E. by T.A.

Carlo Mancini

Il mio primo lavoro. Finito di scrivere nel 1990 e mai pubblicato. Un romanzo giallo nato per dare vita ad un nuovo personaggio a fumetti completamente autoctono sulla considerazione che gran parte di questo tipo di letteratura avesse perso una grande occasione nel non saper cogliere negli ultimi vent'anni della nostra storia fatti, storie ed ambientazioni che a mio giudizio nulla avevano da invidiare a quelle, perlopiù anglofobe e giapponesi, che hanno costituito la base su cui sono stati creati gli eroi comics che sono andati per la maggiore in quegli anni. In Italia più del commissario Cattanei o del suo collega Montalbano non siamo andati. Peccato.
Oltre a questo vorrei dire che per me il presente lavoro ha costituito un vero e proprio battesimo, una conversione a quelli che saranno i motivi ricorrenti della mia ricerca e che qui seppure in forma embrionale sono già tutti presenti. La rinuncia alla descrizione fisica dei personaggi, la rarefazione sempre in termini antidescrittivi degli ambienti, l'asincronia nei passaggi tra discorso diretto ed indiretto e soprattutto il tentativo di superamento della visione adabatica dello scritto letterario, lo sforzo di uscire da una visione dell'opera letteraria come sistema isolato, come inizio e come fine. La mia scrittura di oggi che io amo definire work in progress è figlia dunque di un fumetto mai nato, di vent'anni di storia mal rappresentati da tutti e di un amore indefesso per tutto ciò che è umano in primo luogo la letteratura quella che Northrop Frye diceva tende ad abolire le classi. Un grazie agli amici dell'Utopia ed a tutti coloro che avranno voglia di leggere le mie escrescenze letterarie.

CARLO MANCINI

Aspettava già da dieci minuti, vicino a quella fermata d'autobus, quando intravide la sagoma dell'altro, avvicinarsi, ancora a cinquanta metri buoni da lui, sullo stesso lato della strada. L'ora assolata del primo pomeriggio, in quel periodo, sconsigliava qualsiasi relazione umana, di cui l'unica testimonianza oltre a loro, era l'anonimo andirivieni delle macchine sui due tratti della carreggiata.
Quando i cinquanta metri che li separavano divennero poco più della distanza dal suo destino, l'uomo in attesa disse: " Il tempo è stato molto clemente con te..."
A queste parole un sorriso di strana paura si stampò sulla bocca dell'altro... una smorfia che gli rimase impressa sul viso come una maschera, anche quando, subito dopo, estrasse una 7,65 munita di silenziatore e la scaricò completamente sul suo interlocutore.
…Le automobili continuarono la loro monotona sfilata in un senso e nell'altro delle corsie mentre l'uomo cambiata "maschera" si allontanò nella stessa direzione da dove era venuto.

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Navigai tre milioni di volte nella mia coscienza per domandarmi se negli ultimi due anni avessi sempre agito in conformità con ciò che ritenevo necessario. Il quesito non era certo di quelli facili a porsi. Quando una persona arriva ad un punto della sua vita in cui sente che ogni possibile futuro dipende dalla sua capacità di eclissarsi da ogni situazione precedente, di rinchiudersi in una interiorità che lasci trasparire di sé solo l'immagine che vuole dare e nient'altro, nemmeno una misera particella della sua vera natura, un'immagine che nulla pretende e che a tutto rinuncia: ebbene, il primo scotto, con cui una persona del genere, paga questo atto di clausura, è senza ombra di dubbio l'insinuarsi, al suo interno, del germe dell'impotenza. E' come se il nostro essere intrappolato a forza in un involucro, nella placenta mentale del raziocinio, tenti di rompere le acque, di nascere o meglio di rinascere, ma l'aborto che ne segue ha solamente i connotati del senso di colpa, della paura che la sua clausura, invece di rappresentare l'unica linea di condotta percorribile in quel momento, non è altro che un impotente modo di stare al mondo.
L'unica divagazione al tormento, a questo morbo che cellula dopo cellula,invadeva la mia esistenza, erano delle dissertazioni di filosofia abbandonate sul tramonto della giovinezza e all'epoca riprese, forse con la speranza di compensare la pesantezza, il dolore che la scelta imponevano, con l'acquisizione, grazie a queste speculazioni, di alcune certezze circa l'immortalità dell'anima, la vita ultraterrena e similerie.
In particolare la mia attenzione si fissò sul pensiero di Platone e a partire dal famoso esempio dell'uomo nella caverna che con le spalle alla sua apertura, delle emanazioni provenienti dall'esterno, percepisce solo ombre proiettate sui muri, iniziai la divagazione su cui contavo tanto per il morale.

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La prima considerazione che feci non fu quella di chiedermi perché mai un uomo fosse dovuto entrare in una grotta per contemplare delle ombre, bensì, cercai di calarmi nella tematica a cui il fondatore dell'Accademia si riprometteva di dar lumi e cioè se la materia è una degradazione del pensiero o viceversa.
Avevo messo il dito, ovvero la parodia di esso secondo lo schema platonico, sulla piaga che aveva fatto scervellare, contrapporsi tra loro, impastoiare le menti più eccellenti dell'umanità: la diatriba tra il Teismo ed il Panteismo.
E' l'universo il piano prestabilito,il prodotto avariato di un Pensiero Assoluto, Perfetto, Dio oppure è la materia, dell'universo essenza, ad essere,nel suo continuo divenire privo di coscienza, contemporanea-mente causa ed effetto di tutto?
Il mio morale era legato al motivo per cui un uomo avrebbe dovuto stare ad ammirare delle ombre in una caverna o in qualsiasi altra cavità della Terra!
Le strade mie e quelle del gemello di Socrate si divisero quando arrivai alla conclusione che tutto il suo Sistema, compresa la parodia del dito o cosa in sé, era solamente uno stratagemma,una sovrastruttura per affermare la supremazia del pensiero, dell'intelligenza,in definitiva dell'uomo,di fronte ad una materia che difficilmente, se non mai,si fa compenetrare e di cui siamo la vera degradazione!
Per la mia anima che nella prova dell'esistenza dell'aldilà cercava conforto alle difficoltà dell'aldiquà,il litigio con Platone fu come dire a un morente che non c'è un'altra vita dopo questa.
Ma la sensazione strana era che a lei,l'anima, si doveva la mia fuoriuscita dall'Accademia;anche se a ragione si poteva definire l'ultima parte di me che poteva fare a meno di rimanervi.
Questa era la sostanza della frustrazione in cui mi dibattevo quando i fatti,quelli che sono inutili da raccontare,cominciarono a darmi ragione facendo apparire un briciolo di futuro all'orizzonte.

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Il grigiume che aveva fatto da membrana a quei settecento e passa giorni si trasformo' improvvisamente, nel mio splendore; in una esclusiva e privilegiata posizione all'interno della comunità da cui mi ero estraniato per tutto quel tempo.
La stessa cosa valse per i palliativi che facevano da accessorio al mio monachesimo metropolitano:divennero uno status symbol!
Quindi l'abitazione in cui vivevo,resa reggia nel biennio del triste anonimato,fu ribattezzata il Castello,sotto la scorza del normalissimo palazzo di città che la rivestiva e il mio biglietto da visita recante scritto il solo dato anagrafico,acquisì un'importanza maggiore della "Carta Oro",per i pochi che lo possedevano.
Dopo una serie illimitata di aborti avevo partorito finalmente il mio Eldorado!

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Il Castello di poco superiore ai 100 metri quadrati aveva, tuttavia,una moltitudine di New York astratte affisse alle pareti che proiettavano la sua area in una dimensione quantificabile perlomeno a sette volte quella del Pianeta.
La più grande misurava 3 metri x 2 e alla sua sinistra la Statua della Libertà appariva come un fantasma immerso in una gioia di colori.
La più bella però,benchè più piccola,era la New York di notte che,integrandosi con l'immenso acquario situato sotto di lei,rendeva un effetto a paragone del quale la Baia di Hudson,quella vera,impallidiva al pensiero.
Penso che se Platone avesse messo l'uomo,con le spalle alla porta del Castello,ad ammirare le ombre e i grattacieli che uscivano dall'ambiente tropicale della mia vasca per i pesci,invece che in un anfratto buio della superficie terrestre;io avrei fatto parte per l'eternità dei suoi discepoli.
L'idea delle New York mi assalì mentre mi trovavo in una galleria d'arte moderna a far stimare dei quadri della Pop Art ,poi rivelatisi falsi, ricevuti in eredità;il Castello era ancora in fase di allestimento. Alla vista di queste tele la smania di portarmi a corte le belle copie della Baia di Hudson fu tanto forte che nel giro di una settimana comprai la galleria e feci un contratto con lo sconosciuto pittore che le dipingeva.Il resto è vivibile appeso ai muri lucidi del Castello.
Ah,è quasi scontato affermare che il vecchio proprietario della galleria,assunto il ruolo di direttore,diventò ben presto uno dei possessori del mio inquietante biglietto da visita.
Attualmente al Castello fanno da contorno alla collezione di New York,due Half Dollar di Franco Angeli,una Cosmesi di Schifano e un albero dalle foglie finte che,tra un naufragio nella coscienza ed un pic-nic con la "cosa in sé", colorai con le sfumature del dubbio,dell'amore, della solitudine e del sogno.
I sogni meritano un discorso a sé stante.Il ricordo che ho di essi:sono io davanti allo specchio a bocca spalancata che al posto del palato,scomparso inspiegabilmente,contemplo la mia cassa toracica!
E proprio la mattina seguente ad uno di questi ricordi ebbi la notizia che qualcuno uscito dal nulla o da una stratosfera tipo la mia aveva reso vani i miei viaggi nella coscienza, l'espulsione dall'Accademia,l'Eldorado,La Baia di Hudson e il mio biglietto da visita!
Lo scopo recondito di ogni mio affanno aveva cessato di esistere su un marciapiede con sei proiettili calibro 7,65 nel petto.Nel più miserabile dei modi,in un torrido pomeriggio senza nome per mano di qualcuno con gli stessi requisiti di quelle ore pomeridiane che avevano assistito alla sua fine.
Forse era la vendetta di Platone che cacciato dalla porta rientrava dalla finestra privandomi del mio piano prestabilito,così come io mi ero preso gioco del suo.Lo spettro dell'impotenza faceva di nuovo capolino nei pressi del Castello e dell'anima.
Avrebbe avuto partita vinta, infine?

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No,perché l'impotenza non è capace di creare un Castello dietro le mura scrostate di uno stabile vecchio di 25 anni,di affogare Platone nella baia di Hudson e di sopravvivere ad un nemico morto,causa altrui,nel più miserabile dei modi!
E' ora lecito stabilire quel che rimane da simili esperienze.In molti hanno sentito questo bisogno.Chi a fronte di una rivoluzione fallita,chi in seguito ad un amore infranto,chi,a mia immagine o io di lui,in conseguenza di una mancanza improvvisa di scopo.
Il più simpatico di loro,preludendo alla storia di un papa abdicante,disse che al termine di una motivazione,di un illusione,di un ideale alla cui realizzazione abbiamo dedicato tutto noi stessi, nell'animo rimosso dall'impellenza,rimane lo spirito cristiano;inteso come un sentimento di riscoperta dei valori essenziali dell'uomo,scevro da qualsiasi ideologia,preconcetto e rancore passato.
L'ipotesi mi andava a genio ed effettivamente il mio animo volò.
Si diresse nelle regioni dello Shan, volteggiando sulle colline d'oppio;prese poi,la direzione di Mu per farsi tatuare nel cuore,l'albero dalle foglie finte e fece ritorno nei cieli di Roma,con trent'anni sulle ali,planando leggero nelle braccia di una bambina.
Tornato al Castello dello spirito cristiano gli restava soltanto il libro di Silone.In compenso aveva un futuro e tanti biglietti da visita da assegnare.
Uno di questi,via Mediterraneo,giunse a Sidone;obiettivo un giovane arabo dal destino scontato.
Un altro non percorse molta strada e s'infilò nella tasca di un romano che divenne il più abituale frequentatore del Castello.
I rimanenti divennero dei personaggi che presto o tardi tratterò.
Sprovvisto di biglietti da visita portai a cena una ragazza che avevo conosciuto ai tempi della mia prima escalation.

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L'Harry's Bar di Via veneto mi aveva riservato un tavolo per quella sera e lei aveva fatto i salti mortali per rintracciarmi.Non possedeva la mia Carta Oro ma teneva una gran fretta di parlarmi.
Dopo il cocktail di gamberi,Laura mi disse:
"Stavo cominciando a convincermi di essere alle prese con un ectoplasma,quando mi hai fatto sapere che potevo vederti."
"A che cosa devo…",la troncai.
"Mi vogliono uccidere…"
"Chi?"
"Non lo so",aggiunse con una certa rassegnazione.
"E io che c'entro".
"Aiutami ti prego,una mia amica è già morta.", concluse senza un filo di emozione.
Intanto vennero delle pennette ai carciofi ad interrompere il colloquio.
Non avevo molta fame e mentre lei mangiava di gusto io pensavo al contrasto fra la freddezza delle sue parole e la smania di volermi incontrare.
Celavano qualcosa quegli occhi neri che avevo davanti e i lisci capelli dello stesso colore mi servivano davvero poco a capire che.
Provavo un sottile disagio.
Il sommelier si era appena allontanato dopo averci servito da bere quando Laura riprese a parlare: "L'amica con la quale dividevo un monolocale sulla via Flaminia,due giorni prima di morire,mi ha lasciato in custodia un plico."
"Contenente?".
"Un normalissimo racconto di 50 pagine dattiloscritte,forse redatto da lei e del quale non sono riuscita a dare un significato che vada oltre la trama del soggetto",rispose.
Ormai incuriosito le domandai:"Come l'hai conosciuta".
"Per caso,un anno fa.Carol stava cercando anche lei un'abitazione.Ci siamo trovate a visitare quel miniappartamento nel medesimo giorno e siccome risultava caro per entrambe,decidemmo di affittarlo in comune",replicò soddisfatta di aver catturato la mia attenzione.

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"Non era italiana?",dissi sorpreso,chissà perché l'avevo immaginata indigena.
"No statunitense di Philadelfia.Era in procinto di laurearsi in Storia dell'Arte quando decise,il motivo mi è tuttora sconosciuto,di venire in Italia…"
"E in che modo l'hanno uccisa?",incalzai.
"E' stata investita da un automobile,il 27 ottobre alle venti circa,appena uscita dalla libreria dove lavorava part-time.",aggiunse.
"Cosa ti fa sostenere con tanta decisione l'ipotesi dell'omicidio? A Roma ne succedono tanti di incidenti mortali dovuti a pirati della strada!",proposi.
Tranquillamente lei oppose:"Il fatto che dieci giorni orsono lo stesso incidente,costato la vita a Carol,è capitato a me rientrando a casa.Mi sono salvata per miracolo riparandomi dietro lo spartitraffico e di seguito,fatto ingresso nell'appartamento,ho avuto la netta sensazione che qualche oggetto fosse stato spostato.Non c'era nessun disordine apparente ma la sostanza era identica:qualcuno aveva frugato là dentro".
Il fegato alla veneziana,mi concesse una tregua,permettendomi di fare alcune considerazioni.
Dunque,l'amica con la quale conviveva era stata ammazzata;con lei avevano tentato,eppure la mora,non mostrava il minimo segno d'agitazione.La sola percezione che avevo di lei,tolto il lato estetico,era la sua ferrea volontà di andare in fondo alla vicenda.
Ammesso che stesse correndo un pericolo reale,mi restava difficile credere nel suo sangue freddo!
Sulla dolce Laura comunque,fissandola in quel momento,sembrava facessero maggior effetto le cipolle del fegato alla veneziana della morte che diceva incombere su di lei.
Sullo sfondo della scena,poi,albeggiava il racconto scritto dall'americana.
Finite le cipolle, allora, esordii così:" Lo tieni con te il soggetto di Carol? "

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"Sì,ce l'ho nella borsa",affermò Laura.
"Ti dispiacerebbe prestarmelo.Gli vorrei dare un'occhiata con calma più tardi",proseguii.
"No,no per niente,l'ho portato con me apposta", concluse lapidaria.
Arrivarono il dolce,la frutta e lo champagne dopodiché accompagnai la mora,ospite di un frate mio amico che gestiva nei dintorni di Roma una comunità di recupero per ex detenuti.
Il corto romanzo di Carol si ambientava nel mondo dell''arte. Evidentemente gli studi intrapresi,le avevano scavato dentro un solco diventato oltremodo profondo quando aveva dovuto interromperli.
Fra le righe,infatti,si respirava un'aria di nostalgia la quale, come un vento soffocante, investiva Rupert,il protagonista e le sue vicissitudini.
La latenza nostalgica del racconto emergeva a chiare tinte nel momento che Rupert,promettente critico d'arte,abbandona il lavoro,la non precisata città dove vive e la sua compagna,Sophie.
Il sipario cala su quest'ultima,intenta a bussare alla porta dello studio di Rupert,senza ricevere alcuna risposta.
Lo rilessi,ma più dello stato d'animo di Sophie non ci trovai.D'altronde non era nemmeno poco per un'opera di una ragazza americana emigrata in un paese straniero.
Era stata molto abile Carol a narrare delle circostanze nascondendone ogni causa reale,per farne risaltare esclusivamente i suoi sentimenti derivati.Nessuno meglio di me poteva apprezzarla sotto questo aspetto.
E che fosse Sophie la vera star del suo acume letterario non vi era proprio alcun dubbio.
Ma perché Rupert l'avesse emarginata in maniera così crudele dalla sua vita rimaneva un mistero che quelle 50 pagine dattiloscritte non svelavano minimamente,almeno a me.Dovevo ricominciare da capo.

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Dopo numerose letture,mi aggrappai al solo riferimento reale che lo scritto di Carol conteneva: le opere d'arte che Rupert commentava per conto di ineffabili riviste specializzate;ineffabili in quanto l'americana nel racconto aveva reso incorporee anche queste non menzionandone mai il nome della testata.
Soprattutto mi domandavo come mai in un testo tanto diafano di concretismi i quadri descritti da Rupert assumevano,invece,tutta la loro meravigliosa materialità.
Estrapolai dal soggetto le frasi di Rupert riguardanti la pittura.Ne risultò una sintesi completa delle sue tendenze moderne,quasi separabile dal resto della trama.
Si partiva dagli acquarelli astratti di Kandisky per giungere,tramite Max Ernst,le labbra di Man Ray e i pali blu di Pollock,alle scatole da 25 cents di fagioli Campbell di Andy Wharol;queste le tappe principali del viaggio di Rupert che da esse si ramificava in una miriade di percorsi alternativi, che si snodavano , attraverso le varie sfaccettature della pittura d'avanguardia mondiale, in un perfetto ordine cronologico e contestuale.
Un neo però,contaminava l'escursione pittorica di Rupert:la menzione di un artista che non avevo mai sentito nominare.
Il pittore si chiamava Mario Stein e secondo Rupert le sue tele raffiguravano in maniera ripetitiva dei suggestivi cieli nei cieli;sky in the sky venivano definiti letteralmente nel brano che li analizzava.
Che relazione poteva avere,nella mente di Carol,la presenza di questo Mario Stein nel bel mezzo di un tale Gotha di geni del "vernissage" contemporaneo?
Una la si poteva dedurre dal suo desiderio che ciò in futuro,potesse verificarsi per l'autore dei cieli nei cieli,il quale,doveva starle di sicuro molto a cuore per essere oggetto di un simile auspicio.
Con ogni probabilità invece,esisteva una spiegazione estremamente più semplice al quesito e forse aveva a che vedere con una mia lacuna culturale.

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D'altro canto ero un modesto autodidatta in questo campo e la tesi che Mario Stein e le sue opere non fossero degne di nota trovava sostegno unicamente nella mia ignoranza,scesa sul sentiero di guerra,a difendere i suoi pregiudizi armi in pugno.Ma nonostante avessi tirato in ballo la mia incompetenza per togliermeli dalla testa,i cieli di Mario Stein restavano un chiodo fisso per me.

Sky in the sky

Le mura del Castello erano ormai intrise della nostalgia di Carol,quando smisi la disamina di quelle cartelle dattiloscritte.
Mancavano meno di due ore all'alba ed avrei di certo dato un senso a quella notte passata in bianco provando a tirare qualche somma.
Fuori discussione era il lato autobiografico del racconto di Carol.
Sophie le somigliava terribilmente e Rupert altri non poteva essere che il motivo della sua partenza da Philadelfia.Come definire Rupert,sentivo che dipendeva da Mario Stein,anche in barba alla mia ignoranza!
Bloccato da un cielo che si apre in un cosmo di nuvole,nel tentativo di dare una ragione alla mia veglia notturna,devo comunque ammettere che nemmeno l'Edwin Drood di Dickens mi aveva affascinato tanto.La storia senza titolo di questa ragazza morta prematuramente mi stava appassionando di più.La strisciante atmosfera di inquietudine che vi si annidava,sotto il normalissimo scorrere degli eventi,rappresentava una delle cose di fronte alle

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quali il mio inconscio non aveva mai potuto fare a meno di emozionarsi,salire in superficie e coinvolgere nella sua emozione le restanti capacità percettive di me.
Per questo amavo Dickens e mi stavo follemente innamorando di Carol.
La necrofilia mi spinse a riparlare con Laura,la mattina successiva.
La trovai a mangiare dei Licys nel piazzale della comunità.Di preciso era seduta sul muretto da cui si ergeva la rete metallica che delimitava il campo di calcio.Pur avendomi visto arrivare continuò a tormentare con noncuranza i suoi frutti esotici quando mi misi a sedere accanto a lei.
Iniziando la conversazione,mi accorsi che Padre Montaldo stava accennandomi un saluto da una finestra della costruzione a due piani alla nostra destra,la quale,insieme al piazzale e al campetto da pallone, era tutto quanto offriva l'iniziativa di reinserimento del Frate alle anime che, seppur in quello spazio così ristretto, vi trovavano la via di scampo ad un ben altro angusto e tetro posto.
Ricambiai il saluto con un sorriso sincero;di questa distrazione ne approfittò la mora che mi aggredì dicendo:"Non che qualcuno mi abbia mancato di rispetto qui,ma avevo sperato vivamente di poter trascorrere la notte a casa tua…"
Interrompendola energicamente replicai:"Che pretendi da me,un ritorno di fiamma o un interessamento serio ai tuoi problemi?"
"…Pensavo solo che mi ricordassi in maniera meno distaccata.",concluse languida.Seguì un breve silenzio che a lei permise di piluccare altri due Licys e a me di riprendere il filo del discorso.
Alzandole delicatamente il mento con una mano dichiarai:"Senti Laura,cosa significava Mario Stein per Carol?"
"Nulla credo.Mi risulta che nessun uomo avesse un'importanza decisiva nella sua vita.Questo Stein poi,non gliel'ho mai sentito nominare.",rispose sottraendo il viso dalla cura delle mie dita.



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Era pacifico dalle sue ultime parole che Laura non avesse desunto le mie stesse considerazioni dalla lettura del racconto di Carol;mi conveniva perciò affrontare l'argomento da una diversa angolatura. Quindi le chiesi senza,stavolta,farmi accompagnare da nessun gesto nei suoi riguardi:"Almeno non pensi che Rupert sia la chiave d'interpretazione della sua venuta in Italia?"
"Se intendi sotto l'aspetto dell'amante abbandonata,impossibile.Carol era lesbica!", imperò beffarda.
A quella rivelazione il colpo accusato non m'impedì di aumentare il mio interesse per l'americana e ripartii alla carica con la mora, domandandole malignamente:"Ma tu,che vantaggio potevi avere ad accettare una relazione di questa natura con Carol?"
"Chi ti dice che l'abbia avuta?",richiese a sua volta indignata.
"I tuoi occhi oltre a tanti altri piccoli particolari tra cui la tua indignazione di adesso.", affermai deciso, dopo qualche istante di attesa.
Non si aspettava,da parte mia,delle insinuazioni così immediate e il volto saffico di Carol stava fortemente incrinando la sua impassibilità.Perché me lo aveva rivelato,allora?
Comunque pianse e qualche lacrima non trattenuta le irrigò la guancia sinistra.
Io meditavo se era il momento o no di insistere con Laura.Padre Montaldo decise;unendosi a sedere con noi sul muretto.
Annunciò:"E' l'ora di pranzo,rimani anche tu?", rivolgendosi a me.
"No Padre,ho un appuntamento fra un'ora.", obiettai.
Prese la parola Laura che timidamente mi chiese:"Quando torni?"
"Vengo a prenderti nel pomeriggio.", dissi soddisfandola.
Mentre mi avviavo all'uscita della comunità,vidi Laura offrire un Licys al Frate davanti all'ingresso della palazzina a due piani.

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Padre Montaldo incarnava a mio giudizio,la sola espressione di Cattolicesimo ammissibile a 10 anni dal Duemila.
Non lesinava aiuti ai poveri né si prodigava per i tossicodipendenti:c'erano già un'infinità di organismi civili e religiosi a farlo,secondo lui.
Tantomeno si preoccupava delle "pecorelle smarrite" dal gregge della Chiesa,credendo giustamente,nell'arbitrio che ognuno ha di decidersi come vuole l'esistenza,nel bene o nel male.
Metteva però l'apostolato e la sua rispettabilità di uomo al servizio dei minorenni con condanne di omicidio,ai quali,prendendoseli sotto tutela,ridava la libertà anticipata ed un barlume di adolescenza ancora da vivere.
Si poteva definire,in fin dei conti,il Robin Hood di coloro ai quali non è stata data facoltà di scelta.
Toglieva alla società la prerogativa di punirli e restituiva ad essi la possibilità di maturare alla luce del mondo.
Con questi ragazzini poi usava un metodo di reinserimento essenzialmente maieutico.Non aveva l'abitudine di impartirgli regole preordinate o di fornirgli confini morali entro i quali progettare il loro futuro,sentiva invece,l'assoluta necessità di mettersi in ascolto di quelle coscienze,di capirne i suoni e i ritmi,i desideri e le angosce,le smanie e le sofferenze.
Semplicemente,Padre Montaldo,si adoperava da ponte di collegamento tra il cuore e la ragione di questi bambini defraudati dal destino dei giochi e dalle gioie della loro età e i quarant'anni,la spiritosa intelligenza e i jeans con le scarpe da ginnastica che quasi sempre indossava erano dei dettagli del tutto trascurabili all'interno della sua grande Anima.
Nel frattempo ero arrivato a Piazza del Popolo,nelle vicinanze della mia galleria,dove avevo l'appuntamento con il Pupo,l'ex proprietario e nella mia mente a far compagnia al frate spuntò di nuovo Carol.



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Di solito,quando l'avvertivo del mio arrivo,il Pupo mi attendeva sulla soglia della galleria e anche stavolta non fece eccezione.
Notandomi sbucare da una traversa,eretto sulla porta,mi venne incontro affettuoso,allargando le braccia,come sempre,in dei gesti ossequiosi di benvenuto che avrebbero paventato il servilismo,se fatti,da una persona meno espansiva d'origine.
In lui,al contrario,questi atteggiamenti, figuravano da piacevole cornice al suo personaggio alla stessa maniera del fanciullesco soprannome.
Ancora in strada e badando bene che il tono della voce arrivasse distinto ai titolari delle Art Gallery adiacenti,cominciò a sciorinarmi uno dei suoi ottimistici resoconti dell'attività che gestiva per mio conto:"…Ce so stati li principi , l'artroieri. Capito,li principi so venuti a visità la mostra c'ho fatto stasettimana.Li Principi quelli veri…",mi urlò in greve romanesco;seguitando instancabilmente fintanto che non prendemmo posto sulle poltrone della scrivania dentro il locale,uno davanti all'altro.
La messinscena del Pupo cessò,ma solo di quel poco tempo che gli permise di sostituire al dialetto,il suo italiano ancora più pittoresco.
"Gli affari se prospettano buoni per il prossimo mese, davero.Come accennavo c'è stato un ber movimento alla personale de Quassandri. Sto pittore te lo garantisco,fra na decina de anni valerà n'occhio della testa;un mare de consensi ha ricevuto dalla gente den certo livello c'h'ammirato le tele.Pensa pure el - sintesi di il ed er per lui - Principe Sengiust - Saint-Just per noi - s'è inchinato di fronte a tanta bellezza…",riattaccò a sviolinarmi.
Cercando di tagliare corto aprii bocca per la prima volta,dicendo:"Oggi non sono venuto per sapere l'andamento delle mostre,delle vendite o della nota spese.Quello che mi serve da te è un ragguaglio su un'artista di cui non ho la minima cognizione.Ho letto un manoscritto che lo menziona,descrivendone la pittura,ma non so neppure se questa menzione è frutto della fantasia dell'autore del manoscritto o viceversa se è reale."


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"E' un pittore antico?",domandò sornione il Pupo ormai rilassato dall'aver chiarito che la mia visita non aveva per oggetto la sua direzione garibaldina della galleria.
"No e da ciò nasce la mia curiosità,pensavo che sull'arte contemporanea difficilmente avessi più qualcosa da imparare.Ed invece,secondo il libro che me ne ha fatto conoscere l'esistenza questo è un artista moderno;dipinge dei rombi di Cielo che si aprono sullo sfondo di un altro Cielo e si chiama Mario Stein.Per cui prendi nota e fammi la cortesia di telefonare a tutti i collezionisti,galleristi e mercanti di vario stampo che conosci in quanto voglio sapere vita,morte e miracoli di costui,se esiste veramente!",ribattei non lasciando alcun margine ad obiezioni di sorta.
Mentre era già intento all'apparecchio telefonico con l'agenda degli indirizzi aperta in mano,il Pupo mi interpellò perplesso:"Ma si qualcuno me offrisse la disponibilità dele tele desto… - guardando con attenzione il foglio dove lo aveva annotato per timore di sbagliare la "pronuncia" - …desto Stein,che devo fa?"
"Devi far sapere che hai un cliente interessato a comprare le sue opere", risposi candidamente.
"Ah giusto,come pele New York",aggiunse pregustando il vantaggio che gliene sarebbe scaturito da un'altra transazione di questo tipo e dal mio resuscitato interesse per l'arte.
Infatti c'era da premettere che la mia vocazione artistica funzionava più o meno come il sismografo registrante i fenomeni tellurici della Faglia di Sant'Andrea ed il Pupo se ne era fatto una convinzione ferrea di ciò,dopo l'operazione della Baia di Hudson.
Dagli sbalzi dell'oscillometro,quindi,sapeva dipendere il suo benessere,alias la vitalità della galleria e la possibilità di portare ad un livello accettabile il deficit del suo conto in banca, costantemente in rosso, a causa dei costosi prologhi


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con cui cercava di convincere le deliziose donne che usualmente lo accompagnavano a convivere con i suoi quarantanove anni, i quali ,quantunque portati discretamente,rappresentavano tuttavia un handicap naturale a quelle voglie che lo assorbivano così totalmente, di cui non avrebbe sentito di certo la mancanza se,per caso qualcuno,nel frattempo avesse collaudato con successo l'Elisir della giovinezza.
E adesso che,attraverso la mia strana ed impaziente richiesta di notizie su Mario Stein, intuiva il profilarsi di un terremoto,l'allegria lo assaliva di minuto in minuto;tant'è che terminato il lavoro telefonico m'invitò a pranzo in preda a forti crisi di euforia.
Evidentemente stava fraintendendo le reali intenzioni che mi avevano indotto a metterlo in moto per trovare delle tele con ogni probabilità inesistenti.Ma come si poteva pretendere,per altro, che potesse sospettare anche remotamente che in quelle tele ricercavo il cuore di una ragazza americana morta prematuramente?
La delusione del Pupo fu enorme quando alla Trattoria degli Artisti,dove ci eravamo recati a mangiare,gli spiegai sommariamente come stavano le cose.
Il suo italiano pittoresco ritornò ad essere romanesco puro.
"…Me pensavo che dietro l'onda dell'inamoramento pe sto pittore sconosciuto ce stava un riaccennersi de passione pe li quadri da parte tua.Ce facevo già conto,porca mignotta.Qui nun se batte n'chiodo si nun s'enveste danaro…Con l'incassi che faccio da solo me ce pago appena le spese de negozio.",disse abbattuto.
"Solo le spese di negozio ,sicuro?",aggiunsi io,scrutandolo da giudice che si accorge delle reticenze dell'imputato.
"Va bè o so e donne,ma che dovrei fa seconno te? a chi li devo lascia li sordi? Manco un fio ci'o.No,no tu sei bravo nun te posso di gnente,me lasci l'incassi basta che nun ce rimetto:però io ce rimetto uguale.Che ce posso fa si quela brasijana,limortaccisua,vò anna a tutti li mejo posti,sta grande zoccola?!",ammise senza pudore.


- 17 -

Di colpo la brasiliana mi aveva fatto venire in mente Laura;a quell'ora dovevo cominciare a dirigermi verso la comunità se volevo mantenere la promessa di andare a prenderla nel pomeriggio e se desideravo (e come lo desideravo) continuarle il discorso interrotto per l'intromissione di Padre Montaldo, allora dissi:"Senti io devo scappare,ho un impegno urgente.Ne riparliamo la prossima volta delle tue difficoltà.Vedi piuttosto di sapere qualcosa al più presto de sto pittore der cazzo!",alzandomi da tavola.Oddio.La fretta e il suo dialetto colorito avevano influenzato negativamente il mio linguaggio; purtroppo mi accadeva sempre superate le quattro ore di frequentazione del Pupo e quantunque questo difetto, provenendo anch'io dalla gavetta internazionale,mi era, (dimenticando per un attimo i miei rapporti con Platone) quantomeno perdonabile;avrei comunque evitato altre volgarità (oltre ad arrivare puntuale da Laura) accelerando al massimo i convenevoli di commiato da lui.
Il Pupo di contro alla mia palese intenzione di sfuggirgli reagì vigorosamente dicendo:"Nun te n'anna,che me lasci così…io ci'o solo a te pe sfogamme…perché nun te compri pure casa mia,o sai quant'è bella,ci'a li soffitti co li travi de legno der settecento...me dai n'par de cento mijoni,me ce lasci vive fino a che moro e poi te'a pii e te ce fai n'antro Castello magara,eh?"
Pagare duecento milioni la nuda proprietà di un appartamento che ne valeva ottocento era già un affare di per sé,ma il motivo che mi indusse a rispondere affermativamente alla sua proposta aveva i lineamenti della Mora,per cui sospirai elusivamente: "D'accordo,come sai di Mario Stein vieni al Castello; definiremo lì i particolari della vendita",e filai via senza dilungarmi su quello che il Pupo continuava a blaterarmi mentre mi allontanavo.Sicuramente esigeva un anticipo.
Feci del tutto per giungere in orario.A dispetto di ogni mio sforzo però,la Mora,trovò da ridire lo stesso.



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"Che facciamo stasera?",le dissi sorridendo per riappacificare gli animi.
"Se il tuo concetto di sera è identico a quello che hai del pomeriggio mi conviene andare a dormire direttamente.",rispose lei, per nulla rabbonita, continuando a farmi pesare il ritardo.
La sua acidità si tramutò in mutismo nel tragitto che ci portò in una località di mare a trenta chilometri dalla capitale.Vi possedevo un mini appartamento abbastanza confortevole e tranquillo,il quale oltretutto,non aveva niente di equivoco che potesse far pensare ad una garconniere.
Il luogo adatto insomma per disgelare il clima di guerra fredda che si era instaurato.
Alla base di questo conflitto in corso tra noi,più che la scarsa puntualità,ero convinto che vi stava il suo travaglio psicologico dovuto alla peccaminosa ammissione fattami nel cortile della comunità.
All'aggressività aveva fatto seguire un imbarazzo silenzioso e non occorreva un'intelligenza fuori dell'ordinario per prevedere che questo disagio l'avrebbe portata in breve ad una totale chiusura mentale nei miei riguardi,interpretabile come l'estrema conseguenza di un meccanismo di autodifesa per tenere a bada le sue angosce.
Per giunta,volevo impedire a tutti i costi che ciò potesse verificarsi,almeno fintanto che non mi avesse messo al corrente di quanto ancora mi nascondeva.E che la Mora mi stesse occultando qualcosa era indiscutibile:una ragazza minacciata di morte non rimane impassibile chiedendo aiuto e soprattutto non confessa la propria transessualità visto l'alto costo morale che gliene deriva.
Lottare contro il suo tentativo inconscio di estraniarmi da lei significava,quasi,cercare di conoscerla per la prima volta.
Entrati in casa allora cercai di familiarizzare parlandole di me,facendo lo spiritoso e non sfiorando mai gli argomenti che pure mi rodevano dentro.
Risultato? Laura si prestò a cucinare due bistecche trovate nel congelatore.Era già buon segno.


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Durante la frugale cena continuai l'opera di affabilizzazione.
Dopo ci trasferimmo in soggiorno e ormai a corto di idee per la prosecuzione del mio monologo fui soccorso in extremis,a tal scopo, dalla sterminata collezione di fumetti che conservavo nei ripiani della libreria sopra il divano fin dalla notte dei tempi.
Quei cinque scaffali zeppi di letteratura a comics mi garantivano svariate ore d'autonomia di parola.Provai sollievo ed anzi mi diedi dello stupido per non averci pensato prima.
I fumetti in fondo erano la mia passione,se si esclude Platone.
Dirò di più,riflettendoci con attenzione,avrei potuto,anche rivendicare pubblicamente l'appartenenza alla categorie dei cosìddetti "eroi a strisce",i quali,sia che fossero alle prese con il genere Horror o disegnati per il filone del Giallo o accerchiati di montagne in qualche prateria del Far-West e fatidicamente chi meglio ne ha meglio ne metta,avevano tutti la caratteristica,al pari di me,di vestire sempre uguale,di portarsi il fardello di un passato misterioso sulle spalle e di dover sciogliere un qualche enigma in cui trovavano perennemente la maniera più disparate per imbrigliarcisi.
Il mio enigma si chiamava Carol e mi ci ero tirato dentro passando una notte intera a leggerne il racconto.
Due particolari però mitigavano la mia simbiosi con i mitici personaggi dei comics: io ero in carne e ossa e non possedevo lettere esterofile a comporre il mio nome.Ma queste differenze che parevano distanziarmi dal loro mondo di carta in verità mi ci univano maggiormente costituendo un tabernacolo di rarità all'interno di quell'universo di inchiostro.
Non poteva esserci dunque un argomento più idoneo con cui trasmettere a Laura la mia sincerità d'animo,finalizzata a strapparla da quell'impasse esistenziale che se la stava divorando dalla mattina.



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Sapendo coscientemente di starmi a giocare l'ultima chance di successo,con poche ore di riserva nel serbatoio mentale,mi cimentai nell'impresa con molto vigore e a fondatezza delle mie premesse,Laura si sbloccò.
Addirittura si dimostrò entusiasta quando le proposi di scrivere insieme la storia per un fumetto Horror.
La voglia di emulare Carol costituiva evidentemente per lei un richiamo più forte del canto delle sirene da potergli resistere e quando eravamo già a buon punto nel delineare i contorni della trama per il nostro esperimento fumettistico-letterario, Laura improvvisamente,pur mantenendo una notevole dolcezza nell'esprimersi,sbottò irrefrenabile: "Guarda che a me mi piacciono gli uomini! E' da stamani che volevo dirtelo.",concluse abbassando leggermente gli occhi.
"Non ne dubitavo!",risposi telegraficamente, assaporando la vittoria.
Andammo a letto.Cesare Pavese, lavorando a vivere,si stupiva di essere una persona per bene, allorquando,si rendeva conto che le donne praticano la fellatio.
Io,saltandolo di un passaggio,mi sentivo un criminale constatando che ne potevano ingoiare il prodotto e successivamente praticare il coito anale.
Chi di noi non è stato ossessionato,almeno nei frangenti di un sogno,dall'immagine della propria compagna posseduta da un membro di dimensioni abnormi o comunque più rilevanti di quelle che madrenatura ci ha fornito?
Chi è senza l'ossessione dei dubbi scagli la prima pietra.
Pavese non la scagliò e io nemmeno.
La sensibilità di Pavese non sopravvisse al tormento dei dubbi;io ci stavo ancora provando,anche in quel momento d'amore.



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Nei sei giorni che restammo chiusi in casa trovammo effettivamente il tempo per scrivere ciò che ci eravamo ripromesso.
Laura, devo ammettere, ebbe una parte preponderante nella costruzione del giallo dell'orrore che alla fine uscì fuori dalla nostra miscela intellettuale.
Lei scelse Milano per teatro degli avvenimenti,me come protagonista e la Storia della Colonna Infame di Manzoni a base della tragica vicenda.
Io mi limitai a logicizzare quanto da lei creato e per puro gusto di cronaca,almeno,mi pare valga la pena di ricordare integralmente questo "noir" a contorno sentimentale il cui manoscritto è tuttora gelosamente custodito in un secretaire del Castello.
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GLI UNTORI

Quando tra vili case e in mezzo poche
Rovine , i' vidi ignobil piazza aprirsi
Quivi romita una colonna sorge
In fra l'erbe infeconde e i sassi e il lezzo,
ov'uom mai non penetra, pero' ch'indi
genio propizio all'insubre cittade
ogn'un rimove, alto gridando, lungi
o buoni cittabin, lungi, che il suolo
miserabile infame non v'infetti.

(Parini)



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Milano,una giornata di fine aprile.
In seguito ad un'anonima chiamata, degli Agenti della Polizia di Stato,stanno verificando l'attendibilità del fatto che da un appartamento al terzo piano di un popolare palazzo di Porta Ticinese proviene un orribile,quanto inspiegabile tanfo.
"Appuntato non risponde nessuno."
"Puah.Senti che schifo.Sicuramente gli inquilini prolungando il ponte avranno lasciato marcire del cibo nel frigo. C'è né oggigiorno di gente sbadata ed incosciente.Eh si deve essere così e…"
"Che facciamo appuntato chiediamo l'intervento dei pompieri?"
"Non dica stronzate,agente Ulivieri,proceda piuttosto all'abbattimento della porta che se rimango ancora su questo pianerottolo rischio di morire asfissiato!"
Ma lo spettacolo che si presenta ai malcapitati tutori dell'ordine è a dir poco disgustoso:pezzi di corpi dilaniati in tutta la casa,sparsi qua e là,in stato di decomposizione e unti di un liquido abominevole che mischiato al sangue imputridito delle membra straziate delle vittime era la causa del nauseante odore che si espandeva all'esterno.
Passato un mese circa a Linate,un aereo di linea proveniente da Roma,sta atterrando.
"Solo io potevo venire a Milano per erudirmi su di un gioco che non si pratica più da seicento anni.",pensa uno dei passeggeri mentre l'altoparlante di bordo sta annunciando: "Allacciarsi le cinture di sicurezza signori,prego."
Svolte le operazioni di scalo nella massima normalità,il passeggero,affittato un taxi,si assicura il tacito assenso del conducente (anticipandogli una lauta mancia) nell'evasione delle norme sul divieto di fumare sui mezzi pubblici,prima di farsi depositare davanti ad un noto albergo,dietro Piazza del Duomo.
Al che introducendosi immediatamente nella reception dell'Hotel,al cospetto del portiere dichiara:"Ho prenotato ieri, telefonicamente,una camera ed una poltrona con traduzione simultanea nella Sala Conferenze."
"E' qui per assistere al Seminario del prof. Borst sulla Ritmimachia?"
"Si."
"Il suo nome per cortesia?"
"Carlo Mancini."
In quel momento però,in qualche parte del subconscio di qualcuno,il tempo è rimasto fermo al Giugno del 1630.
INQUISITORE:"…perché se non aveva di più di tanta confidenza con il Commissario di Sanità si è ugualmente così profuso a procurare ad esso il maledetto unguento che gli aveva richiesto?"
BARBIERE:"Per i danari che mi promise e non sospettando in alcun modo che potesse servirgli per un tale reato come quello di Via dè Vetra.Lo giuro in cuor mio."

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INQUISITORE:"…e se il Commissario suo accusatore verrebbe a dirle davanti la di Lei compromissione nell'ignobile azione?"
BARBIERE:"Se avrà l'ardore di fare questo risponderò che è un infame e che non può dire ciò,poiché non ha mai parlato con me di tal cosa nefanda…E testimoniami Dio se sono sincero!"
INQUISITORE:"Vedremo.Fate entrare allora il suddetto a confronto."
COMMISSARIO:"Si confermo.E' lui il mio complice,senza il quale,non avrei potuto approvvigionarmi della miscela immonda fatta con quello che esce dalla bocca dei morti e che mi è servita per compiere tanto reato."
BARBIERE:"Anima nera.Non puoi dimostrare quello che dici.Non sono colpevole di tali nequizie!L'unguento che ti ho dato nella mia qualità di barbiere,era un comunissimo rimedio contro le macchie della pelle e non l'escremento di cui parli.Sii maledetto in eternità per quello di cui ingiustamente mi accusi."
INQUISITORE:"Taci invaso.Ordino che detto barbiero sia messo alla tortura onde questa sia d'egli cagione per confessare i propri delitti!"
BARBIERE:"Nooooo.Non ho commesso nulla per meritarmi una così atroce punizione,Maidè.Che le mie pene di oggi siano i vostri fardelli di domani per tutte le generazioni che verranno!"

I tratti salienti della relazione d'apertura del prof. Borst:"La Ritmimachia,o battaglia dei numeri,come di certo sapete voi appassionati che vi apprestate a seguire i lavori di questo seminario,era il passatempo preferito degli uomini di cultura nel Medioevo prima dell'introduzione del gioco degli scacchi in Occidente.Oltre che per divertimento vi si cimentavano innanzitutto per affinare il loro senso logico nell'interpretazione del mondo circostante…"
"…Penso quindi che la ritmimachia non trovi paragone neanche con gli scacchi per la sua capacità di aprire mentalmente le persone che la praticano ed è per tale motivo che ho ritenuto necessario sottoporre questa disciplina ad un'azione di recupero che ne riconosca i valori fondamentalmente scindibili da ogni riferimento epocale;visto anche che se ne è talmente dimenticata l'esistenza da non vederla più menzionata nemmeno nelle maggiori e particolareggiate Enciclopedie Universali…"
"…Considerato che le prerogative storiche di questo gioco medievale sono già state da me trattate in altre occasioni,l'indirizzo del presente seminario sarà rivolto a sviscerare praticamente le modalità tattiche e strategiche della ritmimachia;sperando che, alla fine del nostro incontro qui a Milano,le conclusioni che sapremo desumere dal confronto al quale ci sottoporremo,potranno farci ben rilevare di aver compiuto un passo decisivo nel tentativo di far rivivere la splendida ed entusiasmante disciplina che formò l'educazione di uomini come Tommaso Moro,Abelardo,Giovanni di Salisbury e di molte altre insigni menti di quell'era."


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"…In dettaglio propongo d'iniziare i lavori,invitando i commensali,a disputare una partita di ritmimachia con il computer installato appositamente nelle rispettive postazioni di ciascuno. Il diagramma ritmachico con il quale giocherete e che frà breve vi apparirà sul monitor è quello classico,rifacentesi alla famosa stampa di Liegi del 1070.A questo punto non mi resta che augurarvi buona fortuna e vinca il migliore!"
Carlo Mancini è nella fase critica della sua sfida contro il Personal Computer quando una voce di donna lo fa trasalire dicendogli gentilmente: "Se non vuole avere un risultato sfavorevole come il mio le conviene cambiare tattica.Il suo 7 non riuscirà in nessun caso ad incontrare la piramide 91,per cui le consiglio di desistere stando piuttosto attento ad evitare che l'8 avversario non incontri il suo 64 facendo crollare conseguentemente la piramide 190."
"Signorina per il primo suggerimento la ringrazio,mi era sfuggito completamente che stavo dimenticando di considerare uno spazio.Per il secondo però le voglio far notare che l'attacco dell'8 avversario al mio 64 non equivale alla caduta della piramide tronca,verificandosi questa esclusivamente quando l'8 incontra il 190 dopo otto spazi."
"Oh, è vero mi scusi,ma sono così stralunata ultimamente… Le lascio seguitare la sua partita senza disturbarla ancora e mi perdoni di nuovo."
All'uscita di quella prima sessione di lavori.
"Signorina."
"Dice a me? Ah è lei,ha vinto poi la sua partita?"
"No,ma volevo dirle che almeno il suo intervento mi ha consentito di pareggiarla,posso offrirle da bere in cambio?"
"Non sarei dell'umore giusto per accettare un invito, tuttavia non credo che un po' di compagnia possa farmi male.Il mio nome è Federica,Federica Rosa."
Passate un paio d'ore in un non meglio precisato locale della città.
"Mi dispiace tantissimo Federica,vorrei poter fare qualcosa per te."
"Forse lo stai già facendo tenendomi lontana,in questo momento, dalla solitudine;sai non è facile abituarsi all'idea di essere rimasti soli al mondo,tanto più nel modo che è capitato a me."
"Che vuoi dire? Se non sono troppo indiscreto."
"Voglio dire - deglutendo per ricacciare indietro l'emozione - che la mia famiglia non è morta in circostanze definite normali,ma è stata sterminata brutalmente dentro casa senza motivo apparente!"
"Se ti può aiutare a sfogarti,Federica,continua."
DISSOLVENZA.


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"Va bene Federica lasciamo perdere se non vuoi proseguire ed anzi scusami,non potevo immaginare che il tuo cattivo stato d'animo dipendesse da una simile tragedia quando te l'ho chiesto e poi non ho alcun diritto d'intromettermi nelle tue cose personali e…"
"No Carlo per carità,non devi giustificarti così.Penso invece che hai ragione tu;devo sforzarmi di condividere con qualcuno il dramma che mi ha colpito se non voglio uscire di senno e ti sono grata fermamente per esserti offerto in tal senso.Se sei ancora disposto sono pronta a parlare con te dei miei genitori."
"Certo Federica,parla pure liberamente."
"Niente,la scoperta dei cadaveri risale come ti ho accennato ad un mese fa,ma la morte effettiva,si è potuto stabilire dallo stato di decomposizione dei corpi,è databile perlomeno a dieci giorni prima;tant'è vero che ho sentito l'ultima volta i miei agli inizi di Aprile per telefono e mi avevano confessato che sarebbero partiti di lì a poco,come tutti gli anni,per passare la Quaresima nella loro piccola casa appena fuori Milano ed invece…"
"Tu perciò non abitavi con loro?!"
"Si,ma stavo a Colonia per partecipare ad un altro seminario di studi del prof. Borst che mio avrebbe consentito di acquisire degli argomenti decisivi per completare la mia Tesi di laurea sulla Psicosi di massa e le origini della Stregoneria."
"Ma dimmi Federica anche se la domanda è banale chi avrebbe potuto avere interesse ad uccidere la tua famiglia?"
"Ti ripeto nessuno poteva avere un motivo apparente.Oltre a me il nucleo familiare era composto da mio padre,mia madre,la nonna e mio fratello Gianluca di dodici anni e ti garantisco che persone tranquille come loro non potevano assolutamente crearsi intorno un clima di rancore o inimicizia che potesse giustificare quello che è avvenuto."
"La polizia dunque si starà orientando sull'ipotesi del mostro!"
"Si ed anche per altri due fattori.Il primo riguarda il rituale macabro con cui è stato consumato l'eccidio,infatti e non puoi capire quanto mi costa ricordarlo,i miei poveri congiunti una volta fatti a pezzi,orribilmente mutilati sono stati cosparsi di un unguento che,rabbrividisco soltanto a pensarci, si è rivelato dall'analisi chimica effettuata dalla Polizia un composto di sterco e urina umana mischiato a sangue ed interiora animali."
"Cristo e il secondo?"
"…che circa una settimana orsono lo stesso crimine si è ripetuto ai danni di un'altra famiglia.Il signore e la signora Piazza con la loro bambina di tre anni abitanti in un modesto appartamentino dell'Hinterland!"
"E naturalmente non erano vostri conoscenti?!"
"Esatto,non sapevo nemmeno che esistessero e per quanto ne sò questo vale anche per i miei."

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"Per cui le opinioni della Polizia sembrerebbero suffragate da solide basi,non credi?"
"Certamente,la versione ipotizzata dagli inquirenti,mi appare difficilmente contestabile ma in ogni caso il mio istinto mi dice che ci deve essere qualcos'altro,un legame,un filo nascosto ad unire il tragico destino dei miei genitori con quello della coppia uccisa ultimamente."
"Federica,non vorrei contrariarti,ma non pensi che forse il tuo disperato desiderio di dare un volto all'autore di questi inimmaginabili delitti ti possa portare a travisare completamente la realtà?"
"Inimmaginabili delitti,eh già.Il termine usato da te per definire lo sterminio della mia famiglia è adatto anche a spiegare i percorsi che ha seguito la mia mente in questo mese per tentare di dare una spiegazione a ciò che ha sconvolto la mia vita."
"Ti comprendo perfettamente ed è in funzione del tuo stress nervoso che insisto nel consigliarti di rinunciare ad una fantasiosa ricerca di ragioni che probabilmente non esistono e che finirebbe senz'altro per logorarti ancora di più."
"Non sono d'accordo Carlo,si tratta della mia famiglia capisci,non posso accontentarmi di cosa dice la polizia,devo cercare anch'io in qualche modo di non sentirmi definitivamente inutile in questa storia e se devo dare un po' di corda alla fantasia per trovare la forza di andare avanti,ben venga."
"Ti riferisci a qualcosa di preciso,Federica?"
"Ovviamente."
"Quale?"
"Voglio recarmi nel mondo dei morti,è un'idea che mi stà balenando nella testa da parecchio e a cui non vedo come potrò sottrarmi,considerando la nebulosa che tuttora avvolge la vicenda che mi ha reso orfana."
"Ma ti rendi conto di cosa stai dicendo.Così non fai altro che continuare a torturarti vanamente.Non hai alcuna colpa di quanto è successo e meno ancora ne avrai se non riuscirai a dare un nome all'assassino dei tuoi genitori."
"Mi prendi per pazza vero? Non mi dirai però che non credi alla vita ultraterrena e alla possibilità di mettersi in contatto con l'aldilà,eh?"
"Non è questo il punto,Federica.Sarei perfino disposto ad accompagnarti se tu lo volessi.Ma quello che voglio farti capire è che seppure trovassi dei responsi soddisfacenti dall'esperimento che vuoi fare,essi,non ti restituirebbero comunque nessuno dei tuoi congiunti e neanche placherebbero le tue angosce,ridandoti la voglia di vivere che credimi,puoi ritrovare soltando cercando di dimenticare."
"Non si dimentica nulla nella vita Carlo,lo sai? Ma davvero saresti pronto ad accompagnarmi ad una seduta medianica?"
"Certamente."
"Cos'è pietà,curiosità o che altro che ti spinge a dilungarti tanto con le mie disgrazie?"



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"Non posso negare che tu mi piaci molto,Federica,se è questo che vuoi intendere,ma devo anche ammettere che provo un'attrazione nei tuoi confronti che va oltre qualunque piacere estetico e che costituisce la vera causa che mi porta a prolungare oltremodo la mia permanenza con te."
"Devo intenderla come una dichiarazione d'amore sincero?"
"Forse, ma non solo,la sensazione che provo guardandoti in questo momento è la stessa che mi investe ogni volta che sto per sprofondare anima e corpo in una di quelle situazioni che solitamente mi hanno portato sempre al limite della ragione."
"Guarda che ti prendo sul serio."
"Ne hai l'opportunità?"
"Per via delle ricerche che svolgo per la mia Tesi,posso vantare molte amicizie intellettuali tra i frequentatori dei circoli esoterici della città,quindi stai attento,potrei mettere alla prova anche stanotte il tuo interesse per me."
"Fallo dunque,anche se devo premetterti che non avrei voluto sentire il peso della responsabilità di essere stato io la molla capace di farti mettere in pratica quello su cui hai titubato per un mese."
"Non preoccupartene,prima o poi mi sarei decisa comunque a fare questo tentativo per mettermi in comunicazione con i miei genitori per cui,anzi,la tua presenza in caso di cattivo esito dell'esperimento potrà se non altro rappresentare per me,tramite la sincerità accertata,un elemento di consolazione,alla delusione che ne seguirà."
"Andiamo allora."
Alla presenza di una giovane medium e tre anziani convitati ,nell'attico di un antico palazzo al centro di Milano,sta per avere luogo lo spiritismo.
Nei preliminari di esso,Carlo Mancini,dice fra sé: "Umh, dalle immagini contrastanti del Bafometto e dell'Angelo che stanno all'entrata di questa sala,si direbbe che i presenti non appartengano a nessuna setta di culto particolare e che professino esclusivamente la parapsicologia pura finalizzata al dialogo con i morti…e la giovane età della medium può star solo a significare che la praticano ad altissimo livello evocativo,con delle sollecitazioni dovute alla trance che una persona più avanti con gli anni avrebbe molta difficoltà a sopportare…"
Una voce interrompe i suoi pensieri: "Ora vi prego,onorevoli convitati alla catena,di concentrare le vostre menti sulle care persone che la nostra amica Federica vuole risvegliare dal sonno della morte e di aprirle contemporaneamente al fluido della mia volontà che catalizzerà su di me anche i vostri sforzi."
Minuti di febbrile contemplazione con il sudore che ben presto si mostra palese ad imperlare le fronti dei partecipanti al rito,preludono un sinistro sibilo,simile al rumore di cento bicchieri rotti in seguito a forti vibrazioni sonore,che, liberatosi dal nulla, dopo aver vagato brevemente nella stanza,


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sembra colpire come un fulmine la medium,la quale,incassandosi su se stessa,dando l'impressione di voler attutire un violento impatto,ritorna ,dopo qualche secondo, nella posizione originaria pervasa però da un tremito che le attanaglia tutto il corpo mentre dalla bocca un liquame bianco comincia ad uscirle assumendo pian piano i contorni di una figura umana appena percettibile.
"Io fui Caterina Rosa e sono tornata dal sonno che rende tutti uguali per spubblicare ,oggi, il vile atto di cospargere di così sozzo unguento le membra martoriate dell'anime innocenti di cui sono capostipite,come allora denunciai quello di ungere le amate mura di Sant'Ambrogio."
Preso coraggio Federica: "Dimmi ti prego,chi ha ucciso la mia famiglia?"
Ma l'ectoplasma,eludendo le sue aspettative,dato inizialmente l'accenno di voler rispondere,ad un tratto comincia a svanire così come si era materializzto dalla bocca della medium che nel disperato tentativo di trattenere ancora dentro di se la presenza dello spirito riesce solamente a farsi scoppiare i vasi capillari del volto accasciandosi poi,svuotata di ogni energia, a conferma della fine dell'evocazione.
Usciti in strada.
"Hai idea di chi possa essere tra i tuoi antenati,la Caterina che si è manifestata durante la seduta?"
"Non precisamente,posso dirti però che il nome Caterina è molto frequente in famiglia; ci si chiamava la mia bisnonna e pure la sorella di mio padre,per cui chissà…"
Nella notte che passeranno insieme,nessuno dei due,negli attimi di stasi,come una maledizione,potrà fare a meno di pensare alle parole della defunta Caterina Rosa.
Il giorno seguente per Carlo mancini il secondo incontro con la ritmimachia si delinea assai scoraggiante in quanto a risultati.
Il mancato arrivo di Federica al seminario ne è la ragione.
Vana si verifica la sua attesa;inutili i tentativi di rintracciarla altrove al termine della sessione dei lavori.
Verso l'ora di cena,sempre in albergo,è sotto la doccia della sua camera quando sente il campanello della porta suonare.
Infilato l'accapatoio per accingersi ad aprire, credendo di rivolgersi a qualcuno del personale esclama: "Un attimo, per favore,vengo subito."
Notevole la sorpresa sentendosi rispondere: "Apri Carlo,sono Federica."



- 29 -
"Ah, sei tu,alla buon'ora."
"Mi fai rimanere sulla porta?"
"Sarei veramente tentato di farlo."
"D'accordo, perdonami per non essere venuta all'appun-tamento, ma ti giuro che non è stato invano,credo di aver scoperto tutto."
"Dai entra."
"Dammi qualcosa di forte da bere,ne ho bisogno."
Versandole del whisky: "Dove sei stata tutto il giorno."
"Stamattina invece di venire al Seminario mi sono recata in Biblioteca."
"E' lì che hai trovato la soluzione di tutto?",ironico.
"Si e non mi prendere in giro,penso di aver capito il legame che unisce i Rosa e i Piazza."
"Chi?"
"I Rosa, la mia famiglia e i Piazza,la coppia uccisa l'altra settimana."
"Ma stai dicendo sul serio o cosa?"
"Ascoltami senza interrompere,poi deciderai tu se dico o no sul serio.Quando lo spirito della mia antenata,ieri notte alla seduta,ha detto che aveva reso pubblico il vile atto di ungere le amate mura di Sant' Anbrogio , si riferiva certamente all'imbrattamento dei muri di Milano con una sostanza che si insinuava portasse la peste e che scatenò fino alla metà del XVII secolo in questa città una caccia spietata ai cosìddetti Untori. Ci furono addirittura clamorosi processi condotti dai giudici comunali,a mò di quelli effettuati nel Medioevo dalla Santa Inquisizione,con tanto di torture durante gli interrogatori e di esecuzioni capitali in pubblica piazza per i condannati ai quali veniva procurata la morte soltanto dopo orrendi supplizi e atroci mutilazioni corporee.In biblioteca appunto,consultando vecchi testi di quel periodo,ho rivolto la mia attenzione al più famoso di questi processi,svoltosi nel 1630 e che si concluse,immagina un po',con l'edificazione di una colonna nelle adiacenze della casa,murata dalle autorità,del condannato,la quale,ricordasse ai posteri l'ignominia di cui si era reso reo.E qui viene il bello,poiché la soluzione dell'enigma stava davanti agli occhi di tutti in maniera quasi disarmante..Altro che maniaco che colpisce inaspettatamente vittime sconosciute fra loro,come dice la Polizia.Infatti da questo processo,passati duecento anni,Alessandro Manzoni prese lo spunto per comporre un mirabile trattato contro la tortura intitolato,guarda caso,Storia della Colonna Infame -che si dovrebbe,figurati,studiare anche al liceo e di cui ti metto una copia qui sul tavolo nel caso tu non l'abbia fatto- in cui sostiene l'innocenza degli imputati,e qui stai bene attento,che furono inquisiti in seguito alle dichiarazioni faziose di tale Caterina Rosa che denunciò certo Guglielmo Piazza sostenendo di averlo visto sporcare i muri di Via dè Vetra dè Cittadin che si trovava nell'attuale quartiere di Porta Ticinese dove abitavo con i miei.



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Il Piazza a sua volta,di professione Commissario di Sanità,sfinito dalle torture,cui aveva pure resistito e allettato soprattutto dall'impunità che i Giudici gli promisero ingannandolo,confessò infine che a procurargli l'unguento maledetto era stato Giangiacomo Mora,proprietario di una bottega di barbiere nella stessa via dove si erano svolte le unzioni,il quale,per stringere il discorso,venne senza colpa alcuna,secondo il Manzoni,messo al bando,giustiziato ed infangato nelle generazioni con l'erezione della Colonna Infame che rammentò i suoi presunti delitti all'umanità sino al 1788,anno in cui fu abbattuta,cinquant'anni prima che Manzoni scrisse il suo Libro."
"Fantasiosa ma coerente la tua esposizione dei fatti,per cui vorresti sottointendere,correggimi se fraintendo,che l'assassino dei tuoi genitori potrebbe essere un discendente dello sfortunato Mora,il quale sta in questo modo vendicando l'ingiusta sorte subita dal suo antenato e che per un qualche distorto meccanismo mentale cosparge di quella mistura schifosa le sue vittime come per simboleggiare l'onta di disonore che nei secoli ha coperto il suo nome in conseguenza delle false dichiarazioni di Caterina Rosa prima e del Commissario di Sanità poi."
"Più o meno Carlo penso proprio che sia così."
"Allora basterà risalire ai discendenti in linea diretta del barbiere per poter stabilire un numero circoscritto di sospettabili!"
"Giusto,il Manzoni in proposito dice che aveva quattro figli ed è per dare un volto ai suoi discendenti attuali che dopo la Biblioteca ho passato il resto della giornata all'archivio anagrafico,ma purtroppo non ho trovato nessuna traccia dei Mora,i quali sicuramente preferirono cambiare nome o città,di lì a qualche generazione,per sfuggire all'emarginazione impostagli dalla gente di Milano e dintorni che li bollava come attentatori della salute pubblica e portatori di peste."
"E se si fosse verificato quanto dici addio possibilità di rintracciare il misterioso parente del barbiere.Siamo di nuovo al punto di partenza,tutt'alpiù,potremmo ricercare alle anagrafi dei comuni vicino Milano l'esistenza della prova del cambiamento di nome da parte dei Mora e così venire a conoscenza di quello assunto in seguito,ma effettivamente mi pare un'impresa a dir poco surreale."
"Si potrebbe fare di meglio invece con un po' di fortuna,Carlo:ti presento il mio asso nella manica."
"Spara."
"Seguimi attentamente.Se ci è risultato impossibile rintracciare il responsabile della morte della mia famiglia tramite le sue origini,possiamo però provare a farlo per mezzo della sua prossima vittima,la quale,avendo egli già fatto fuori coloro che ritiene gli accusatori del suo predecessore,altri non può essere che un discendente del giudice che ha presenziato tutte le fasi della requisitoria contro Giangiacomo Mora."



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"Ingegnosa e logica deduzione Federica e il tuo manzoni ci può aiutare anche in questo?"
"Lui no ma i libri di storia si.Dagli Annali Milanesi infatti sono potuta risalire al nome dell'uomo che nel 1630 amministrava la giustizia per conto del Comandante della Fortezza di Milano,Spinola che in quel momento e questo lo conferma anche Manzoni era impegnato nell'assedio di Casale."
"E chi sarebbe questo magistrato?"
"Angelo Visconti,componente di una famiglia di giuristi per tradizione legata ancora più anticamente a quella che dominò Milano al tempo della Signoria."
"E adesso quanti Visconti vivono a Milano,lo sai?"
"So anche questo Carlo,dal controllo che ho fatto sull'elenco telefonico e devo dirti che sono tante le persone che qui portano questo cognome.Ma se facciamo un tentativo per esclusione,immedesimandosi un tantino nei panni dell'assassino, chi meglio potrebbe calarsi nel ruolo della vittima designata se non l'Angelo Visconti,omonimo perfetto del precedente,noto penalista della città,residente nell'Hinterland milanese?"
"Mmm,come corri Federica con le associazioni di idee,nemmeno un detective procederebbe tanto speditamente nel collegare le persone alle ipotesi;comunque non penso che costi molto accertarsi almeno che l'avvocato goda di buona salute e semmai tenerlo sotto controllo nell'eventualità che il crudele discendente dei Mora scegliesse lui come prossimo destinatario della sua vendetta,ammesso poi,che faccia ancora dei suoi piani continuarla."
"Carlo mi sembra però che la tua vena di scetticismo non si sia esaurita dopo quanto ti ho esposto."
"Non è affatto come dici Federica ed anzi voglio congratularmi con te per quello che sei riuscita a concludere in sole ventiquattro ore.Dopotutto non mi pare neanche tanto inverosimile la tua esposizione dei fatti e se ti conforta posso affermarti che anch'io da ieri sera mi stavo orientando verso qualcosa di simile nell'interpretazione delle parole della tua simpatica ed evanescente antenata."
"Davvero?"
""Si,anche se ero naturalmente lontano anni luce dalle tue precise conclusioni,se devo essere sincero."
"Allora se non altro,posso cacciare dalla mente il dubbio che il tuo interesse per me fosse passato in secondo piano rispetto alla ritmimachia quest'oggi?"
"Su questo puoi contarci,Federica e se avrò la possibilità in futuro ti dimostrerò maggiormente quanto tengo a te cercando di essere più utile di quel che sono stato finora in quest'indagine che comunque per il momento ti vede come la sola protagonista."

"Federica,puoi cominciare a rallentare,la casa di Angelo Visconti dovrebbe trovarsi in una delle prossime traverse alla tua destra secondo questo stradario."


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"Ecco,me lo dici tu quando devo girare?"
"Senti Federica,ho pensato che per presentarci senza insospettirlo potremmo farci passare per dei giovani studiosi che stanno preparando,che ne so,una relazione sulle radici della cultura lombarda sopravvissute ai nostri giorni, per conto di una casa editrice -guarda anche tu se te ne viene in mente qualcuna-; avremo così l'occasione di chiedergli senza troppi preamboli se sa di avere una qualche parentela con il Visconti che amministrò la giustizia in questa città."
"In modo di dare in caso di risposta affermativa una maggior consistenza alla mia scellerata ipotesi,vero Carlo?"
"Ti ripeto che non devi intenderla in questa maniera, ma potrai facilmente renderti conto che se potessimo suffragare con dei fatti la teoria di una discendenza della persona che stiamo andando a trovare con il giudice che istruì il processo contro Giangiacomo Mora,bè decisamente si potrebbe portare avanti con tutt'altro spirito la ricerca in questo senso dell'assassino."
"Scherzavo."
Va bene Federica va bene,adesso girà, però, siamo arrivati."
"Dimmi quando posso parcheggiare."
"Guarda,ti puoi mettere dietro quella Renault;il villino dell'Avvocato Visconti è subito appresso se il mio conto dei numeri civici non è errato."
Scesi dalla macchina e avviatisi verso l'ingresso dell'abitazione:"Non se la passa mica male,eh?"
"Come tutti coloro che abitano in questa zona residenziale."
"Cristo,ma non senti niente all'olfatto?"
"Si Carlo,tipo un odore di incenso ma più forte."
"Corri Federica,cerchiamo di entrare dentro,penso che non avremo più bisogno di fare domande a quell'uomo."
Una testa umana attaccata per i capelli al lampadario, più simile ad una salciccia spalmata di lugubre unguento che a quella appartenuta al povero Angelo Visconti,è la prima immagine che i due possono imprimersi negli occhi una volta varcata la porta,stranamente accostata,del villino.
"Mio Dio Federica,siamo arrivati tardi."
"E' orribile Carlo,che facciamo?"
"Niente,non possiamo fare niente.Dalla pozza di sangue che si è seccata sul pavimento sotto il lampadario,si può indiscutibilmente dedurre che sono svariati giorni che dev'essersi consumato l'omicidio.Per cui credo che oltre a vedere dov'è il resto del corpo di questo disgraziato e se ci sono altre vittime in casa non ci resti molto da fare."
Pochi minuti dopo…
"E' qui alla scrivania dello studio Carlo,vieni a vedere."
"Che roba,andiamo via Federica,hai già visto abbastanza. Nelle altre stanze non c'è niente,probabilmente era scapolo."



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Mentre fanno ritorno in città…
"Possibile che nessuno dei vicini abbia notato ancora nulla?"
"Carlo,la gente qui è talmente indaffarata che non si accorge nemmeno di chi gli passa davanti;pensa te se può far caso ad un solitario avvocato che non si fa vedere in giro da qualche giorno."
"Eppure come può passare inosservato quel terribile odore?"
"Stesso discorso,nessuno da importanza alla puzza proveniente dagli altri."
"Ma avrà avuto uno studio professionale,una segretaria,un socio che si starà insospettendo della sua assenza?"
"Ehi Carlo,che vuoi che ti dica?"
"Niente,niente…Comunque Federica mi dispiace moltissimo per quello che sei stata costretta a vedere."
"Grazie Carlo per il pensiero,ma tanto più del fondo di dove già sono non è possibile sprofondare!"
"Non dire così,cerca di tirarti su, ora ti accompagno a casa,ti aiuto a prendere un sedativo e se vuoi ti rimango accanto mentre ti fai una bella dormita."
"No,non ti preoccupare Carlo,non c'è bisogno che passi la notte insonne per me;non c'è ancora rischio che mi suicidi e preferisco che dopo avermi accompagnata a casa vada a dormire anche tu.Piuttosto non credi che sarebbe giusto avvertire la Polizia?"
"E come giustificheremmo la nostra presenza lì alle nove di sera con il Libro del Manzoni? Ci riderebbero in faccia e nascerebbero sicuramente dei problemi incresciosi,te lo assicuro."
Scherzando."Potremmo raccontargli la storiella che volevi raccontare all'avvocato prima che lo trovassimo in quelle condizioni?"
"Piantala Federica."
Rientrato in albergo (una volta accertato che Federica abbia preso sonno profondamente) e capito che non potrà fare altrettanto a causa dei dubbi che gli affollano la mente,gettato lo sguardo sul libro che Federica gli ha lasciato sul tavolo alcune ore prima,ne inizia la lettura e alla fine con le tenui luci dell'alba che cominciano a penetrare dalle tapparelle delle serrande,dei pensieri prendono forma al suo interno: "…Se diamo per buona la versione del Manzoni, secondo cui, le figlie del Mora furono prese in custodia dal parroco della locale chiesetta,perché non ipotizzare che anche l'unico figlio maschio di questi,interrogato pure durante il processo e di cui poi non si fa più menzione,abbia seguito la stessa sorte delle sorelle? E se riuscissi a localizzare la Chiesa di cui parla il testo,la quale non dovrebbe essere lontana da Porta Ticinese,non è detto che non possa trovare nei suoi archivi parrocchiali dei documenti



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risalenti a quell'epoca che possano gettare nuova luce sull'identità dell'enigmatico discendente del barbiere untore. D'altronde anche nelle abbazie vengono conservati i diari,le memorie degli abati che ci hanno vissuto nei secoli.Considerando fra l'altro che anche l'assassino avrà tracciato una strada del genere per identificare i posteri dei carnefici del suo avo o per rendersi conto lui stesso di essere un discendente del perseguitato Mora (se si esclude che abbia agito per semplice omonimia o che stia consumando una vendetta tramandatagli direttamente,come una catena di Sant'Antonio,per generazioni). Per cui questo ragionamento,almeno teoricamente,mi conferma che ci deve essere un indizio seppur difficile da seguire che come ha guidato l'assassino possa dare a me la possibilità di sciogliere il rebus che sta rovinando la vita di Federica."
La mattina seguente,verso le undici,Carlo Mancini, pensando nei pressi di Porta Ticinese: "Ho l'impressione che al contrario dei monaci benedettini i preti non conservino niente del loro passato.Sono già due le chiese a cui mi sono rivolto inutilmente e con questa penso che si stia spegnendo anche l'ultima speranza di poter tirare fuori qualcosa dalle mie elucubrazioni notturne;ma quanto ci mettono ad aprirmi?"
"Buongiorno signore,in cosa può esserle utile il sacrestano di questa umile e antica Chiesa?"
"Sono uno studioso,volevo sapere se in questa parrocchia conservate dei manoscritti o dei documenti,più o meno antichi,dei prelati che espletarono qui la loro missione cristiana.Mi sarebbero di molto aiuto nelle mie ricerche di storia."
"Siete fortunato fratello e non siete il solo che si rivolge agli archivi di questa povera Chiesa per i suoi studi: Vi ha mandato qualcuno di loro? Dovete sapere che il Parroco fondatore di questa Casa di Dio,Domenico della Contade, era un ex frate cluniacense,il quale,stanco della vita monacale così lontana dai problemi del mondo,decise,di venire in città per mettere il suo apostolato al servizio della gente comune che a quel tempo veniva periodicamente decimata dalle epidemie di peste che si ripetevano come un flagello del Male.In virtù della sua impostazione abbaziale prese l'abitudine di registrare i resoconti della vita quotidiana su dei quaderni,tradizione questa,che venne rinnovata dai parroci che lo seguirono.E anche se le guerre hanno fatto in gran parte scempio della vecchia struttura che costituiva questa Chiesa,il piccolo Scriptorium, dove Frà Domenico e i suoi successori redigevano e conservavano le loro pergamene si è salvato e ora costituisce il nostro vanto per come è oggetto di considerazione da parte di quei pochi ma generosi studiosi che vengono di tanto in tanto a visitarlo.Venga l'accompagno e ci appelliamo alla sua benevolenza per l'offerta che vorrà gentilmente elargire,affinchè,il nostro patrimonio di storia venga sottratto all'usura del tempo e all'incuria degli uomini per ancora molto tempo."



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All'interno dello Scriptorium.
"Accidenti come è ben custodito questo archivio,- dice fra se Carlo Mancini mentre sta accingendosi a cimentarsi in quell'impresa da topo di biblioteca - tutti i quaderni, i diari e le pergamene contenuti negli scaffali,sono divisi esattamente per anni e a loro volta per mesi e addirittura giorni.Mi trovo di fronte ad un piccolo pezzo di Medioevo alle soglie del Ventunesimo secolo…Allora dunque,gli scaffali partono dal 1354 e dovrebbero contenere le memorie di Domenico della Contade,il frate fondatore;poi proseguendo giù,giù…ecco.Alla fine di questa prima serie di ripiani ci dovrebbero essere i manoscritti del periodo che mi interessano.Vediamo si…1625-1638,okay ci siamo.Il parroco era Guido Tebaldi e guarda che meticolosità nel registrare le sue cronache,quest'uomo credo venisse qui ogni giorno a compilare il riassunto di quello che gli accadeva durante la giornata.Comunque voglio saltare subito al 1630,l'anno del processo.Incredibile,praticamente parla solo di questo e con quale enfasi,non penso che ritenesse innocente il barbiere.Devono essere stati brutti tempi per la gente quando si viveva con il terrore di morire di peste per colpa delle unzioni sui muri.Procediamo oltre…adesso parla della Colonna Infame e ora…si giusto,allora avevo ragione questo tratto del Parroco è inequivocabile,siamo nel 1631: -…e cionostante provi ribrezzo al solo sentir scandire il nome del barbiero maledetto non posso far discendere tra i meandri dell'abbandono e della miserazione la sua giovane prole innocente,tre bambine e un ragazzo che invece sotto la protezione della mano dell'Onnipotente potranno salvarsi dall'insidia di perfidia che si annida nelle loro menti e scorre nel loro sangue…-.Cristo,chissà se il Manzoni è mai stato qui? Credo proprio di sì,poiché molti contenuti di questo documento sono riportati indiscutibilmente sul suo libro;ma se è così,come mai in esso,lo scrittore ha nascosto il particolare dell'adozione del ragazzo? Andiamo avanti,forse nello scorrere del manoscritto troverò la risposta anche a questa domanda.Finisce il 1631…passano gli anni…no,non mi sembra che ci sia niente di interessante in queste pagine,sfoglia,sfoglia…che strano però,perché adesso sta cambiando il carattere della scrittura in un qualcosa che assomiglia al maiuscolo? Come quasi per evidenziare l'importanza di quello che segue…è il settembre del 1635 e…e…nooo..non è possibile…è pazzesco."


Drin…drin.
"Chi è?"
"Sono Carlo,Federica apri,"
Accomodatosi in casa.
"Che ore sono Carlo,mi sono svegliata adesso."
"Le due e mezza di pomeriggio."
"Ma non dovevi venire a prendermi stasera?"





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"Si,ma oggi sono io che ho qualcosa di importante da comunicarti,rispetto a ieri le parti si sono invertite.Sono giunto in anticipo per metterti a conoscenza del nome dell'oscuro discendente di Giangiacomo Mora!"
"Davvero?"
"Certo Federica,senti questo passo tratto dal diario di un parroco che ho trovato negli archivi di una chiesetta qui a Porta Ticinese: - Oggi 16 settembre 1635…il sangue dè accusati si è mischiato a quello dè accusatori facendo riaprire questioni il cui ricordo è ancor tristemente vivo tra la gente di questa comunità di Dio.La fedele Caterina Rosa,venuta precipitosamente a colloquio meco,mi ha reso partecipe del fatto che sua figlia Federica porta in grembo ormai irrimediabilmente il frutto della fornicazione avuta con il giovane Mora mio protetto e che tale unione non deve essere messa in pubblico per qual onta di disonore ne porterebbe alla sua famiglia…Dio misericordioso mi perdoni se nell'atto di allontanare tale scandolo divido due anime gemelle destinate ad unirsi ed abbia pietà di me che non ho il coraggio di combattere con i pregiudizi al fine che l'amore trionfi…Che possa un giorno il mio tutelato rifarsi una vita ed un nome che non lo costringa a vergognarsi ancora nei luoghi dove lo manderò.-…ma tu Federica queste parole già le conoscevi vero? Il sacrestano ti si ricorda molto bene sai,d'altronde una studiosa di cose medievali come te non poteva non aver visitato, per di più a due passi da casa,lo Scriptorium dove sono capitato io,e durante le numerose visite che ci hai fatto,sei disgraziatamente arrivata,magari piano piano,anno dopo anno, al quaderno del parroco Guido Tebaldi di cui ti ho appena finito di leggere il brano che ha fatto scattare in te un meccanismo,forse già esistente nel tuo inconscio allo stato latente,che ti ha costretto a vivere fino in fondo ma con due personalità ben distinte e conflittuali fra loro,il ruolo di vittima e di carnefice, allo stesso modo di come,da una parte,in veste dei discendente dei Mora,hai compiuto le efferatezze sui tuoi stesi genitori,sulla famiglia Piazza e sull'avvocato Visconti e dall'altra, come sopravvissuta dei Rosa,hai cercato di fare di tutto per scoprire l'assassino:cioè te!"
"Vedi carlo,qualcuno doveva pur vendicare il nome dei Mora e forse il giovane figlio del mio predecessore aveva fecondato apposta la figlia di quella lurida malalingua di Caterina Rosa,capito,proprio con lo scopo di far si che la sua vendetta colpisse dall'interno gli accusatori del padre,facendo portare ad essi nelle vene il sangue dei Mora nei secoli,sangue che prima o poi li avrebbe inesorabilmente distrutti!"
PENSATO: (Oddio,ormai nella sua schizofrenia la personalità dei Mora ha preso completamente il sopravvento.)
"Ma vieni Carlo,guarda cosa sto preparando in bagno: l'atto conclusivo della mia vendetta."
"Che dici Federica,hai bisogno di cure vieni via con me."
"Lasciami stare Carlo,adesso anche l'ultima dei Rosa deve morire!"



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Direttasi nella toilette e aperte due grosse taniche contenenti la mostruosa mistura si accinge a versarle nella vasca,urlando invasata: "Ah,ah,ah,anche lei deve cessare di esistere con la stessa onta,lo stesso lezzo e lo stesso crudele destino che colpì i Mora!"
(Mio Dio no,si vuole uccidere ma non se ne rende neanche conto,ormai federica è per lei un'altra persona,per giunta da eliminare ed io…io devo impedirle…di distruggersi.)
Ma mentre cerca di interrompere il macabro preparativo di Federica afferrandola per un braccio nel disperato tentativo di portarla via,questa,nel breve accenno di colluttazione che ne segue,preso in mano un portasapone,lo stordisce colpendolo improvvisamente alla testa;………………e al risveglio di Federica gli rimane da vedere soltanto un polso lacerato che butta ancora sangue uscire da un bordo della vasca che colma dell'insano liquido,di cui si comincia già a propagare l'odore,ricopre completamente il resto del suo corpo senza vita.
E A PASSI LENTI,PER LE VIE DI MILANO…
(Non doveva finire così questa storia che…da come mi sento adesso mi ha provato più di tutte le altre della mia vita…)
…CON LA VITA CHE GLI SCORRE ACCANTO PIU' FRENETICA CHE MAI…
(…forse perché lei era un po' speciale…)
…NEL RUMORE DEL TRAFFICO…NELL'INCROCIARSI DELLA GENTE INDAFFARATA…NELL'ALTERNARSI CONTINUO DEI COLORI DEI SEMAFORI…
(…tutto di lei mi lascerà il segno:la sua bellezza che ho potuto accarezzare per così poco tempo…il suo interesse per gli esoterismi tanto in contrasto con l'atmosfera di praticismo che si respira in questa città e sicuramente suo rifugio da essa…ed infine la sua terribile malattia,la quale,come un cerchio che si chiude irrimediabilmente,prima ha arrecato dolore agli altri e poi si è ritorta su di lei…)
…E CHE PURE GLI INTERESSA MENO DI SEMPRE!
(…e poi,quello che mi tormenta più di ogni altra cosa è l'essere cosciente di non poter stabilire se il suo destino è stato determinato da un processo di dissociazione della personalità dovuto alle nevrosi,le paranoie che questa civiltà moderna impone e che in un soggetto sensibile come lei possono aver causato tutto questo oppure,quasi assurdamente credere, che la sua schizofrenia è il prodotto di due geni incompatibili che le scorrevano dentro le vene,i quali,in silenzio per generazioni,hanno deciso di scatenere il loro conflitto ai nostri giorni,consumando una vendetta,quella dei Mora contro i loro persecutori,pensata cinquecento anni prima e di cui Federica è stata esclusivamente l'inconsapevole veicolo…ma gli interrogativi che mi sto ponendo forse sono gli stessi che compongono il mistero della vita e se non ci mettiamo uno strato di filosofia sopra,vecchio mio,potresti rischiare di perderci la ragione a volerli svelare ad ogni costo…e può darsi che abbia ragione quel grande pensatore di cui non ci ricordiamo mai il nome quando dice



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che è inutile chiederci una spiegazione per tutto quello che ci capita…ed è probabilmente questo il segreto per non sdoppiarci come è accaduto a Federica:vivere la vita dal di dentro e farne parte invece di guardarla alla finestra con gli occhi di un critico d'arte che scruta un quadro…e se l'esistenza ci risulta un mistero inspiegabile basta vivere i misteri come un fatto normale e automaticamente non c'è più necessità, nè di spiegarli più di tanto,nè di dare una ragione a questa vita che è bella così,anche quando non ci fa capire noi stessi e gli altri o non ci fa distinguere la realtà dal sogno!)
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fine



Lo strano amore del mio alter ego "a strisce" con Federica se per il precario equilibrio di Laura si era rivelato un tonico,non altrettanto si poteva considerarlo per me nella ricerca della soluzione al mistero di Carol.
Dei suoi contenuti infatti non si doveva chiaramente trascurare le possibili caratteristiche fuorvianti in quel senso.
Che la Mora me lo avesse dettato apposta?
Anche questa era un'eventualità,poiché lo ribadisco,esclusa la parentesi sulla ritmimachia e l'impostazione al presente del racconto,tutto il resto,dell'immaginaria avventura milanese era farina del suo sacco.
Si poteva altresì adottare anche una interpretazione quasi amletica della creatività di Laura,la quale,optando per Federica come autrice degli insoliti delitti consumati all'ombra del Manzoni,implicitamente,ammetteva, in tal modo, le proprie colpe nei riguardi dell'amica americana.
Era dunque Laura la responsabile della morte di Carol?
Quella che pensavo una bella idea rivelatrice, capace di portare chiarezza nell'enigma,si dimostrava invece un'altra incognita che stabiliva tutta una nuova serie di interrogativi.



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La classica goccia che fa traboccare il vaso poi,me la fornì, ovviamente, sempre Laura durante il percorso a ritroso che ci riconduceva a Roma, quando, porgendomi distrattamente un foglio scritto a mano da lei con la sua flemma ritrovata mi disse: "Questa mattina,mentre tu ancora dormivi mi è venuto il desiderio di ipotizzare un possibile seguito all'amore di Carlo e Federica.Forse è la voglia di poter ripetere una settimana così che mi ha spinto a buttare giù le poche righe contenute nel foglio che ti ho appena appoggiato sul cruscotto.Leggilo per favore."
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FINE


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