho dormito la notte ed ho fallito, nessuna che io conoscessi, sia attrice o non, si attanagliava a quel ruolo come io esigevo. Non c’è una seconda Anne da mettere sotto la macchina da presa. Questo è un problema che in fede io non avrei risolto nemmeno se qualcuno mi avesse dato la possibilità effettiva di rigirare Vredens Dag. Ne sono convinto. Avrei fatto invano casting in giro per il mondo senza trovare nulla che si accostasse. E’ dura da mandare giù ma sento che è così. Talmente sicuro che se anche alfine fossi riuscito a trovarla credo che non avrebbe potuto incarnare mai più nessun altro ruolo, in nessun altro film, sarebbe stata sempre e solo Anne, la strega che va sul rogo per aver desiderato la morte di Absalon, il marito. Come il Lenin di Eisenstein, sempre e solo Lenin. Oggi credo, (questo remake impossibile di Dies Irae me ne ha dato una dolorosa e incredibile certezza) che ogni attore non possa che recitare un ruolo solo per tutta la vita. Come Bela Lugosi nella parte del vampiro. Dovrebbe essere una regola non un’eccezione. Ogni ruolo successivo deprezza quello precedente, lo minimizza e un film non può essere archiviato mai per nessun motivo. D’altronde…(sono ossessionato dai d’altronde), per quanto riguarda le comparse nel singolo film questa è una regola di prim’ordine che ho visto con i miei occhi applicare sul set. Una comparsa non può morire in una scena e ricomparire in un'altra viva e vegeta. Per questo motivo in una delle due non compare in viso. Logico, sacrosanto. Delegittimerebbe tutto il film, povera comparsa. Ed è la stessa cosa quando un attore appare in un film e poi in un altro, con un altro ruolo. Mel Gibson è William Wallace e avrebbe dovuto in vita sua dare solo il volto a questo personaggio. Charlton Heaston è Mosè, stessa cosa di Gibson. John Wayne è un Cowboy o una Giacca Blu e non può fare altro senza alterare l’equilibrio dei film precedenti e condannare alla irritante indifferenza quelli in cui interpreta ruoli diversi. Vivian Leigh è Rossella O’Hara e per fortuna gli altri suoi film non se li ricorda più nessuno. Humphrey Bogart è Humprhey Bogart e non ha mai potuto interpretare qualcun altro. Antony Perkins è Norman Bates e non fa ne caldo ne freddo vedere al suo posto Johnny Deep anche se fa finta di farsi una sega prima di uccidere sotto la doccia la disgraziata di turno. Io lo so che queste considerazioni implicano la ridefinizione totale del ruolo dell’attore all’interno della cinematografia ma ne guadagnerebbero senza ombra di dubbio i film. Sarebbero più veri. Eh,eh,eh. E’ sempre alquanto scivoloso cercare di discutere del realismo nel cinema. Un'opera cinematografica è sempre realista in quanto prodotto umano più o meno collettivo. Un film di fantascienza è altrettanto reale di uno sulla seconda guerra mondiale. Tutti e due sono fatti degli stessi ingredienti umani. Quindi il cinema è già di per se un fatto reale indipendentemente dal genere che produce e dai significati che assolve. E’ solo ed essenzialmente reale, intriso di applicazioni umane fino al midollo. Capito Dracula? Aristotele mettiti l’anima in pace. Non si imita niente nel cinema si fa sempre e solo realtà anche quando non ce n’è l’intenzione. Piuttosto si potrebbe a lungo parlare di temi, più o meno prossimi, al concetto di realismo finora applicato a riguardo del cinema. Un film può essere di certo vero o falso. Ovverossia può essere data di un film una definizione che certamente lo avvicina o lo allontana di gran lunga, dalla sua connotazione comunque, abbiamo detto, reale. Un film che si autocertifica appartenente al genere horror o fantascientifico è certamente più vero di un film che si definisce neorealista ma altrettanto reale. E’ già la definizione di neo che, mette il secondo film, in una posizione pericolosa rispetto alla sua veridicità, la quale, dovrebbe dimostrarci che quello che fa vedere è la trasposizione veritiera del fatto che racconta, poiché abbiamo chiarito che al riguardo della sua componente realistica l’aggettivo neorealista non aggiunge nulla all’atto di filmare già reale di per sé e senza bisogno di ulteriore chiarificazione. Quindi un film per essere neorealista dovrebbe sconfiggere il principio dell’indeterminazione od esserne almeno un tentativo lusinghiero di prova. Non si può replicare niente. Ogni ripresa è una nuova realtà, è un’aggiunta di realtà perfino solo il pensiero di macchina da presa, o videotape. Anche l’immagine di sintesi per quanto può clonare la realtà, non ne fa che 2 invece di 1. L’arte dunque non imita alcuno, tantomeno la natura, nemmeno quando riesce a clonarla, è originale se non per qualità per quantità. Ma c’è nell’aggettivo neorealista, dato dalla storia del cinema a film anche importanti, un aspetto ancora più pietoso e che nulla ha a che fare con le leggi profonde della natura che comunque, almeno, fa sempre piacere tentare di contraddire. Facciamo un esempio terra terra come il caso pietoso che voglio esaminare. Sciuscià è falso. Alcuni mesi fa ho girato una video intervista a cui ho dato questo titolo. Mi vergogno un po’ qui ad ammetterlo ma mio padre è stato recluso, mese più mese meno, nello stesso riformatorio dove è stato girato il famoso film di De Sica e ho trovato pochissime corrispondenze di vita tra quello che mi ha raccontato lui e quello che si vede nel film. Nella cella vicino a quella di mio papà le sbarre della finestra si sfilavano da sole e si poteva fuggire in qualsiasi momento. Non è vero come sostenuto nel film che si aspettavano mesi e mesi per il processo: per un reato fac-simile a quello dei protagonisti del film mio padre ebbe il condono giudiziario senza nemmeno essere processato. False sono le finte torture descritte nel film per farsi dire i nomi dei complici dai due ragazzini. Non fregava niente a nessuno dei carcerieri con chi avevi fatto o non fatto questo o quel reato, dice mio padre. Il fascismo ancora serpeggiante secondo De Sica all’interno degli educatori del riformatorio, una cosa patetica, secondo mio padre si aveva tutti troppa fame, fascisti compresi, per preoccuparsene: a quel tipo di restaurazione in quella parte di società si dedicava ben poco tempo. A chi dare ragione or dunque? A papà mio o a De Sica? E’ difficile credere a mio padre ma chi dovrebbe scrivere la storia in questi casi? Che significato può mai avere, nel caso più benevolo, il termine neorealismo dopo quanto detto? Sicuramente si può dire che è più vero e sincero Scream di Sciuscià ma reali purtroppo lo sono tutti e due e non per colpa di Scream.

C’era un attore in attesa. Si domandava: bè allora io che studio a fare recitazione se poi posso impersonare un solo ruolo nella mia vita? Ti pare poco rispetto a chi nella vita non ha neanche la fortuna di riuscire ad interpretare se stesso? Potresti pur sempre ritagliarti un qualunque altro spazio all’interno dell’industria cinematografica: talent scout, aiuto regista, macchinista, sceneggiatore: insomma non vedo quale sia il tuo problema. Non venirmi a raccontare che senti il fuoco della recitazione dentro le tue vene e che senza la possibilità di recitare altri ruoli non puoi stare: relativamente al fuoco nelle vene potresti sublimare questa tua vocazione che ne so rappresentando un giorno si e uno no un bel dramma di Shakespeare in mezzo alla strada oppure per un bel pubblico di handicappati in carrozzella e camicie a mezze maniche. Eccoti accontentato. Cosa altro c’è dimmi, non ti garbano del tutto le mie risoluzioni al tuo problema? Vuoi dire che un attore ha bisogno di altro, di interviste al suo talento, dei mass-media, dei nomi importanti dei registi per cui lavora e di tutta un’altra serie di necessarie stronzate? Ha questo purtroppo devo dirti che non ho ancora una risposta: per l’intervista al tuo talento potrei darti una mano io come nel caso di mio padre ma per il resto non so proprio cosa dirti. Non possiedo un network, uno straccio di radio per concederti l’attenzione che meriti e nemmeno ho amici che li possiedano a cui chiedere il favore. Mi dispiace per te ma poi, insomma, di che ti preoccupi più di tanto, mica mi sta a sentire nessuno a me, era solo una proposta, vedrai che potrai continuare a coltivare le tue speranze d’attore per chissà ancora quanto tempo e chi può mai dire che tu infine non riesca? Ops mi dimenticavo è in uscita tra poco un bel film che forse ti interesserà, s’intitola Final Fantasy (dal famoso videogame), non te lo perdere per niente al mondo mi raccomando, ci sono una serie di attori giovani che sembrano virtuali per quanto sono bravi, ehehehe, fammi sapere cosa ne pensi? Forse è questa la soluzione di tutti i problemi! Uno degli ultimi lavori cinematografici che abbiamo realizzato come E. by T.A. Network (ok attore aspirante divo un piccolo Network ce l’abbiamo a disposizione ma non è quello che pensi tu) è partito da un’idea di sala cinematografica dove invece di guardarlo il film te lo potevi fare. Invece di una poltrona ed un maxischermo, una poltrona, un monitor, una moviola e un po’ si software. All’idea rimasta tale (non abbiamo trovato produttori interessati) abbiamo sostituito un’altra idea che ci ha non poco complicato la vita. Al posto della sala cinematografica abbiamo messo in rete i nostri computer. L’isomorfia è evidente. A questo punto dovevamo stabilire soltanto da quali ipotesi sinottiche iniziare il lavoro e cominciare. In un’idea a partecipazione diffusa come questa non potevamo lasciare agli attanti anche l’individuazione dei patterns, sarebbe stato come mandare a votare la gente per un referendum senza saperne il quesito. Infine, giusto o sbagliato che sia, abbiamo deciso che a fare da argine a questo lavoro fossero l’intersecarsi dei seguenti argomenti: 1) La storia del cinema mondiale; 2) Il concetto di stasi in Joyce; 3) Il quotidiano. All’interno del lavoro comune svolto, durato quasi un anno, con la partecipazione di tutti coloro che anche casualmente sono venuti in contatto con noi durante questo periodo, le tre linee guida si sono andate così strutturando: la storia del cinema ci ha fornito il materiale iconico di base (135 fotogrammi circa scelti da 100 anni di film); il concetto di stasi in Joyce, le epifanie e gli epicleti: la decisione che il materiale iconico prescelto fosse rimontato come un fotoromanzo virtuale, ad immagini fisse; il quotidiano la scelta di un personaggio cui far violare e stravolgere ogni singolo fotogramma del fotoromanzo come a ribaltare una situazione che per lo più, invece, ci vede seduti passivi su una poltrona davanti ad uno schermo.


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