Bianca

Il Faro Bianco
Racconti Di Mare

INDICE
1. NICOLAI DEI GABBIANI
2. ANDREA PRINCIPE DI SPARGI
3. IL GUERRIERO
4. L'ISOLA DEL PESCE
5. IL FARO BIANCO

Nicolai Dei Gabbiani

Tutte le sere, appena il sole non bruciava più sulla pelle e più gentile iniziava a prendere quel colore arancio che presto avrebbe dipinto il cielo, ogni sera, come un quadro sempre unico, quando le barche con i turisti ubriachi di sole, di mare, con i corpi color terracotta, lucidi per le troppe creme, iniziavano a rientrare in porto e i discorsi di tutti richiamavano appuntamenti per una sera e una notte d'estate indimenticabile e sempre uguale se stessa, cento gabbiani iniziavano ad agitarsi, riunirsi, addensarsi e ritrovarsi in un'ansa del porto riservata ai piccoli gozzi dei pescatori dell'isola.
Legni di mille colori e dai nomi che richiamano alla mente una donna amata, un santo protettore o rubati alla fantasia.
C'era una barchina pulita, bella, tutta bianca con delle righe rosse, elegante che si chiamava "Carulì", una tutta blu con una fascia bianca che si chiamava "Daniela", un'altra bianca e blu con una bella targa di ottone tutta scurita dal mare con su la scritta "S.Michele".
Ogni barca avrebbe potuto raccontare storie incredibili di mare, delfini, burrasche, amori e pescate memorabili.
Ogni pescatore, con il viso bruciato dal sole e dal salmastro, la sera in banchina o al bar del porto, davanti ad un buon bicchiere di Vermentino (ma di quello vero, non roba da turisti!) era disposto a raccontarti storie di ricciole grosse come balene e di orate come delfini.
Ma tutti diventavano vaghi e un po' schivi quando dovevano rispondere a domande sull'Uomo dei Gabbiani.
Tutti erano d'accordo a dirti che era un po' matto, che dopo un naufragio subìto quando era giovane, non era più lo stesso, che la sua testa non era più a posto, pensa.. che parlava di vivere solo per i gabbiani!
Ma una sera, d'inverno, Alfredo, un vecchio marinaio un po' grasso e con pochi denti, che quando camminava dondolava sempre un po' di qua e un po' di là e con un passato di pesca di frodo sulle spalle, al bar del porto, mentre alcuni giocavano a carte ed altri fantasticavano sui calamari e le aragoste pescate in quell'anno, si decise e finalmente raccontò la storia di Nicolai dei Gabbiani.
Oggi nessuno sapeva più esattamente il suo nome. Aveva quel soprannome da sempre, nessuno sapeva da quando, ma una cosa era sicura come il sole e il mare: che tutte le sere poco prima del tramonto, quando tutti pensavano a rientrare in porto, Nicolai usciva con la sua incredibile barca, circondato da cento gabbiani reali, alcuni appollaiati sui legni della barca, altri in volo sopra ed altri ancora a seguire, poggiandosi ogni tanto in mare ad acchiappare un connero, un'occhiata di passaggio.
Alfredo giurava che potevi rimettere l'orologio quando vedevi partire quel gozzo bianco e azzurro con una tenda bianca, come per dormirci, dalla quale usciva una grossa barba rossa come quella di Garibaldi e sopra una massa ci capelli ricci, anch'essi dovevano essere stati rossi, tenuti a bada da un cappelluccio di lana blu.
Ed era tutto uno stridere di gabbiani che mentre iniziavano quel viaggio quotidiano verso il tramonto, raccontavano a Nicolai quello che avevano visto, mangiato e vissuto in quella giornata.
Nicolai sorrideva e dispensava sardine e pastone con il formaggio ai più ardimentosi, incitava gli uni e scherzava con gli altri.
Ma il boccone più ghiotto lo dedicava al Re, come lui lo chiamava.
Il Re era un gabbiano speciale. Bianco e grigio forse come gli altri, ma più altero, con un'apertura alare superiore a tutti, con un carisma riconosciuto da tutti i gabbiani delle isole.
Era il Capobranco e si poggiava sulla spalla di Nicolai.
Guardava gli altri che si affannavano a guadagnarsi ogni piccolo pezzetto di pane o litigavano fra loro urlando per una testa di pesce.
Lui no. Lui volava più in alto di tutti, più veloce e sapeva rallentare quasi a restare sospeso in aria a scrutare il mare e in un attimo giù, si tuffava e il pesce non aveva scampo: era suo.
Quando la barchina così circondata, arrivava sotto la Madonnetta, messa li su di uno scoglio per proteggere i marinai, Nicolai, piegando leggermente il timone, si dirigeva lentamente verso Spargi, seguendo la rotta dei calamari, mentre il mare diventava di fuoco e la barca sembrava scivolasse in mezzo ad un incendio di velluto.
Nicolai raccontava ai suoi gabbiani tutto quello che era successo in paese.
Raccontava di quei pazzi dei compaesani che dimenticavano ogni giorno di più di essere isolani e figli del mare, che giravano tutti in macchina e che per fare, pensate, 200 metri di strada, dalla Bottega del Nodo con la stazione meteorologica fino al mercato del pesce insomma, certi giorni ora ci voleva anche un quarto d'ora, tutti seduti dentro quelle scatole di latta, sempre più grosse e costose. Quando da ragazzi tutti giravano l'isola a piedi conoscendone tutte le cale e i sentieri pieni di fichi per arrivarci!
Mah, che tempi strani viviamo diceva Nicolai. Una volta c'erano pochi negozi e senza fronzoli. C'era quello di Berto che vendeva gli ami e le reti, dove si passavano le giornate di burrasca a raccontare prodezze, c'era quello delle sorelle Lena che vendevano i chiodi per riparare le barche e le vernici per farle più belle, c'era quello che vendeva il pane ed il formaggio.
Oggi i vecchi negozi sono stati sostituiti da altri scintillanti e pieni di cose bellissime, colorate ma in fondo inutili.
Raccontava dell'odore del mare che avevano le vecchie case, piene di nasse e di reti, dove qua e là potevi trovare un remo o un pezzo di timone, ma dove c'era sempre l'uscio aperto e qualcuno che ti invitava ad entrare.
Quelle dei compaesani che usavano le macchine, invece, erano tutte lustre di granito lucido, con i mobili finti antichi e il salotto buono.
Le porte erano sempre sbarrate e chiuse a doppia mandata, perché non si sa mai, qualche malintenzionato poteva portar via tutte le loro ricchezze.
Nicolai rideva e i gabbiani stridevano. La sua ricchezza era lì.
Era la sua barca e i suoi gabbiani.
Ma non era stato sempre così.
Nicolai era stato giovane. Era bello. Con i capelli rossi e ricci, con il suo fisico robusto e non grosso, alto e allegro, faceva girare la testa a tutte le ragazze dell'isola.
Aveva la sua barca ed era un bravo pescatore. Ogni sera portava a secco la barca piena di pesce pregiato. All'asta spuntava buoni prezzi e così si era comprato una bella casina tutta celeste come il cielo e piena di sole.
Aveva due belle camere quadrate che man mano si riempivano di mobili fatti durante le lunghe giornate d'inverno con i tronchi tagliati nei boschi.
E così era nato un tavolo bellissimo di legno di eucalipto, rosso come un legno americano.
Nicolai aveva scolpito con un coltellino le fasce laterali e le zampe che aveva voluto terminassero come dei piedi dentro le scarpe e sopra aveva appoggiato un piano per poter cenare con gli amici. Perché Nicolai aveva tanti amici; gli piaceva scherzare e aiutare gli altri. Per questo tutti gli volevano bene e le mamme speravano che sposasse una loro figliola.
Poi venne la guerra e quelli furono giorni neri per tutti. Prima si pensava che quaggiù, dimenticati da Dio, nessuno potesse pensare a loro. Poi arrivarono le bombe perché, meschini, non avevano calcolato che l'isola era quasi al confine.
Nicolai, assieme agli altri giovani del paese partì e andò in terre a lui sconosciute. Combattè per una patria che riconosceva con difficoltà ma che amava con tutto l'ardore della sua giovinezza.
Poi, come Dio volle, la guerra finì, Nicolai ritornò nell'isola. Emozionato e tremante come un bambino, uscì il primo giorno in barca nel suo mare e scoprì che era il più bello del mondo, più profumato e azzurro di tutti gli altri mari. Che le spiagge delle sue isole erano le più belle e colorate di tutte quelle che aveva visto e sì che ne aveva visti di mari e spiagge negli anni della guerra!
Tornato a casa, Nicolai cominciò a guardarsi intorno.
Lui cresciuto senza padre né madre, ma con un vecchio nonno che nel frattempo era morto, adesso, stranamente, a volte si sentiva solo.
Così iniziò a costruirsi una bella stanza da letto. Due comodini ed un comò per la biancheria, un bel letto comodo ed una specchiera con un pettine d'argento.
Perché Nicolai voleva proprio lei Rosa, la più bella del paese. Figlia di pescatori, con i capelli neri neri come il catrame e due occhi luminosi come stelle. Le labbra rosse come il corallo e le gambe svelte e nervose che correvano sempre via quando lui si avvicinava.
Tutti i ragazzi del paese le facevano la corte ma lei li rifiutava.
Saltava sugli scogli e faceva "marameo" a tutti. Rosa sapeva di essere bella e teneva tutti sulla corda.
Il farmacista le regalava profumi, il fornaio faceva dei dolci per lei e spesso sul gradino della porta di casa la mattina c'era un fiore o una stella marina rossa come il sangue.
Ma lei rideva. Prendeva i regali, diceva forse... e sognava Nicolai.
Nicolai, bello, simpatico, sapeva che finché non avesse completato i mobili della casa e messo da parte un gruzzolo di denari non poteva mandare le comari a chiedere per lui, la mano a Pietro, padre di Rosa.
E così usciva che era ancora buio con la barca e pescava tutto il giorno, spingendosi lontano. Tornava la sera, vendeva il pesce e soddisfatto rientrava a casa passando sotto le finestre di Rosa, fischiettando.
Lei sorrideva e rientrava in casa e lui rinfrancato dal suo sorriso e contento della sua ritrosia, lavorava il legno di pero per la camera da letto e intagliava onde, barche, delfini e gabbiani perché al mattino, appena sveglio voleva vedere le cose che amava di più.
A maggio, quando il mirto iniziava a fiorire e cespugli di margherite gialle facevano da cornice a tutte le strade e anche a qualche barca in secca sulla spiaggia, in paese ci fu un grande andirivieni.
Le comari facevano la spola dalla casa di Nicolai a quella di Rosa per mettere a punto i termini dell'accordo e, soprattutto, vincere la resistenza di Pietro, geloso dell'unica figlia.
Rosa, dal suo canto, non faceva altro che correre avanti e indietro per comprare tela e trine.
Il curato si faceva vedere sempre più spesso al borgo dei pescatori per convincere Nicolai a sentimenti Cristiani.
E soprattutto giravano senza sosta le chiacchiere del paese. Ognuno voleva dire la sua e partecipare a quella grande festa che c'era nell'aria.
Finalmente arriva il gran giorno. La chiesa è parata a festa.
Sul Sagrato un Nicolai irriconoscibile chiuso in un vestito scuro come un antico guerriero nella sua armatura e i ricci tutti pettinati e tenuti a bada da una lozione profumata.
Poco dopo arriva la Rosa con un codazzo di parenti.
Bella come non mai, tra due ali di paesani affollati al lati della piazza della Chiesa. Avvolta in una nuvola di velo, ne aveva voluto uno sproposito, il viso rosso per la camminata a piedi e l'emozione e un profumo speciale di mare e di isola attorno a se.
Nicolai aveva voluto per lei il più bello dei mazzi di fiori, il più semplice ma il più tipico: un intreccio di odoroso mirto in fiore.
I primi anni furono splendidi, volarono in un attimo perché Rosa non solo era bella ma anche una tenera compagna.
Spesso accompagnava il suo uomo in mare ed ecco perché Nicolai aveva attrezzato quella sorta di tenda sulla sua barca: per fa riposare ogni tanto la Rosina e proteggere la sua pelle dai raggi del sole più cocente. E insieme pescavano, mangiavano e si riposavano in quella sorta di casa galleggiante.
Non si sentivano le scomodità delle rudi assi di legno, né la fatica di tirare su le reti, in due era tutto più facile e anche più bello.
Erano stupendi i lunghi bagni che facevano assieme per scoprire le tane dei pesci più grossi.
A volte, quando lui si spingeva lontano oltre il confine, e c'era anche pericolo, la lasciava nell'isola di Razzoli presso il faro dove c'era Benito, guardiano del faro più lontano, e Gina la giovane moglie.
Rosa faceva lunghe passeggiate con Gina e raccoglieva la legna spiaggiata dal mare per portarla casa per il camino.
Gina era contenta di vedere un'amica che le raccontasse cosa succedeva in paese.
Poi, insieme cucinavano il pesce che pescava Benito e aspettavano il ritorno di Nicolai..
Nicolai sempre da quelle incursioni marine portava a Rosa ora una stella marina rossa come il fuoco, ora conchiglie stupende che lei indossava come gioielli preziosi.
Ma le comari non erano contente. L'invidia le rodeva quando a sera rientrava quella barchetta pesante per il pesce e piena d'amore e di allegria.
E così cominciarono a dire che una donna in mare, alla lunga porta sfortuna, che per forza che non venivano i figlioli, con una donna così strana che conduceva una vita impossibile.
Sulle prime Rosa e Nicolai ne risero, poi durante i lunghi inverni, quando lei stava a casa ad aspettarlo, Rosa cominciò ad apprezzare le comodità del paese, finché in mare non ci andò più.
Ma era una donna inquieta. In casa non ci stava volentieri e così usciva a fare compere e andava a trovare le amiche come una volta quando era ragazza.
Ma le amiche ormai erano tutte madri di famiglia e tempo per la bella Rosina ce n'era pochino.
Così, piano piano, cominciarono a farsi avanti i vecchi corteggiatori e i nuovi sfaccendati.
Chi era disposto a portarle la sporta della spesa, chi era pronto a riparare quella serratura della porta che cigolava talmente e Nicolai la sera era troppo stanco per ripararla. E nessuno voleva mai accettare niente in cambio, ne' denari ne' un bicchiere di vino.
Erano tutte amicizie innocenti ma il paese già mormorava e quando la sera, Nicolai entrava al bar del porto per bere in santa pace con gli amici un bicchiere di vino, all'improvviso cadeva il silenzio e gli amici più cari, con una scusa, andavano via.
Lui si straniva, tornava a casa ed era nervoso.
Lei che l'avrebbe voluto tutto per se' come una volta, doveva dividerlo con l'uggia che lo divorava e andava a letto indispettita.
E un giorno in cui le reti erano così gonfie da far pensare che a sera con il ricavato di quel pescato avrebbe potuto finalmente comprare quegli orecchini con una goccia di corallo che tanto piacevano a lei, all'improvviso il motore cominciò a sbuffare, poi si fermò del tutto, poi ripartì e poi si spense. Nel frattempo in cielo arrivavano dei nuvoloni ed il mare cominciò ad agitarsi.
Rientrò con mille difficoltà, un po' con il motore al minimo, un po' a remi, a metà mattinata e a casa non trovò nessuno. Attese l'ora di pranzo, mangiò qualcosa, poi il tramonto. Verso sera, poco prima dell'ora in cui lui sarebbe dovuto tornare come al solito, vide Rosa in fondo alla via che tornava correndo, agitata. Le comari al suo passaggio si giravano e tiravano via i bambini.
Lui vedeva dalla finestra tutta la scena, come a teatro, e cominciava a capire.
Finche lei entrò, ancora ignara della sua presenza, tutta affannata, rossa in viso ma mai quanto le due gocce di corallo che le pendevano alle orecchie.
Lo vide e, soffocando un grido, divenne all'improvviso verde come il vestito nuovo ed elegante, ma sconosciuto per lui, che indossava.
La sera stessa tornò a casa di suo padre e dopo qualche giorno nessuno la vide più in paese. Si mormorava che fosse andata in continente. Alcuni dicevano, pietosamente, da una parente; altri, più diretti, con il suo amante. Uno di fuori.
Nicolai riprese la sua vita normale. La mattina a pesca, la sera al bar, dove beveva un po' di più.
Sembrava tutto normale. Però si sa, quel genere di dolore, sopportato per un amore come il suo, totale e bruciante, atteso da sempre, è il più devastante che esista al mondo. E' superiore ad un lutto, anche alla perdita di un figlio.. anche se non sembra.
E così Nicolai, apparentemente viveva come prima, ma era come reciso dentro e in realtà aveva smesso di sorridere, a volte non ricordava più le cose. Non aveva più voglia di fare festa, ne' parlava con nessuno.
Pian piano si stava spegnendo la sua voglia di vivere e sicuramente sarebbe morto se non fosse stato per loro. I gabbiani.
Da sempre, a sera, al rientro all'isola, era seguito dai gabbiani in cerca degli scarti del pescato. E lui, poco alla volta, si era abituato a parlare con loro, a raccontare le sue pene e il suo dolore.
Sembrava che loro capissero, che si ricordassero della bella Rosina che quando andava in barca con lui portava sempre qualcosa per loro. E così, piano piano, solo loro erano i suoi amici.
In paese si cominciò a notare ogni giorno di più la sua stranezza. Parlava da solo. Era sempre irascibile.
E a pesca non andava quasi più.
I giorni di festa e di burrasca stava sempre rintanato in casa a cucire le reti e a bere, non andava più al bar dove era compatito.
Ma ogni sera, qualunque sera, con qualunque tempo, sotto la pioggia o la grandine, prendeva la sua barchina così piccola e strana con la sua tendina e usciva, andava verso la Madonnetta e poi dritto su Spargi, sulla rotta dei calamari. Portava un pastone fatto di pane, formaggio e pesce e lo dava ai suoi amici che lo accoglievano con strida di gioia e di festa.
E lui raccontava loro di Rosina, di lei che aveva inventato quel cibo che era così apprezzato e diceva che era come se lo mandasse lei tutte le sere, apposta per loro.
I gabbiani lo ascoltavano in silenzio, un po' preoccupati, e facevano cenno con il capo che capivano, che sì, Rosina era anche nei loro cuori sempre viva.
In paese, si sa la gente è strana, a volte preferisce una bugia comoda ad una verità scomoda, così un poco alla volta, cominciò a circolare la voce che Nicolai si era stranito dopo un naufragio. Si parlava di una botta in testa da perfetto eroe. Era quello che tutti preferivano pensare.
Passarono molti anni finchè un giorno il borgo dei pescatori si svegliò con uno stridio di gabbiani insistente e inconsueto, forte come non mai.
Sembrava che tutti i gabbiani del mondo si fossero raccolti lì sulla barca di Nicolai a piangere ed urlare.
Qualcuno si ricordò allora, che la sera prima Nicolai non era uscito. Un altro, timidamente, bussò all'uscio che era socchiuso, entrò piano piano e trovò Nicolai, bello come il sole, sul suo letto pieno di mare scolpito, abbracciato forte forte ad un cuscino, come fosse stata una donna, che dormiva di un sonno lungo ed eterno.
L'indomani tutti accompagnarono Nicolai in Chiesa, vestito come il giorno delle sue nozze, come un guerriero nella sua armatura, e poi al Cimitero arroccato in collina che guardava il mare, per l'ultima volta.
E da quel giorno, nessuno lo crederebbe, ogni sera, prima del tramonto, quando l'aria è ferma e tutto diventa rosa e d'oro, lui il gabbiano più bello, il Re, il Capobranco, l'amico di Nicolai, portando con sé ogni sera alcuni altri gabbiani reali, vola silenzioso sulla tomba di Nicolai e spesso lascia cadere dal becco, ora un pesce, ora un sassolino dai colori vivaci, ora un fiore.
Ogni giorno va a trovare il suo amico e gli porta un dono, come per tanti anni aveva fatto lui.
E gli racconta che ora il paese è diverso, che in mare sembrano tutti impazziti con barche sempre più veloci e costose, che di pesci ora non ce ne sono quasi più perché gli uomini scellerati, forti con i loro fucili potenti di fronte a piccoli polpi di tutti i colori, a triglie che brucano nella sabbia sotto le ancore delle barche, a branchi di occhiate d'argento, sparano e sparano, a volte portando trionfanti prede che nemmeno un gabbiano stolto prenderebbe.
E poi con un ultimo stridìo, CIAO NICOLAI, un ultimo volteggio, un colpo di ala e CIAO, lontano nel cielo dorato, CIAO, ci vediamo domani.

Andrea Principe Di Spargi

Da piccolo era un bel bambino. Di quelli che potevi portare in visita dalle amiche.
Sempre timido, salutava i signori e dava i bacini alle signore. Stava seduto educatamente, rispondeva si e no e mangiava i biscotti fatti in casa.
Aveva gli occhi sempre furbetti e immaginavi che sognasse mondi lontani.
Era timido ed aveva pochi amici.
Man mano che passavano gli anni risultava sempre più chiuso e diverso dai compagni di scuola.. Abitava in un quartiere residenziale della capitale, in una piccola strada esclusiva e tutti i ragazzi della sua età avevano dei desideri che, anche se generalmente normali, erano di una tragica omogenea banalità
In primo piano veniva il motorino, non uno qualunque, ma proprio quello lì che tutti desideravano, che tutti adoravano. Il secondo desiderio degli adolescenti del suo quartiere era che tutto l'abbigliamento indossato fosse firmato.
Nessuno indossava più delle scarpe per camminare, ma portavano ai piedi degli improbabili scarponcini sportivi di una determinata marca americana.
Se non li avevi...beh, era dura farsi accettare! Figuriamoci poi se i jeans non erano di quello o quell'altro stilista. L'unica alternativa era che fossero tutti stracciati e vissuti.
E così le felpe, i giubbetti, le sciarpe e così via.
Possiamo immaginare il nostro giovane eroe che si presentava a scuola vestito con dei jeans comprati al mercato dell'usato e dei golf (possibilmente neri o grigi) di provenienza familiare. Leggi "smessi dai fratelli".
Mentre i compagni andavano alle feste e in discoteca, lui frequentava il gruppo laico degli scout e trascorreva le ore dei lunghi pomeriggi invernali nella bottega di Fabio, il falegname del quartiere dove aveva imparato ad amare l'odore dei trucioli, delle colle e dei colori dati ai legni.
A casa sua tutti erano un po' preoccupati. I suoi genitori, laureati professionisti, sognavano anche per i loro tre figli un futuro simile al loro. I primi due figli, un ragazzo ed una ragazza promettevano bene, studiavano e non davano preoccupazioni.
Ma Andrea... non sapevano che pensare. Era un bravo ragazzo, frequentava buone amicizie, ma amava solo le piante e gli animali e soprattutto il mare.
Ma non come tutti. D'estate, sotto l'ombrellone, a fare i tuffi con le ragazze.
Lui no, lui amava il mare. Punto. Ci andava quando poteva e quando non c'era nessuno. A volte marinava la scuola e ci andava tutto il giorno a passeggiare sul bagnasciuga, a raccogliere le conchiglie piaggiate e i legni levigati dal mare che poi portava a Fabio e insieme fantasticavano sulle forme da dare a quei pezzi di legno.
Passava ore seduto sulle dune di sabbia a guardare il mare e sognare isole deserte.
Poi si iscrisse ad una associazione ambientalista e da allora la sua vita cambiò.
L'unica persona della famiglia che lo aveva capito fino in fondo e dal quale aveva appreso l'amore del mare, era suo nonno.
Vecchio ufficiale di Marina in pensione, nonno Alberto aveva un debole per quel nipote così introverso che conosceva sin da piccolo tutti i nomi dei pesci e che si commuoveva in primavera quando tutto era in fiore e le strade del quartiere erano tutte rosa per i petali dei fiori che ogni giorno cadevano a migliaia in terra.
Gli uccelli poi, non avevano segreti per lui. Li riconosceva dal canto e ne aveva fotografati a centinaia.
Perché era fortunato ad abitare in un quartiere residenziale si, ma al confine con un grande parco, polmone verde di quella parte della città e residenza di innumerevoli specie di uccelli.
Nonno Alberto aveva raccontato al nipote, invece delle solite favole di principi e draghi, vere storie di oceani solcati, di isole e mari incontaminati, di scenari meravigliosi con tramonti mozzafiato.
Di pesci volanti e delfini amici. Ma anche di burrasche e giornate così buie che non ci si vedeva di là dal proprio naso, mentre infuriava la tempesta.
Ma da tutto quello che nonno Alberto raccontava, il piccolo Andrea capiva che l'unico dio da amare e rispettare, da godere e temere era il mare in ogni sua manifestazione e tutti i tesori che conteneva.
Nella bottega di Fabio segava, scolpiva, lucidava i legni trovati a mare, cercando di rispettare sempre le forme originali e creava delle piccole opere d'arte. Ora dava vita ad un delfino o ad una balena, ora dal suo legno nasceva un gabbiano o una poiana.
Passava le ore a lucidare quei legni e sognare spiagge incontaminate dove poter vivere.
Ma Andrea era un ragazzo dei nostri giorni, sapeva che era necessario guidare la macchina, usare il computer, avere un conto in banca, cercare un lavoro. e così prese la licenza liceale, classica ovvio, e si iscrisse a filosofia.
Un giorno alla televisione vide un servizio giornalistico. Parlavano della cura dell'ambiente marino, della pulizia dei fondali e delle spiagge, della salvaguardia della natura circostante e della necessità che ci fossero dei volontari per occuparsi di tutto ciò.
Andrea rimase a bocca aperta a seguire tutto il servizio. Gli sembrava impossibile che ci fosse qualcuno che parlava il suo linguaggio e che sembrava che lo chiamasse personalmente. Altro che televisione interattiva!
Il successivo servizio sul "falco pellegrino" gli servì per prendere la decisione della sua vita. Quella era la sua strada.
Il suo primo incarico serio fu quello di seguire un gruppo di ragazzi di varie scuole per una settimana di vacanza-studio in un'isola e nel suo arcipelago.
Partì con loro un giorno di fine settembre e passò i sette giorni più faticosi e belli della sua vita.
Era la prima volta che andava laggiù e fu amore a prima vista.
A settembre il mare ha un colore speciale: è più blu, a volte un po' viola ed il suo profumo è più intenso.
I turisti erano andati via quasi tutti ed in mare c'erano soltanto piccoli gozzi di pescatori che rientravano la sera attraversando il mare dorato del tramonto.
Con alcuni barconi che i mesi precedenti erano stracolmi di accaldati turisti, ogni giorno usciva con i ragazzi e le guide marine del Parco che mostravano loro le isole deserte dell'arcipelago, le cale più segrete, le spiagge più bianche.
Il mare che vedeva era diverso da tutto quello che aveva visto fino allora.
Aveva un colore speciale, difficile da descrivere e un profumo formato da un mix di alghe, mirto e ginepro, unico al mondo.
E su una di quelle barche, la più bella, perché era un veliero tutto ottoni e legni pregiati, con tanto di polena a prua, mentre un ragazzo suonava la chitarra e il suo sguardo era attratto da un cuore inciso sul legno di una panca, con dentro due lettere "P e B" e una data, Andrea prese la decisione.
Sarebbe rimasto lì per sempre. Avrebbe trovato il modo per vivere, quello era il posto sempre sognato.
Tornò in città come drogato. Gli sembrava di vivere in un'altra dimensione. Raccolse le sue poche cose, trasferì tutti i suoi risparmi, prese il suo binocolo, le sue pinne e tutta l'attrezzatura da sub, salutò tutti con una fitta al cuore soprattutto quando abbracciò Fabio e il nonno Alberto e, dopo qualche settimana, senza nessuna incertezza, tornò nell'isola madre dell'arcipelago.
Dopo qualche giorno aveva già un amico.
Maurizio, un ragazzo un po' più grande di lui e con una vita difficile alle spalle.
Era stato un buon marinaio, aveva passato interi mesi in barca per portare operai, materiali ed ingegneri, a volte con le loro famiglie e allora cucinava il pesce fresco, in alcune isole dove erano state costruite delle colossali opere in galleria dai militari.
Il lavoro era duro e gli orari impossibili e lui era un ragazzo combattuto tra il piacere di una bella pescata, la raccolta delle bacche di mirto per farne il liquore più famoso dell'isola, dalla ricetta di sua nonna Ida, e il desiderio di essere un ragazzo come gli altri che si vedevano in televisione. Desiderava vedere i film che non sarebbero mai arrivati, frequentare i locali che non esistevano e di ascoltare la musica americana. In una grande città sarebbe stato un ragazzo come tanti.
Ma lì su quell'isola, con il suo duro lavoro e i suoi sogni, un giorno accettò una bustina di polvere da un soldato americano.
Da allora erano passati gli anni. Aveva toccato il fondo, era stato due anni in una comunità per ritornare a vivere e lì aveva conosciuto Brigitte.
Insieme avevano nuotato per risalire la corrente e avevano capito di avercela fatta quando era nata Sara, bella come un piccolo fiore di primavera mora come il
papà ma con gli occhi azzurri e profondi come la mamma.
Maurizio trovò un lavoro da Biosa il fornaio e Brigitte creava e vendeva dei gioielli fatti con fili d'argento e lucide pietre dure.
Andrea fu accolto come un fratello e visse con loro quel primo inverno.
Ogni tanto, quando il tempo era buono, con Maurizio andava in mare a pesca o a fare un giro, come dicevano loro.
Così imparò a conoscere tutt

'arcipelago come le sue tasche. Divenne amico dei pescatori e dei faristi.
Tutti lo conoscevano e apprezzavano e poiché lui era umile e volenteroso, aiutava tutti ed apprendeva i segreti del mare. E siccome veniva, non solo dalla capitale, ma proprio dai quartieri alti, i marinai lo avevano soprannominato " il Principe."
Ma di tutte quelle isole, quella che lo affascinava di più era Spargi. Così grande, rispetto alle altre, e solitaria, imponente e piena di mistero.
Aveva le spiagge più belle e le cale più trasparenti che si potesse immaginare. Ma l'interno era così selvaggio!
Alcuni dei suoi scogli, a guardia delle cale più suggestive, erano meta di tutti i turisti per la particolarità delle forme scolpite dal vento: il profilo della Strega, l'Italia o il Bulldog.
Andrea passava delle ore sulla strada panoramica a guardare da lontano la "sua isola" e fantasticare.
Finché un giorno notò una barca che si allontanava da una cala dove c'era un pontile diroccato ed un rustico appena nascosto dai ginepri.
Seguì la barca con lo sguardo perché il mare era agitato, finché non la vide ormeggiare al porto, poi non ci pensò più.
Qualche giorno dopo rivide la stessa barca che compiva lo stesso tragitto e, curioso, chiese a Maurizio di chi fosse.
Il suo amico gli spiegò che sull'isola c'erano diversi ruderi disabitati, ma il rustico che si trovava a Cala Ferrigno era l'unico che avesse il permesso di abitazione. Un architetto del continente lo aveva acquistato ed aveva intenzione di ristrutturarlo. Anzi, lui era stato incaricato di trasportare con la sua barca, del primo materiale proprio la settimana successiva.
Andrea attese quel giorno con una trepidazione inconsueta. Guardava il calendario e ogni giorno scendeva al porto a vedere se arrivava la barchina dall'isola. A volte la vedeva arrivare e così già conosceva di vista l'architetto e la sua giovane fidanzata.
Finché il giorno stabilito, aiutò Maurizio a caricare la barca di sacchi di cemento e i due amici si misero in marcia verso Cala Ferrigno dell'isola di Spargi.
Scaricarono assieme il cemento e lui si offrì di cucinare il pesce pescato dai giovani proprietari.
Così fecero amicizia e i due apprezzarono molto quel giovane così riservato e pieno di sapere.
Dopo pranzo Gianni e Lalla, così si chiamavano, si riposarono un po' e i due amici si addentrarono tra la macchia mediterranea di lentisco, ginepro e un mare di corbezzoli pieni di fiori e frutti, fino in cima alla collina che sovrasta l'isola. Visitarono il fortino, ricordo dell'ultima guerra, videro il panorama e i cinghiali selvatici e Andrea si innamorò perdutamente.
Chiese ed ottenne di lavorare lì alla ristrutturazione del rustico.
Passò giorni e giorni a studiare progetti, a visionare materiali, ad acquistare attrezzi.
In paese fece anche un altro incontro fulminante: Elsa, piccola cagna bastardina e randagia, nera e bianca scacciata da tutti e per questo amata di più.
Con i soldi avuti in anticipo riuscì a comprare un vecchio gozzo tutto rattoppato e con un motore che era un azzardo chiamarlo così.
Ma lui era felice. Ci lavorò giorno e notte assieme al suo amico e alla fine, a forza di legno, catrame, vernice e amore, la barca diventò bellissima, almeno per i loro occhi.
Era tutta bianca con delle strisce azzurre.
Proprio intonata alla casa in cui lavorava che doveva essere spartana, tutta bianca con solo qualche tocco di blu.
Poi venne il giorno del varo e si decise di darle anche un nome: il più appropriato. Fu chiamata "Principessa".
Durante il giro di inaugurazione, a cui parteciparono Maurizio, Brigitte, la piccola Sara e, ovviamente Elsa sull'estrema prua come un'antica polena, tutti si sentivano vecchi armatori.
Fu una giornata magnifica, fecero un pic-nic sul mare, visitarono tutte le isole, uno sguardo alla Spiaggia Rosa, una puntata nel Porto della Madonna dove l'acqua è talmente azzurra e trasparente che sembra di stare in Paradiso poi, per il Passo del Topo, dove sembra che la barca tocchi il fondo, una passata a Corcelli e Barrettini e poi, nel primo pomeriggio, dietro front e rientro in porto perché la piccola Sara non prendesse tanto fresco.
la giornata non poteva essere completa se anche la natura non avesse festeggiato la "Principessa".
Ma Sulla via del ritorno, proprio all'altezza di Spargi e la Madonnetta, mentre l'allegra comitiva cantava Battisti, dal mare uscirono due delfini.
Elsa sgranò gli occhi ed iniziò ad abbaiare e i due magnifici delfini saltarono e giocarono felici attorno alla barca, accettarono delle sardine lanciate e poi, addio, un ultimo tuffo e poi sparirono lontano.
Appena arrivati al porto, Andrea tirò a secco la barca e disegnò a prua, su di un fianco, due delfini grigi e azzurri. Da allora furono l'emblema della barca.
Andrea lavorava sodo, come se la casa fosse sua. Imparò mille mestieri: faceva il muratore, il pittore, il piastrellista, l'idraulico e il giardiniere.
Ogni particolare era curato con amore: le porte erano incorniciate di blu come le piastrelle dei pavimenti. Sul camino troneggiavano dei tronchi portati dal mare, sapientemente scelti, modellati e lucidati. Come sarebbe stato orgoglioso di lui il suo amico Fabio!
I gradini furono ricoperti di vecchi cotti e poi il giardino.. tutto intorno andava prendendo forma. Nel suo andirivieni dall'isola madre portava sempre un trofeo: un geranio di un colore particolare regalato da Caterina, una pianta grassa che fioriva in autunno, dono della Signora Osvalda, un piccolo rampicante carico di fiori, consigliato da Corrado.
Su questo Gianni e soprattutto Lalla, gli davano carta bianca. Riconoscevano in lui l'esperto.
Man mano che passavano i giorni i lavori progredivano, lentamente ma si vedevano i passi fatti.
Gianni e Lalla erano partiti e così lui si trasferì a Spargi con l'incarico di proseguire nei lavori e badare alla casa.
Andrea toccava il cielo con un dito. Pensate, lo pagavano pure per realizzare il suo sogno!
Ogni due o tre giorni metteva in moto la barca, attraversava quel piccolo tratto di mare e ormeggiava a Cava Francese. Elsa impazziva dalla gioia. Ritrovava due amici bastardini come lei, di proprietà di Geppo che aveva una casetta proprio lì all'imbocco della Cava di granito, ormai in disuso e che aveva visto tempi migliori.
Un tempo alla Cava si ricevevano commesse da tutto il mondo. Pare che avesse fornito il granito per costruire la Statua della Libertà a New York.
Ancora oggi ci sono le rotaie e i carrelli che trasportavano i massi di granito all'imbarco, direttamente sui pontili.
Da un lato ci sono ancora le baracche degli operai e i macchinari dell'epoca, quasi come vecchi giganti pronti a difendere la Cava.
Andrea ormeggiava lì la sua Principessa, gli piaceva di più del porto, e poi a piedi con Elsa che correva felice avanti e indietro, arrivava in paese, faceva le spese necessarie, salutava gli amici e tornava nella "sua isola".
Pian piano tutti avevano preso a chiamarlo Andrea Principe di Spargi, perché da allora sono passati quattro anni e lui è sempre lì, per dieci mesi l'anno, sempre sulla "sua isola", padrone indiscusso.
Sull'isola oggi c'è un pontile nuovo ed un gruppo elettrogeno, quindi può far funzionare il frigorifero ed ogni tanto si può permettere il lusso di usare la lavatrice. Ma la sera viene illuminata sempre dalle candele e lumi a petrolio.
Il primo Natale di questa strana vita, mamma e papà gli hanno fatto un regalo importante, un telefonino potentissimo con cui poter comunicare in qualsiasi momento e con ogni condizione atmosferica. Ma nonno Alberto era stato insuperabile: gli aveva regalato un "baracchino" con il quale, piano piano, aveva imparato a comunicare con tutto il mondo.
Durante il giorno fa lunghe passeggiate con l'inseparabile Elsa in esplorazione delle zone ancora sconosciute oppure, seguendo sentieri già battuti, va alla ricerca ora di funghi commestibili, ora di erbe o fiori, a volte si siede su di un vecchio tronco e con il binocolo osserva gli uccelli nei loro rituali o scruta l'orizzonte. Ogni giorno cura le galline, zappetta l'orto e ne raccoglie i frutti. La sera legge o, per mezzo del suo prezioso baracchino, parla con altri radioamatori scambiandosi le proprie esperienze.
C'è un problema che ancora non riesce a risolvere: i cinghiali. Da qualche anno ce ne sono tanti su Spargi, forse troppi. Alcuni sono diventati amici: c'è Nicolino e Peppino, una coppia di buontemponi che d'estate, scendono fino al mare a giocare con i bagnanti, ma ce ne sono alcuni, non cattivi, ma indisciplinati sì.
Ogni tanto il giardino della casa o l'orto vengono completamente devastati dalle scorribande di alcuni cinghiali, sui gerani viola, sull'insalata. Tutto buttato all'aria alla ricerca di tuberi. Una volta, d'inverno, ha trovato anche una gallina uccisa.
Quando Gianni e Lalla decidono di passare qualche giorno in quel Paradiso, Andrea li va a prendere all'aeroporto e poi, arrivati a Spargi, li lascia soli nella loro casa e si rifugia nel fortino in cima alla collina, dove si è attrezzato una stanza con tutte le poche comodità di cui lui necessita.
Certo che la lunga esperienza scout fatta da ragazzo gli è servita e non poco!
Nei mesi di Luglio e Agosto, quando i turisti arrivano in massa e le "sue spiagge" diventano piene di romani, milanesi, francesi e chissà chi altri, lui piano piano, prende la sua "Principessa", Elsa, uno zaino e torna a casa, nella capitale semivuota e quindi bellissima. Rivede gli amici e aspetta Settembre.
Una sera d'inverno, mentre fuori c'era un vento che faceva volare, tipico dell'arcipelago, lui con il baracchino si mise in contatto con Lucia.
Per la verità l'aveva già sentita qualche volta e si erano scambiati delle idee. Lei abitava nell'isola di Capraia ed era figlia del guardiano del faro e si trovava in perfetta sintonia con lui.
Quella sera Andrea prese il coraggio a due mani e le propose in incontrarsi. Lei accettò e si decise che venisse lei perché non era mai stata da quelle parti.
Così, un tiepido giorno di febbraio, lei arrivò radiosa come il sole, allegra come il vento, pulita come l'aria.
Conobbe quello strano ragazzo che viveva da solo su di un'isola.
Fu ospite di Maurizio e Brigitte. Rimase affascinata da Elsa, dal mare, dalla affollata solitudine di Spargi. E si innamorò di Andrea.
Ogni tanto si scambiavano le visite e durante l'estate si incontravano dai genitori di lui e si tuffavano nella civiltà godendo delle belle iniziative estive offerte dalla grande città. Andavano al cinema tra gli antichi monumenti, vedevano le mostre, ballavano nei parchi e seguivano gli spettacoli all'aperto.
Si divertivano molto a comprare cianfrusaglie nei mercatini e immagazzinavano nei loro cuori mille esperienze da centellinare per tutto il resto dell'anno.
Questo settembre, alla fine della lunga ubriacatura estiva, sono partiti insieme e sono tornati a Spargi per vivere lì insieme, finché ne avranno voglia.

Il Guerriero

Giovanna era una ragazza bruna e piccolina. Non particolarmente bella, ma carina e con gli occhi verdi.
Andava bene a scuola ed aiutava i compagni.
Ma soprattutto amava il posto dove era nata.
Isola di un'isola, legata solo da un ponte di legno, a sua volta isola di un'altra isola.
Isola stupenda e solitaria. Piena di profumi e colori, come pochi altri posti al mondo.
Isola ricca di colorati corbezzoli, meta preferita di api produttrici del miele più profumato e ricercato per condire le seadas. Gli eucalipti, frusciando al vento spandono Il balsamico profumo mescolato a quello forte del ginepro, del mirto, della ginestra.
I pini fanno la loro parte, con le loro chiome altissime ed il profumo di resina.
In primavera è tutto un risvegliarsi di piccoli fiori, di gemme verdi e poi il mirto, sempre meraviglioso!
Il mare intorno è unico. Mare di mille colori pieno di sorprese e pesci colorati.
Sugli scogli disseminati in mare ai lati del ponte, quasi a guardia dell'ingresso, colonie di cormorani e gabbiani alteri ed immobili scrutano il mare in attesa di prede, o con le ali aperte, stendono un ideale "bucato" in attesa che il sole le asciughi ben bene.
Le spiagge sono tutte splendide. Incastonate in infinite piccole o grandi baie, quasi sempre circondate da scogli di granito scolpiti dal vento, lisci e talmente ben modulati che a volte sembrano cuscinoni di gommapiuma e vien voglia di sdraiartici sopra.
Altre volte le rocce sono rosse, ferrose, friabili e danno alle acque ed alla sabbia su cui sono conficcate, un riflesso rossastro.
Meraviglioso contrasto con l'azzurro limpido e trasparente del mare.
Alcune spiagge sono quasi inaccessibili via terra e ci si approda d'estate con una miriade di imbarcazioni di turisti incantati.
In questo paradiso la strada asfaltata è una sola e porta esclusivamente alla casa museo dell'eroe più famoso. Per il resto c'è una strada bianca che porta alle principali spiagge e taglia, come una ferita, l'isola fino all'estrema punta, Punta Rossa, dove ci sono alcuni capannoni dei militari che ogni tanto vengono qui in tuta mimetica, il volto dipinto e fanno delle esercitazioni in mare ed in terra per prepararsi a missioni lontane.
Per il resto, ci sono dei sentieri più o meno nascosti, che portano agli alti fortini, a spiagge deserte, a boschi incontaminati.
Gli abitanti si contano sulle dita di una mano e molti di questi sono militari che prestano servizio nell'isola madre, al di là del ponte.

Giovanna era figlia di un operaio dell'arsenale militare ed abitava in una casetta che ricordava le favole. Ad un piano, con il tetto rosso ed un piccolo giardino pieno di fiori tutto intorno. Aveva tutte le finestre riquadrate di lastre di granito e tendine ricamate ai vetri. Nel grande ingresso-sala-cucina c'era un enorme camino che raccoglieva attorno a se' tutta la famiglia d'inverno quando il vento fuori fischiava più forte dello scoppiettare dei ciocchi.
Le camere erano piccoline ma con le travi di legno al soffitto, annerite dal tempo e i muri imbiancati a calce.
La mamma aveva cucito per lei ed il fratello dei copriletti con una stoffa meravigliosa piena di pesci, ricci e conchiglie e così aveva fatto pure le mantovane per incorniciare le finestre.
Nel muro spesso e antico, il papà aveva ricavato delle nicchie e mensole sulle quali Giovanna poggiava le foto e i ricordi lasciati dal mare.
Stelle marine rosse come il fuoco e ricci viola come anemoni o verdi o arancioni. Conchiglie con il profumo del mare e legni levigati dalle forme più strane.
La sera, quando andava a letto, prima di addormentarsi, nella penombra data dalla piccola luce da notte, guardando tutto l'arredamento della stanza, sognava di scivolare in fondo al mare in un'immersione sempre diversa e ogni notte più bella.
La casa faceva parte di un piccolo gruppo, tutte più o meno simili. Vicino c'era una piccola cappella e si affacciavano tutte su una baia.
C'era la spiaggetta, un piccolo molo con poche barchine colorate e nient'altro. Per circa dieci mesi all'anno tutto quel paradiso era il suo.
Giovanna andava a scuola nell'isola grande e lì insegnava catechismo ai bambini della parrocchia, andava a trovare le amiche ed insieme facevano le passeggiate lungo il corso ad occhieggiare i ragazzi.
Ma appena poteva, scappava lì, nella sua isola e con un paio di scarpe da ginnastica e la sua inseparabile amica, Teti, era pronta ad avventurarsi per i sentieri più aspri a scoprire panorami sempre nuovi ed angoli sconosciuti.
Un cenno particolare va fatto su Teti, membro ufficiale della famiglia e, ormai, mascotte di tutta la comunità dell'isola.
Perché Teti non poteva certo passare inosservata.
Teti era un terranova di tre anni, nera e bellissima. Dolce ed affettuosa compagna di giochi di tutti e tutti le mettevano da parte un boccone speciale o una carezza.
Teti aveva conosciuto tempi peggiori. Era stata abbandonata sull'isola da alcuni turisti, un giorno si settembre.
L'aveva trovata il padre di Giovanna, sola, piangente, ferita ad una gamba e tutta sporca. L'aveva portata con se a casa e tutti si erano presi cura di quel cane così bello e con quegli occhi così dolci ed affettuosi.
L'avevano curata, lavata e sfamata, adottata ed amata tutti, come fosse stata una bimba trovatella. Le avevano dato questo nome importante e lei lo portava con grazia, da vera dea.

Era stata anche un'eroina. Un'estate aveva salvato un bambino che stava annegando in mare. Mentre la madre urlava sulla spiaggia ed il padre si tuffava cercando di raggiungere il bambino, Teti con un balzo è entrata in acqua, veloce come il vento ha superato tutti i soccorritori, si è tuffata ed ha tirato fuori il bambino, consegnandolo poi in braccio al padre.
Così avevano capito che quel cane, in precedenza, era stato anche addestrato per il salvataggio, come i migliori della sua razza. Ed era stata abbandonata!
Giovanna. Oltre a giocarci come faceva Piero, il fratello, la considerava la sua migliore amica e la portava sempre con se nelle sue escursioni solitarie.
Quando trovava un posto nuovo lei si sedeva su un masso e guardava il panorama e Teti iniziava a correre qua e la, quasi impazzita dalla gioia.
E poi se erano vicine al mare, in qualunque stagione, quel cagnone festoso e tanto simile ad un enorme orsacchiotto, voleva toccarlo e appena possibile, buttarsi dentro, almeno per un tuffo e poi rotolarsi sulla sabbia.
Giovanna sulle prime si arrabbiava perché quella scena significava che poi bisognava lavarla e non era un'operazione semplice ed indolore per quanto riguardava gli schizzi, ma poi rideva felice della felicità dell'amica ed insieme correvano sulle più belle spiagge deserte dell'isola.
Si godevano insieme il tramonto e poi di corsa a casa, via, vediamo chi arriva prima.
Un giorno vennero degli operai per pulire e mettere in ordine una casetta, la più grande del gruppo che da parecchio tempo era rimasta vuota.
Nel piccolo Borgo questo era già un avvenimento!
Tutti erano lì attorno a ronzare e curiosare, a commentare sul colore dato alle pareti e delle nuove piastrelle che sostituivano quelle malandate dei servizi della casa.
Chi sarà il nuovo arrivato? Uno importante!
E sì, ora uno importante lo mettevano proprio lì in quel posto sperduto da Dio! Finché: lo so io chi sta per arrivare! E' il nuovo maresciallo con la famiglia.
Uno che si sa fare rispettare e che arriva dal Nord. Ma che ama il mare e la pesca ed ha chiesto espressamente di stare qui.
Così un giorno di fine giugno, alla chiusura delle scuole, quando l'isola di giorno cominciava ad essere invasa dai turisti, arrivò un camion dei traslochi seguito da un fuoristrada ed i nuovi vicini presero possesso della casa.
In giro, oltre i bambini non c'era nessuno, ma potete giurarci, non ci fu poltrona, lampadario o vaso che non fu soppesato, giudicato e criticato da decine di occhi che sbirciavano attraverso le persiane delle finestre.
Verso sera, quando i turisti, in una lunga processione di macchine, battendo la strada polverosa, abbandonavano l'isola, la gente uscì dalle case come tutte le sere. Mentre alcuni uomini armavano le barche per andare a pesca e altri sedevano a prendere il fresco, le donne con i loro lavori femminili si scambiavano commenti e chiacchiere.

Ma gli sguardi erano tutti attratti da quella casina tirata a lucido, dove dentro ancora c'erano delle persone che montavano armadi, attaccavano lampadari e andavano avanti e indietro.
Poi, pian piano gli operai se ne andarono e i nuovi inquilini uscirono anch'essi con le loro sedie, in giardino a prendere un po' di fresco e riposarsi.
Erano tre persone. Un uomo robusto, con i baffi e l'aria severa. Era il maresciallo.
Una donna dai capelli rossi e ricci, dai tratti gentili e dal portamento elegante.
Avevano un figlio dell'età di Giovanna, alto, moro e riccio. Sembrava molto legato ai suoi ed educato.
Il primo giudizio sommario delle comari fu: "sembrano buoni, si vedrà".
Giovanna si disse: "finalmente una persona della mia età. Speriamo che si possa andare d'accordo".
Mauro, per i primi giorni, aveva un'aria infelice. Aveva lasciato gli amici, la scuola, la sua città per andare a "fare il selvaggio", come aveva confidato alla madre.
Così guardava con aria distratta quel mare che aveva davanti e diceva: "è acqua! E' tutta uguale!" la casa gli sembrava quasi ridicola, piccina com'era!
Ma Teti lo conquistò subito. Assieme a Giovanna facevano lunghe passeggiate sulla spiaggia e lasciavano correre Teti libera e felice.
Un po' alla volta iniziò a vedere tutte le cose con gli occhi di Giovanna.
Cominciò ad apprezzare i vari colori del mare e le sue fredde acque. Si arrampicò con lei sul punto più alto dell'isola e godé del panorama meraviglioso.
Conobbe un'infinità di sentieri pieni di profumi sconosciuti e tutti indistintamente portavano ad uno scorcio, sempre diverso e magico, di quel mare.
A volte andavano a piedi, soprattutto quando affrontavano i sentieri o nei boschi.
A volte decidevano di "andare al mare" e allora via, in bicicletta con un cestino per il pranzo e tanta voglia di sole e mare.
Così Mauro scoprì le più belle spiagge che non avesse mai potuto sognare: la spiaggia di due mari, la spiaggia del relitto, cala Andreana, Punta Rossa, come tanti turchesi e brillanti acque marine incastonati in un antico gioiello di smeraldi. Erano spettacoli mozzafiato, anche se bisognava dividerli con i turisti che erano già numerosi.
E poi attraverso sentieri, arrivavano a Cala Napoletana, Cala Serena e un giorno, dopo una lunga arrampicata, ecco sotto i loro piedi una cala stupenda, Cala Coticcio, chiamata anche Tahiti, il mare di un colore azzurro intenso e trasparente.
Di lassù si vedevano le barche all'ancora e sotto di loro gruppi di occhiate, affamate di pane, lanciato loro dai turisti.
Davanti a tali spettacoli Mauro restava senza fiato e stringeva forte le mani di Giovanna. I loro cuori battevano all'impazzata e in quei momenti sapevano che quello era amore.
Il loro primo unico vero grande amore.
L'amore non ha età questo è vero. Ma quando si è adolescenti, tutto è eterno.
Di fronte ad ogni evento della vita, in genere, un adulto riesce a reagire con la ragione. Un adolescente no. Per lui ogni avvenimento, ogni sentimento è unico. O è bianco o è nero. Figurarsi l'amore!
L'amore, soprattutto quando non è banale, quando non è uno stare assieme perché tutti fanno così, ma quando senti che l'altro dentro è come te, quando assieme gioisci di un tramonto o ti commuovi quando incontri uno scoiattolo o ti emozioni se in acqua incontri una medusa viola con i tentacoli pericolosi sì, ma bellissimi, azzurri e fluorescenti.
L'amore è quell'esperienza unica che ti completa e riempie l'anima.
Quando dopo il bagno, stanchi si sdraiavano al sole, Giovanna poggiava la testa con i suoi lunghi capelli scuri sul petto di lui, Mauro sentiva che bruciavano sul suo cuore, non riusciva a respirare per l'emozione e voleva che quegli attimi non finissero mai.
Un giorno lessero una poesia di pochi versi, diceva così: "Noi siamo angeli con un'ala soltanto, e solamente insieme possiamo volare". Mai nessuna spiegazione dell'amore era stata così fulminante, precisa e sintetica.
Lei leggeva negli occhi di lui la certezza del futuro e questo le faceva tremare il cuore. A volte era convinta di non riuscire a sopportare il peso di quell'amore, le sembrava che il cuore le dovesse scoppiare e le tremavano le gambe.
Non avevano bisogno di parole, di dirsi tutte quelle cose melense che dicevano gli attori nei film o che raccontavano i compagni di scuola. Loro non ne avevano bisogno. Tutto era scontato fra loro.
Mauro diceva che non se ne sarebbe mai andato. Lei taceva.
Lui progettava di realizzare il suo grande sogno: dentro il suo cuore si sentiva militare: voleva partecipare al concorso in marina, fare l'ufficiale e poi chiedere il trasferimento lì. Era sicuro che l'avrebbero accontentato, in fondo era una base militare.
Spesso, usciti dal mare, con i capelli bagnati, giocavano "al guerriero". Con le alghe bagnate lei gli modellava direttamente sul corpo le mostrine di un esercito di pace e i gradi più alti. Con la posidonia spiaggiata, gli costruiva addosso una corazza. E lui, con il fisico da dio greco, brandiva la sua spada fatta ora con una canna con ancora le foglie attaccare, ora con un bastone, e guidava il suo esercito all'attacco.
Giovanna rideva e lo chiamava "il Guerriero".
E nel suo cuore sapeva che il "suo Guerriero" aveva vinto la sua battaglia e lei era la preda.
Così passarono quei meravigliosi mesi e venne l'autunno. Il più bello della loro vita.
I turisti erano andati via e l'isola era tornata ad essere tutta loro.
Il mare d'autunno, fra quelle isole è uno spettacolo che ti prende allo stomaco, ha un colore più scuro, a volte anche violetto. Il cielo è stranamente più limpido e l'aria è come sospesa.
I tramonti hanno la violenza di quelli orientali. Ogni sera ti sembra di morire con il sole. La respirazione rallenta finché il sole, come un'immensa palla arancione, si tuffa laggiù, tra il mare tutto d'oro e il cielo di mille colori. Poi, sembra che tutto si fermi fino all'indomani mattina.
Passato l'autunno, arrivarono le piogge, il freddo e una mattina incantata, arrivò addirittura la neve. Poca ma sufficiente per fare impazzire tutti i bambini e i gatti del piccolo borgo. Teti all'inizio non capiva bene cos'era quella roba bianca e fredda che veniva giù dal cielo e si poggiava sulla spiaggia.
L'annusò, l'assaggiò e poi ci si rotolò sopra. Ma durò poco.
D'inverno, si sa, fa buio presto e dopo fatti i compiti, nelle case si accendevano i camini ed i vecchi raccontavano fatti favolosi e storie magiche.
Come una lunga collana di perle, passarono i giorni dell'inverno e all'improvviso arrivò la primavera.
Con il tepore delle giornate ed il risvegliarsi dei fiori gialli ai bordi delle strade, arrivò la notizia.
Il maresciallo, finito l'anno di addestramento, sarebbe tornato al nord.
E con lui la bella moglie dai capelli rossi e ricci e suo figlio Mauro.
Un trasferimento come tanti, in quelle isole piene di militari italiani e stranieri.
Il cuore di Giovanna cominciò a battere in maniera strana, ogni tanto sembrava si volesse fermare.
A volte, di notte, piangeva e provava ad immaginarsi di vivere un giorno senza il suo Guerriero.
Non ci riusciva. Non era possibile. L'unica cosa che le veniva in mente era come se qualcuno potesse passare, con un grande pennello, una mano di grigio sulla sua vita.
Tutto sarebbe rimasto uguale: il sole, il mare, le pinete, Teti, le spiagge ed il loro amore.
Ma nulla sarebbe rimasto uguale. Tutto sarebbe stato un po' più grigio e meno splendente.
Giovanna e Mauro passavano tutto il loro tempo libero abbracciati. Come se ogni abbraccio, ogni contatto, fosse messo in una sorta di dispensa da riempire fino all'orlo. Dove poter attingere nei giorni futuri di solitudine.
Una mattina di settembre, mentre un cormorano si tuffava per acchiappare il suo primo pesce della giornata e uno stormo di gabbiani strideva per assegnarsi il territorio, mentre l'aria si scaldava e illuminava con la stessa precisa metodicità di ogni giorno, arrivò una squadra di operai per imballare piatti, smontare armadi, staccare lampadari nella casa del maresciallo.
La gente del borgo si fingeva un po' distratta per discrezione, buttava un'occhiata a quella novità e poi si immergeva nelle proprie occupazioni.
Soltanto Teti era rimasta seduta li, ad una certa distanza, immobile e con aria preoccupata.
Verso sera, la gente cominciò ad uscire fuori casa a prendere il fresco, chiacchierando di quella stagione particolarmente lunga e calda, era come se non volesse finire mai e delle spese fatte quel giorno al mercato.

Il giorno di mercato era un avvenimento. Si aspettava, per tutta la settimana, che arrivasse Alì Babà con tutta la mercanzia esistente al mondo, per poi accorgersi che arrivavano sempre le solite bancarelle, con sempre le solite cose. Ci si sentiva un po' delusi, ci si accontentava lo stesso e dall'indomani si iniziava nuovamente a sognare Alì Babà per la prossima settimana. Questo era il fascino del mercato settimanale.
Quando fu quasi buio, uscirono a prendere il fresco anche il maresciallo e la sua famiglia. Stanchi e con l'aria un po' triste.
Questa volta però tutti si avvicinarono a scambiare due chiacchiere. Chi salutava affettuosamente, chi portava un dono per ricordo, gli uomini parlavano con aria più distaccata di servizio e di pesca e tutti si passavano indirizzi e numeri di telefono.
Mauro e Giovanna, seduti su uno scoglio lontano, nel buio più profondo di quello reale, nel silenzio più sordo che avessero mai udito, stavano fermi a guardare il mare e si stringevano la mano.
Poi lui cominciò a dire che avrebbe scritto tutti i giorni, che sarebbe tornato, che nulla ormai avrebbe avuto un senso al di fuori di quell'isola incantata. Che quel profumo di servaggio e di natura ormai ce l'aveva addosso e che lì avrebbe voluto vivere per sempre.
Giovanna guardava il suo guerriero e se lo immaginava bello, forte nella sua armatura, pronto ad affrontare chissà quali nemici in quella Crociata senza senso.
Lei aveva bisogno di credere a tutto quello che sentiva in quel momento.
Beveva tutto con tutti i pori della sua pelle, perché era quello che voleva sentire. Ma, nello stesso tempo, sapeva che lui non sarebbe più tornato e che forse non l'avrebbe rivisto mai più.
Per questo taceva.
Lui le regalò la sua macchina fotografica, perché diceva, non avrebbe più fotografato niente di così bello.
Lei, erano un paio di giorni che ci lavorava, gli regalò un pupazzo, fatto con le sue mani: un guerriero fatto di legni, alghe secche, latta e stoffa, dipinto con cura da sembrare un prode paladino. Anzi ne aveva fatti due. Uno per lui ed uno per se.
Tutto l'inverno Mauro scrisse quasi regolarmente. Le raccontava di cose a lei difficili da immaginare. Si era iscritto all'università in una grande città del Nord e parlava di lezioni, amici nuovi, metropolitane e fast-food. Di una vita notturna inimmaginabile laggiù nell'isola, dove al tramonto, nella calma quiete della sera ci si preparava per andare a dormire. Poi le lettere non arrivarono più. Una cartolina ogni tanto, poi più.
Una sera, era andata con le amiche nell'isola madre perché in paese era arrivata la fiera, c'era festa. E lì, tra le varie luci del Luna Park, tra l'odore dello zucchero filato e le mille luci colorate di una giostra, ripensando al verso di una canzone, Giovanna idealmente capì che doveva togliersi quelle "ali affittate ad un baraccone, perché volare da soli è solamente un'illusione".

Capì che il suo "Guerriero" era morto combattendo in quella Crociata che era la vita vera fuori dall'isola e che era rimasto soltanto il ricordo di un amico speciale, di un ragazzo normale, lontano da lei miliardi di anni luce che, per un attimo, le era passato vicino.
Però, in un angolino, su una mensola scavata nel granito della sua camera, vicino ad un riccio viola, c'era sempre un guerriero luccicante nella sua armatura di latta, sorridente e che ogni tanto lei poggiava sul cuore per lenire un sordo dolore di una ferita che non si sarebbe mai rimarginata.

L'Isola Del Pesce

Marc quella sera era passato a prendere Ingrid al termine del lavoro e rientravano a casa in silenzio, come al solito.
Ma era una sera diversa dalle altre. Era il loro venticinquesimo anniversario di matrimonio, ormai finito da un pezzo. Stavano ancora insieme perché.. già! Perché? Nessuno dei due sapeva il perché, ma sapevano entrambi che quel matrimonio, civilissimo come sempre, quella sera si sarebbe concluso.
Avevano deciso così. Una cenetta a lume di candela, preparata con cura, per definire gli ultimi accordi e poi dalla prossima settimana Marc si sarebbe trasferito provvisoriamente nell'appartamento della ancora più provvisoria compagna, leggi ultima segretaria.
Ingrid sapeva delle scappatelle di Marc degli ultimi anni e, se all'inizio aveva provato una lancinante fitta al cuore ed un sordo dolore allo stomaco, alla fine se ne era fatta una ragione.
Negli ultimi anni qualcosa si era spezzato. In fondo, in coincidenza, lei era diventata sempre più freddina, assente.
Le sembrava sempre più spesso di avere un estraneo in casa, alla sua tavola, nel suo letto, nella sua vita. Le sembrava , quando pensava al giorno del suo matrimonio, di aver sposato un'altra persona. Un giorno aveva sentito una battuta da un'amica che diceva che il marito, in fondo, non ti è neanche parente. Ci aveva pensato un po' su e aveva dedotto che in effetti Marc, con i suoi egoismi, la sua mancanza di sensibilità, la sua musica classica (lei aveva iniziato ad odiarla!) , non le era neanche parente. Era un conoscente e, a volte, un perfetto sconosciuto.
Adesso avevano raggiunto una posizione sociale, una certa disponibilità economica e ad entrambi quel matrimonio contratto da ragazzi e che doveva durare per sempre (chissà chi aveva inventato una espressione così stupida: " per sempre!" Mah!) stava un po' stretto.
La serata era tiepida, era quasi la metà di giugno e Vienna in quella stagione è magica. Si sente nell'aria voglia di vacanza e tutte le finestre sono colorate di fiori profumati.
Entrambi erano abbastanza sereni. Si fermarono a bere un aperitivo all'American Bar e poi dritti a casa.
Arrivati nel vialetto del garage, Ingrid scese dalla macchina e mentre Marc parcheggiava, lei ritirò la posta, poi assieme si avviarono verso l'ingresso della villetta. Lui aprì la porta e.... sorpresa! Si accesero tutte le luci e videro il salone pieno di amici e parenti con i calici in mano.
Era una festa a sorpresa per il venticinquesimo anniversario di matrimonio. Nessuno immaginava che per loro dovesse essere la sera della rottura e chi si era accorto che qualcosina non andava, riteneva che una festa così ed un regalo così avrebbero appianato tutto!

E si, perché c'era anche un regalo. Nonno Arthur e zia Martha, i più anziani della comitiva, consegnarono loro una busta misteriosa con tanti auguri da parte di tutti.
Ingrid, curiosa, l'aprì e uscirono due biglietti aerei e diversi fogli.
Marc iniziò a leggere e lentamente capì che si trattava di una vacanza di nove giorni in un villaggio turistico in Italia. A prima vista la località indicata non diceva nulla, non l'aveva mai sentita ma poi, tra i vari fogli allegati trovò una sorta di cartina che indicava il villaggio, unica costruzione esistente su di una piccola isola, con il nome di un Santo, facente parte di un arcipelago a nord dell'isola più grande italiana nel Mar Tirreno.
Le foto del depliant turistico erano estremamente allettanti, la voglia di vacanza era tanta, unico handicap: questo secondo viaggio di nozze era arrivato con almeno cinque anni di ritardo.
Si guardarono negli occhi, sorrisero e poi si dissero: ma perché no, cosa vuoi che siano nove giorni di più o di meno!
E' una bella vacanza, pagata. E in Italia, al sole, al caldo.
I giorni seguenti furono frenetici. Ingrid, veterinario noto in città, dovette disdire una serie di impegni, un congresso (noioso), trovare un sostituto, comprare una serie di costumi coloratissimi, tra cui un bikini mozzafiato con un pareo trasparente il tutto con i colori del sole al tramonto, trovare le creme solari ed occhiali da sole.
Marc fu occupatissimo ad affidare lo studio di architetto nelle mani dei due soci, a cercare una vecchia canna da pesca in garage ed un cappelluccio per il sole in
soffitta e, soprattutto, a convincere la lacrimosa Marie Anne che nulla era cambiato fra loro e che con la moglie avrebbe fatto vacanze separate, che le avrebbe portato un bel regalo e che sarebbe tornato in un battibaleno più innamorato che mai e pronto ad iniziare una appassionata convivenza "per sempre" con lei.
A conferma di tali buoni propositi telefonò, davanti a lei, al numero indicato sul depliant per chiedere, in un improbabile italiano, una camera con due letti separati. E sperò che avessero capito.
Finalmente la domenica stabilita, carichi di bagagli come se dovessero conquistare l'Italia e non stare soltanto al mare per pochi giorni e con pochi abiti addosso, come Dio volle, salirono sull'aereo che li portava in quella strana vacanza di separazione che non avevano voluto ma che, in fondo, li elettrizzava.
Sapevano entrambi che quelle due ore di volo li avrebbero portati in un posto caldo, bello, pieno di bella gente e.. chissà davanti a quali avventure.
Quando l'aereo atterrò, sentirono un pizzico di rimpianto. L'aeroporto sembrò loro troppo piccolo, figurarsi non c'era neanche il bus che li portasse all'uscita!
E poi il caldo, in confronto a Vienna, era soffocante. L'attesa dei bagagli, estenuante.
Ma la ragazza che li accolse era giovane e simpatica, la macchina aveva l'aria condizionata ed era comoda e così iniziò l'avventura.
In quell'oretta di tragitto che li separava dal paradiso, lungo quel tratto di strada che percorsero, videro una natura mai sospettata, scorci di mare e colline da cartolina, lessero nomi di località difficili da pronunciare, ma conosciuti perché su tutti i giornali, d'estate, erano citati data la frequentazione del jet-set internazionale.
Passarono per Porto Rotondo, Porto Cervo, Capriccioli, Cala di Volpe, San Pantaleo, Baia Sardinia.
Fu come se per incanto fossero capitati, che so, in Egitto e, durante un piccolo giro turistico di un'ora, avessero visto tutto il museo Egizio, il Cairo, la Sfinge, le piramidi, il Nilo ed il deserto con le sue oasi. Pensavano : ma più bello di così cosa può esserci? Questo e il massimo! Il resto sarà sicuramente peggio! Invece no, ad ogni passo una nuova sorpresa li attendeva.
Ben presto arrivarono al Porticciolo di Palau, dove una piccola imbarcazione li portò in un decina di minuti, nell'isola designata, tutta verde di macchia mediteranea,
a prima vista tutta deserta ad eccezione del villaggio turistico dove stavano sbarcando.
La prima sensazione fu un forte profumo che ti prendeva stranamente al cuore. La loro accompagnatrice li informò che era l'odore del mirto e del ginepro, tipico di quelle isole.
Fu assegnata loro una delle stanze più belle. Era la loro seconda luna di miele, li informò Antonello, il ragazzo della reception, quindi era stata prenotata e riservata per loro una suite, piena di fiori, con accesso diretto alla spiaggia e vista panoramica.
Unico neo: né quella né nessun'altra camera era prevista per i letti separati. Antonello, anzi, fu leggermente sorpreso della richiesta. Nessuno gliela aveva mai fatta, lì.
Si cambiarono in fretta e subito in spiaggia. La prima cosa che attrasse la loro curiosità fu un'isoletta piccola, con una spiaggetta minuscola che si trovava proprio di fronte a quella del villaggio.
Di forma leggermente allungata, verde sulla sommità, circondata da alcuni scogli, era quasi il simbolo di quella terra. Così vicina e così solitaria, profumata ed ospitale.
Chiesero e seppero che si chiamava "Isola del Pesce" e quelli del posto dicevano che era magica e ridevano.
Entrambi decisero di raggiungerla a nuoto e detto fatto si immersero in quell'acqua che nessun pittore sarebbe capace di riprodurne il colore e la trasparenza.
Avevano l'impressione di aver attraversato il muro della realtà scendendo da quell'aereo e tutto quello che vedevano e sperimentavano con il loro corpo, fossero sensazioni irreali, che non stessero succedendo a loro. Eppure compivano gesti, si scambiavano sguardi, sorrisi, sensazioni come se fossero oggetti preziosi tirati fuori per l'occasione, da un vecchio baule. Dal profondo dei loro cuori.
Arrivarono all'Isola del Pesce dopo poche bracciate, la esplorarono in un centinaio di passi attraverso sentierini di terra e si sdraiarono così bagnati sulla calda sabbia rosata della spiaggia.
La sera, dopo una cena squisita a base di pesce, Marc fu chiamato al telefono
dalla sua Marie Anne, già preoccupata del silenzio di tutto un giorno. Marc, leggermente infastidito, si giustificò, raccontò un po', glissò sulla faccenda della stanza e su tutta la bellezza del posto. Rassicurò la lontanissima fidanzata e per fortuna, cadde la linea.
Quella sera andarono a dormire subito. Erano stanchi ed emozionati.
Ingrid non prese il solito sonnifero, Marc non si preoccupò eccessivamente delle sue piccole manie contratte con il tempo.
Dormirono entrambi di un sonno profondo e rilassante.
La mattina Ingrid si svegliò con una piacevolissima sensazione di calore che non derivava dalla temperatura, ma dal suo interno, cercò di girarsi ma si trovò
abbracciata stretta al corpo di suo marito. Suo marito! Era da tempo immemorabile che non lo sentiva più tale ed era da tempo immemorabile che non si sentiva così bene.
Piano piano sgusciò fuori dal letto e dalle sue braccia e subito si sentì come privata di un dono. Avrebbe voluto tornare indietro e riaddormentarsi di nuovo in quell'abbraccio.
Guardò quell'uomo e lo trovò ancora bello, nonostante la barba da tagliare e i capelli in disordine che tradivano qualche capello bianco.
In fondo aveva 49 anni e se li portava splendidamente. Era alto, robusto, non grosso ed aveva una buona muscolatura.
Si sedette davanti allo specchio, vi gettò uno sguardo e quello che vide la confortò. Anche lei aveva i suoi anni, 46 per l'esattezza, ed era ancora piacente e con la pelle liscia e tonica.
Si erano sposati presto. Chissà perché tanta fretta?! Non ricordava più bene. Anzi non voleva ricordare. Iniziò a spazzolarsi i capelli e, quasi morbosamente, le si affollavano i pensieri.
Si ricordò di un bel ragazzo, con i capelli un po' lunghi, cortese e premuroso.
Le portava sempre delle violette. Chissà dove le trovava, in tutte le stagioni!
Era allegro, divertente. La portava a teatro, a ballare, al cinema e diceva che niente senza di lei aveva gusto.
Un giorno che lei aveva un esame difficile e non aveva voluto che l'accompagnasse in facoltà, se l'era trovato all'uscita, sotto la pioggia che l'aspettava da ore e da sotto la giacca aveva tirato fuori il solito mazzetto di violette un po' sgualcito e bagnato.
Dio quanto l'aveva amato!
Le venivano in mente le lunghe passeggiate in montagna, quando lui l'aiutava ad arrampicarsi o le dava la mano per facilitarle la discesa e lei adorava quei gesti un po' fuori moda. Ricordò quel giorno che le raccolse una stella alpina e poi fecero l'amore.
Ecco perché la portava ancora nel portafoglio, un po' ingiallita, in uno scomparto speciale. Quel giorno si sentivano vicini a Dio e allora pensavano di sapere cosa significasse l'espressione " per sempre".
Amarsi a contatto diretto con la natura, di un amore così profondo e puro, non era cosa da uomini, ma degli angeli.
Così aveva detto lui dopo, abbracciandola stretta stretta. E sì, per tanti anni, dopo l'amore, lui non si girava come fanno tutti gli uomini, ma la voleva lì, stretta stretta per farla sentire più sua e più importante per lui.
Ma poi cos'era successo?
Fu interrotta nei suoi pensieri da uno sbadiglio di lui. Si era svegliato. Si alzò, si stirò, le carezzò i capelli perché disse, si sentiva felice: "non so perché, ma erano anni che non dormivo più così bene, mi sono svegliato con la strana sensazione che mi manchi qualcosa vicino, che avevo dormendo. Ingrid non trovi sia strano? Comunque mi sento bene!"
Lei sorrise e non rispose. In effetti era un po' turbata.
La giornata trascorse vedendoli curiosi a scoprire il villaggio, a valutare le varie proposte offerte, ad apprezzare il buon cibo italiano, a scambiare opinioni con gli altri vicini di tavolo o di ombrellone.
Verso sera fecero una bella nuotata intorno, tra i pesci e le stelle marine e poi tornarono sull'Isola del Pesce a riposarsi.
Pian piano divenne un'abitudine. Tornare la sera a passare un po' di tempo in contemplazione del panorama e del proprio cuore. Lì erano veramente soli a mettere in ordine i pensieri e i sentimenti.
E sì, mettere un po' d'ordine ci voleva! Perché c'erano alcune cose che non quadravano. Erano arrivati lì che non si parlavano quasi più. Non trovavano più niente da dirsi.
Ora stavano tutto il giorno a raccontarsi cose, a scambiarsi impressioni.
E poi Marc la prima volta che l'aveva vista uscire dal mare, con la pelle un po' rossa dal sole, in uno dei nuovi costumi che lui non conosceva, ma che le esaltava magnificamente la figura, era rimasto senza fiato.
Con aria indifferente la guardava e pensava quanto aveva desiderato quel corpo, prima ancora di parlarle.
Lui seduto al caffè, la vedeva passare per andare all'università, pedalando con le gambe nervose e i capelli al vento.
Quando passava, in qualunque stagione fossero, lui aveva la certezza che fosse primavera e gli piaceva immaginare di sentire un profumo di violette.
Poi, un giorno, era appena piovuto, lei svoltando l'angolo, scivolò e cadde.
Lui balzò in piedi e in un attimo l'aiutò a rialzarsi, le toccò e pulì il ginocchio sbucciato, raccolse la bicicletta e benedisse Dio per averla fatta cadere e averle dato quel sorriso.
L'indomani, l'aspettò, la salutò, con la mano le fece cenno di fermarsi e le regalò un mazzetto di violette.
Un po' alla volta scoprì che era stupenda. Allegra, amava le sue stesse cose. Adorava la montagna e nuotava in piscina. Sapeva sorridere al momento giusto e commuoversi delle stesse sue cose. Si divertivano assieme e lo capiva come nessun altro, oltre sua madre finché era vissuta.
L'amava come nessun suo amico gli avesse mai raccontato che si potesse amare. Era felice quando la pensava e si sentiva sciogliere il cuore quando le toccava i capelli e carezzava la nuca.

Per anni aveva ricordato lo sguardo di lei terrorizzato quando lui stava cadendo da un dirupo in montagna e subito dopo quanto aveva apprezzato il suo pianto di gioia liberatorio quando la riabbracciò sano e salvo.
In fondo all'armadio, in una scatola nascosta, teneva ancora una sciarpa fatta da lei, con le sue mani. Veramente orribile, lunghissima e tutta a strisce di colori sgargianti, ma così apprezzata ed usata. Ci si scaldavano tutti e due abbracciati su una panchina. La loro panchina, dove una sera mentre le teneva le mani, le chiese: "Cosa sarebbe la vita se non ci fosse l'amore?" lei per tutta risposta si girò verso di lui con gli occhi lucidi e le labbra morbide e profumate. Fu un primo bacio inesperto e, per questo, unico.
Marc non pensava di ricordare più tutte queste cose, anzi se ne vergognava un po'. Non sapeva di ricordare ancora quanto l'aveva amata e desiderata "per sempre".
Soprattutto non ricordava più perché e quando aveva smesso di amarla.
Quel giorno quando lei uscì dall'acqua del mare con il suo corpo così vivo e pieno di sale e gli chiese di aiutarla a mettersi la crema contro le scottature, restò piacevolmente turbato ad accarezzare quella pelle allo stesso tempo, così familiare e così sconosciuta.
Sotto le sue mani, rese più morbide e scivolose dalla crema solare, sentiva quel corpo rilassato, sciolto che rispondeva ad ogni suo movimento.
Dopo fu il suo turno. Le mani di lei sulla sua schiena furono come una scossa elettrica.
Vienna divenne lontana anni luce con tutti i suoi impegni di lavoro, gli orari, la pioggia e Marie-Anne.
Ogni giorno facevano delle passeggiate sull'isola e scoprirono spiagge bellissime, cale incredibili, una cava di granito abbandonata con ancora il busto di un gerarca fascista mai consegnata. Scoprirono la zona militare Americana, videro la nave officina con i sommergibili nucleari.
Scoprirono una sorgente, il mirto in fiore e che insieme stavano benissimo ed erano ancora capaci di ridere e divertirsi.
Un giorno che lui aveva raccolto dei fiori tra cui un'orchidea selvatica e l'aiutava a metterla tra i capelli, si trovarono così vicini, allegri e pieni di carica vitale, che trovarono normale baciarsi.
E scoprire reciprocamente, di avere un buon sapore e una voglia che li sorprese.
La sera, sulla loro Isola del Pesce, restarono abbracciati a vedere il tramonto, le loro mani erano unite e si baciarono ancora, ancora e ancora. Avevano la pelle d'oca!
Tutte le notti passate, dopo quella prima che avevano dormito abbracciati senza rendersene conto, avevano trovato sempre il modo di avere un contatto, un abbraccio, fingendo di dormire.
Durante il giorno, aspettavano ciascuno quel momento di dolce ipocrisia, perché non osavano dirsi e chiarire cosa stava succedendo.
Quella notte non si dissero nulla, ma si amarono fino all'alba. Lui scoprì che lei non era "freddina" affatto e anzi, apprezzò molto il suo entusiasmo.

Si amarono come non era mai successo. Non con la dolcezza dei primi anni, né con la svogliatezza degli ultimi, ma con un ardore, una passione sconosciuti e che, se da un lato li spaventava, dall'altra li esaltava.
Sembrava fossero tornati a vivere dopo un lungo periodo di ibernazione.
Risero, giocarono, piansero, dormirono e ricominciarono.
Il giorno dopo erano stanchi ma si sentivano di nuovo due ragazzi che avevano fatto l'amore di nascosto. Un po' in colpa, ma felici.
Sentendo i loro vicini di ombrellone parlare, si resero conto che erano passati già sette giorni. Ne restavano solo due!
Gli ultimi giorni passarono veloci come un fiato! Si amarono in mare, sulle spiagge deserte, di giorno e di notte.
Riscoprirono il perché si erano innamorati l'uno dell'altra. L'avevano semplicemente dimenticato, presi com'erano dalla carriera, dall'apparenza, dalle formalità, dalla fretta. Giurarono di stare più attenti per il futuro e finalmente capirono il significato vero dell'espressione "per sempre" e benedissero chi l'aveva inventata.
L'ultima notte, particolarmente calda, scesero sulla spiaggia a fare una passeggiata. All'improvviso lei cominciò a schizzarlo con i piedi con l'acqua del mare, calmo come un lago e splendente sotto la luna piena.
Iniziarono a giocare con l'acqua finché non si spogliarono completamente, si tuffarono e raggiunsero l'Isola del Pesce. Saliti in cima, si sedettero a guardare le luci lontane delle isole abitate, videro un traghetto sbuffante che faceva la spola, contarono le stelle sulla loro testa e, simili ad angeli al sapore di sale, si amarono perdutamente.
Tornati a Vienna fecero una grande festa per ringraziare parenti ed amici della vacanza. Mostrarono a tutti le foto più belle e il filmino girato. Ingrid andò dal parrucchiere e si fece fare dei colpi di sole che le illuminavano di più il viso e si comprò un nuovo vestito rosso fuoco, come il suo cuore.
Marc fece molta fatica ad indossare giacca, cravatta e mocassini e un po' meno a licenziare la segretaria bionda, prestante ed inefficiente.
Assunse al suo posto una signora elegante, della sua età ma bravissima che sbrigava il suo lavoro velocemente e così lui aveva più tempo per tornare a casa in orario e con meno stress.
Certo non tutto era risolto. Ma avevano intrapreso una buona strada per capirsi, smussare gli angoli, sopportarsi. Perché questo vuol dire veramente "per sempre."
A Natale, sotto l'albero più splendente che avessero mai avuto, lui ebbe in dono una maschera ed un paio di pinne azzurre come il mare, e lei una busta con due biglietti aerei ed una prenotazione di nove giorni, per metà giugno per un villaggio di un'isola con un nome di un Santo e con di fronte un'altra piccolissima che si chiama l'Isola del Pesce.
Perché quell'isola è magica. Cura il mal d'amore, come nessun altro rimedio al mondo.
Non ci credete? Provateci! L'Isola del Pesce è sempre lì, pronta ad aspettarvi come una sirena stesa a prendere il sole.

Il Faro Bianco

L'avevano sempre chiamata tutti "Teta" perché da piccola era una bimba allegra, spensierata, piena di vita e quel nome importante, Teresa, non le si addiceva.
Da grande era un ragazza allegra, spensierata, piena di vita e di amore per il mare. Teta le stava benissimo. Era un nome inventato come sarebbe stata da inventare lei stessa se non fosse esistita.
Ma esisteva e come!
Amava il mare e si tuffava come un cormorano.
Amava il sole ed era nera e riccia come un'africana.
Amava andare per mare e da sempre aveva una sua barchina che si chiamava "Sole e Luna" perché stava sempre fuori con lei.
Amava la cucina ed organizzava sempre cene per gli amici.
Ma come conciliare tutto questo con l'esigenza di un lavoro, con la vita? Pensa e ti ripensa un giorno Teta e i suoi amici si trovavano in mare, in uno dei posti più belli del mondo.
In un triangolo formato da tre isole stupende: una famosa in tutto il mondo per una sua spiaggia rosa, l'altra selvaggia, ultimo baluardo di confine, l'ultima perché era l'unica delle isole dell'arcipelago, oltre la maggiore, ad essere abitata ed avere una decina di case.
Il giorno precedente c'era stato un vento fortissimo, tanto che i traghetti per percorrere quel piccolo tratto di mare deviavano verso Cala Francese, sparivano dalla vista per poi ricomparire sottocosta.
Quel giorno, invece, era stupendo, sembrava estate, ed era un giorno di ottobre e non c'era nessuno e così loro potevano godersi quella meraviglia che si chiamava comunemente il Porto della Madonna, per la posizione delle isole attorno. Lì le acque erano sempre calme ed il colore ricordava il manto della Madonna.
Ad agosto, dovevi girare mezz'ora per trovare un angolino.
C'erano almeno mille barche. E che barche! Alcune sembravano palazzi galleggianti, altri erano piccoli gommoni e poi c'erano i gozzi, i catamarani, le barche a vela.
Ed era tutto un rincorrersi di voci, risate, tuffi, pelle nuda e lucida per le creme e l'acqua.
Ogni tanto qualcuno meno esperto, incappava in qualche secca, ed allora erano dolori!
Molte eliche erano partite lì, a Porto Madonna.
Ma tutti continuavano ad andarci perché nonostante la folla, era sempre un posto stupendo. Il Passo degli Asinelli, perché una volta si passava da un'isola all'altra con gli asinelli, il Passo del Topo, perché è proprio piccino, la spiaggia del Cavaliere e cento altri scorci, uno più bello dell'altro.
Ma quel giorno di ottobre non c'era nessuno. Solamente loro lì in paradiso, a crogiolarsi al sole nelle loro isole finalmente restituite ai loro abitanti.

Avevano trascorso la giornata a fare lunghi bagni, a giocare, a godersi il silenzio ed a scaldarsi all'ultimo sole di quell'anno particolarmente caldo.
Dopo la merenda, mentre si cominciavano a riporre i teli da mare ed i giornali, qualcuno cominciò a parlare del lavoro che scarseggiava in paese, delle difficoltà di loro giovani senza troppe esperienze.
Qualcuno parlava di iscriversi all'Università in una grande città, un altro dichiarava di voler intraprendere la carriera militare.
Teta taceva, stranamente. Ma era diventata improvvisamente triste. Perché sapeva che anche lei avrebbe dovuto prendere una decisione, ma non osava neanche pensare di dover lasciare quei posti adorati, quel mare, i pesci, per andare a lavorare o continuare gli studi in una città più grande che avrebbe offerto maggiori sbocchi e possibilità.
Cominciò a pensare ad alta voce, che lì al Porto della Madonna, ogni estate arrivavano centinaia e centinaia di barche al giorno.
Tutta quella gente doveva pur mangiare qualcosa, no? E poi, avete visto il fondo del mare come è coperto di bicchieri, piatti e posate di plastica. Senza parlare delle lattine! E allora perché non organizzare un servizio di ristorazione su di una barca e portare le vivande direttamente a domicilio, magari con un piccolo tender, studiando anche un modo per recuperare i rifiuti.
Gli amici la presero in giro e tutto finì lì.
Ma Teta non scherzava quella volta, la notte pensò ad un piano e l'indomani lo espose a suo padre. Anche lui, all'inizio, le disse che l'idea era una pazzia ma poi, a forza di insistenze, promise che l'avrebbe aiutata.
Si informarono e chiesero tutti i permessi alle autorità e i depliant di cucine da campo a varie ditte.
Finalmente quando i fiori cominciarono a riempire l'isola di colori e profumi, arrivarono tutti i permessi necessari e quando i primi fichi selvatici cominciarono a mostrare, orgogliosi, i loro frutti, anche se ancora acerbi, arrivò dal continente, una fiammante cucina da campo da installare a prua della "Sole e Luna".
E quando tutte le strade erano bordate, come per un magnifico matrimonio, di"uva tittina" (borracina) con i suoi piccoli cespugli rossi, di margherite gialle, ginestre, lavanda e cardi e le piante grasse riempivano praterie di fiori viola fino a lambire la spiaggia, Teta terminò di rimettere a nuovo tutta la barca.
L'aveva sistemata, ridipinta da capo a fondo e dotata di una campana per attirare i clienti, un frigo per le bibite, vari contenitori come dispensa e perfino di un'insegna!..
Aveva escogitato un sistema per recuperare i rifiuti. Avrebbe consegnato gli spuntini dentro dei sacchetti di carta pregando di volta in volta i clienti di rimettere tutto lì dentro, dopo l'uso e poi sarebbe ripassata lei stessa a ritirare i sacchetti. Per maggior chiarezza aveva fatto stampare in diverse lingue le istruzioni su tutti i sacchetti.
Faticoso si, ma così il fondo del mare sarebbe rimasto pulito.
Lunedì di Pasqua, Teta preparò un'abbondante pranzo, caricò la "Sole e Luna e invitò gli amici ad un pic-nic.
Dopo averli incantati con tutte le prelibatezze cucinate, tra una risata ed uno scherzo, Teta illustrò agli amici il suo programma.
Tutte le mattine sarebbe stata lì a Porto Madonna ed avrebbe offerto, prevalentemente una specialità: crêpes. Crêpes in tutti i gusti, anche alla Porto Madonna, con i gamberetti e frutti di mare. E per i più patiti, anche qualche piatto di pasta.
Aldo, il suo più caro amico, si offrì con il suo gommone a fare la spola dalla "Sole e Luna" alle altre barche per prendere le ordinazioni e fare le consegne.
Evviva! Teta da disoccupata era diventata datore di lavoro di Aldo.
Detto fatto all'arrivo del primo caldo Teta iniziò a spadellare crêpes per i turisti.
Ben presto divenne famosa lei la sua barca e soprattutto le sue specialità.
Dopo un mese Teta era piena di prenotazioni fin dalla mattina ed alla sera, quando finalmente tutti erano andati via, Aldo ripartito con il gommone carico dei sacchi dei rifiuti e con l'elenco della spesa per l'indomani, Teta metteva in moto la sua barchetta e andava verso l'Isola del Faro Bianco a fare il bagno in santa pace, togliersi l'odore di cucina dalla pelle e godersi il panorama.
L'isola, poco distante dalle tre isole di fuori più grandi, da dove veniva Teta, faceva parte di un altro piccolo gruppo di scogli e di isolotti, lontani da tutti. Erano come una manciatina di perle cadute da una collana.
Su uno di questi scogli c'era un piccolo faro bianco e visto da lontano, sembrava, più che un'isola, un giocattolo di un bambino.
Quaggiù non ci veniva quasi nessuno, erano fuori anche dai giri dei barconi dei turisti e dai curiosi.
Ci venivano solo alcuni pescatori e i pochi veri amanti del mare.
Appena sotto il pelo dell'acqua, Teta scopriva sugli scogli le stelle marine rosse come grandi segni di fuoco, ricci neri e viola, pesci "barchetta" immobili, incantati davanti alle evoluzioni ed al mimetismo dei polpi.
Scorgeva le triglie che brucavano sotto la sabbia e, a volte, qualche cerniotta paciosa.
Ma una di queste sere di fine agosto, Teta era appena arrivata nei pressi degli scogli di Barrettini di Fuori (così si chiamava quel gruppo di scogli), all'orizzonte c'era solo una barca con un ragazzo che pescava, quando, all'improvviso, dalle onde esce fuori un delfino. Teta ne aveva visti tanti di delfini e ne era affascinata. Ma uno come quello non l'aveva visto mai.
Era un delfino pasticcione, faceva tanta confusione ogni volta che usciva dall'acqua. Ma la cosa più curiosa era il colore: più scuro degli altri: quasi nero e soprattutto, aveva una spettacolare pinna dorsale bianca.
Mai vista una cosa simile!
Stava banchettando, tant'è che ogni tanto saltavano fuori dall'acqua pesci terrorizzati ed ad un certo punto ci fu una scena meravigliosa. Saltarono



fuori dall'acqua il delfino al centro e ai due lati branchi di pesci come due getti di una fontana che brillavano al sole del tramonto.
Di tanto in tanto, usciva dall'acqua anche un piccolo delfino con la pinna nera regolamentare, lui.
Questo spettacolo durò tantissimo, circa venti minuti.
Ad un certo punto il delfino, con un balzo, saltò verso di lei, poi si immerse e Teta lo vide passare sotto la sua barca e sparire lontano, seguito sempre dal piccolo.
Teta era talmente presa dalla scena che non si era accorta che si era avvicinata l'altra barca.
Quando la scorse i delfini erano già lontani e così commentò con il giovane pescatore lo spettacolo a cui aveva assistito.
Lui si presentò: si chiamava Emilio ed anche lui disse che non aveva mai visto un delfino così.
Risultò essere uno studioso dei cetacei ed era anche molto carino. Veniva dal nord, era biologo e la invitò a cena.
Parlarono tutta la sera di donzelle, murene, gorgonie e posidonia e si dettero appuntamento per l'indomani sera al tramonto all'isola del Faro Bianco.
Così tutte le sere Teta, la ragazza delle crêpes di Porto Madonna, famosa fino in Corsica, appena andava via l'ultimo goloso, dirigeva la "Sole e Luna" verso il piccolo faro, diventato ora il loro faro ed insieme ad Emilio si immergeva in quelle acque più blu del blu ed insieme facevano lunghe immersioni tra nuvole di occhiate e saraghi.
A volte andavano a pescare calamari e spesso, rientrando incontravano Nicolai con il suo corteo di gabbiani.
La sera andavano al cinema o a spasso.
Qualche sera, particolarmente calda dormivano in barca e restavano per ore a guardare le stelle e fare mille progetti, a raccontarsi le storie della loro vita, a scambiarsi impressioni e trame di libri o film.
Scoprirono che avevano tante cose in comune, che amavano le stesse cose, che pensavano le stesse cose.
A volte bastava che si guardassero, per capire il pensiero dell'altro.
Ridevano molto assieme.
Certo, entrambi sapevano che quella era una storia che sarebbe finita al termine delle vacanze di Emilio. Teta sapeva che quella era la sua prima storia importante e che quel ragazzo dagli occhi verdi, così serio, così studioso, le avrebbe spezzato il cuore e che nulla, da allora in poi, sarebbe stato uguale a prima.
Invece non fu così.
Quel ragazzo così serio dagli occhi verdi scoprì che non poteva dimenticare mai più quella sirena uscita da una barca da sogno, con un lavoro da favola che incontrava tutte le sere su di uno scoglio sperduto in mezzo al mare più blu e profondo, con un piccolissimo faro bianco.

E così scriveva lunghe lettere piene di nostalgia, in attesa di un po' di vacanze per stringere in un unico, solo, lungo abbraccio Teta, l'arcipelago tutto ed il loro Faro.
Alla vigilia della festa di S. Giovanni, in una calda sera di fine giugno, Teta preparava "la conca", una ciotola piena d'acqua e di bianchi fiori di mirto galleggianti da mettere fuori dalla finestra affinché S. Giovanni la potesse benedire, come voleva la tradizione dell'isola.
Mentre disponeva i fiori profumati nella ciotola, Teta vide, in fondo alla strada, arrivare Emilio.
Gli corse incontro, ringraziando in cuor suo S. Giovanni che aveva voluto farle quella sorpresa.
Fu una seconda estate magica, generosa di sole, di crêpes, d'amore e di colori.
Da allora Emilio tornò tutti gli anni, anche più volte l'anno, finché una primavera, da uno sbuffante traghetto, scese un Emilio con una macchina così carica che a malapena ci si vedeva attraverso i vetri.
C'era di tutto: il computer con tutti i più sofisticati programmi, la "borsa del mare" piena di mute, piombi, maschere e pinne; scatoloni di libri che pesavano così tanto da far gemere le balestre della macchina, un binocolo, due macchine fotografiche di cui una subacquea; una stufetta, un po' di indumenti ed il famoso vestito buono.
E sì, perché l'indomani doveva presentarsi per un nuovo lavoro. Importante, interessante e soprattutto a contatto con il mare e i suoi delfini in quell'isola meravigliosa dove abitava la sua Teta.
Quel giorno scendendo da quel traghetto sbuffante, mentre scorgeva Teta sulla banchina avvolta in una mantella bianca bordata di blu, Emilio capì che quello era il posto dove voleva vivere. Per sempre.

La Maddalena, Aprile 2001

A Marilena
Piccola ragazza genovese spensierata e felice che viaggiava in piedi come un vero marinaio, tra queste isole, sempre aperta verso gli altri e disponibile.
Poi la vita l'ha ferita e le ha tolto la gioia di vivere.
E ancora non ha imparato a rinascere, aggrappandosi a se stessa, che è tanto, e ad altra realtà.