E. by T.A.

Cromo veri somi

La tmesi è l’unica figura retorica che mi piace, perché a mio parere, è la sola a rimanere ambivalente quasi volesse sottrarsi al destino delle sue sorelle. E’ un taglio netto sulla sintassi che prelude ad uno sconfinamento della parola, ad un nuovo linguaggio che del vecchio ha solo in comune una connessione logica, matematica. E’ un push e un job alfabetico. CROMO/push, VERI/job, SOMI/push, SONO SOLO GLI UOMINI INERMI. L’ambivalenza è lampante, determinata dalla cesura centrale. La tmesi CROMO VERI SOMI si ricompone significativamente in CROMOSOMI VERI ma può rimanervi del tutto sconfinata, per così dire sospesa in quanto a significato, se invece intendessimo per CROMO un allusione ad una divinità preolimpica e per VERI SOMI due termini a cui attribuire un significato qualunque. Nella sospensione mantiene la possibilità contemporanea di rimandare a due, o più significati che in comune hanno solo una disposizione logica, rigorosa. La tmesi è per questo delle figure retoriche quella che più si avvicina, dal punto di vista linguistico, alla vita reale e al nostro linguaggio interno; che comunque li si voglia definire fanno sempre delle cesure, delle ambivalenze complesse, dei processi stocastici un largo uso. La tmesi dunque come forma linguistica privilegiata ed estrema del realismo, suo isomorfismo regina, iperrealismo genetico della lingua in perenne raffronto con l’esistenza ed il mondo. Frattura di ogni connessione chiaribile e possibilità di sua ricomposizione. Una lingua minuto per minuto come la nostra vita. Un eremitaggio intorno alla possibilità di ricomposizione linguistica che non può essere mai esaustivo: come la nostra vita che non finisce mai di darsi significati senza averne alcuno o viceversa, che non smette mai di non averne alcuno pur lasciandoci lo spazio per coglierne una serie di infiniti. Tmesi mai scontata. Mio amore. Mia donna. Mia vita. Tmesi. Vapore strano negli occhi. Una pezza di tela umida rettilinea sui panni da stirare. Un lavoro imbelle di operaia in una fabbrica di computer rigenerati. Una relazione extraconiugale e tre aborti. Stammi a sentire. Ho fatto del mio meglio per metterti a tuo agio. Da giovane ho giocato in una squadra di pallone. Dov’è che vuoi la cesura, deciditi. Puoi fare di meglio. Musica. La relazione non è consumabile celermente. Ha saliscendi dovuti alla reazione che in te produce questo stato di cose. Non puoi continuare così. Deve esserci un modo seppur difficile di comunicare agli altri la tua vocazione per il mondo esterno, per ogni tipo di espressione. Ti prego guardami. Non fare finta di niente. Ho passato la vita a cercare una come te e non demorderò tanto facilmente. Non mi lascerò scoraggiare dai tuoi continui ritorni in te. Sei come l’acido. Distruggi e rigeneri il mio corpo. Somigli ad un’altra. Disturbi i miei sogni, giochi hai quattro cantoni con tutto ciò che hai di più caro. Per questo ti inseguo. Sei la mia fame inestinguibile, il candore estromesso dai miei giorni, l’abitino nuovo che indossavo senza motivo nei giorni di festa, la risoluzione, l’ombra. Ora perché piangi. Qual è la parola che nei miei discorsi ha determinato la tua sterile angoscia d’adesso? E’ solo una lettera di troppo? Un caso plurale o al singolare. Non farci caso, visto come ti amo, come a te ho dedicato tutti i miei giorni, alla tua ricerca. Fuggi con me, portami via da questa disperazione, dammi dei figli, che dal tuo utero non entri più ferro ma ne esca carne viva. Lascia tutto e andiamo via dove nessuno possa più separarci, nella mia casa albergo, nelle foreste che hai scritto, in ogni dove ancora non siamo stati. Abbandonati un po’, più su di me. Accarezzati, uccidimi se vuoi, non lasciare niente di intentato in questa vita. Riunisciti, a me. Ed apriti, fai passare un brivido d’aria al tuo interno e ripassamelo. Cerca di farmi sentire forte il peso delle tue parole, io farò altrettanto con te. Studia il modo di sentirti unita a me come io mi sento a te. Scorticati, eliditi, ma non rifiutarmi. Lasciami penetrarti più in fondo di tutti gli altri in modo che io possa ricordare di te almeno un particolare solo mio. Ti darò tutto quello che ho. Cerca di credermi. Non fare così con le tue estremità. Abbandonati. Che rabbia che provo guardando tuo marito, la cultura, lui ti ha distrutto, fatto appassire, buttata lì in un angolo a fare da decorazione ai margini della sua vita integrata e tu non hai ancora la forza di ribellarti apertamente, di dirglielo una volta per tutte quanto ti fa schifo, quanto hai degenerata in te l’idea di lui. Non c’è la fai, hai bisogno ancora di tempo. Io non sopporto più l’attesa di questo momento. Voglio farla finita o io o lui. Ce ne vogliamo liberare? Vogliamo almeno coltivare questa idea come un sogno? Che vive a fare questa persona vicino a te, che vive a fare? Non accetterebbe mai che tu te ne andassi, dobbiamo liberarci di lui. Io voglio essere il padre anche dei tuoi figli, uccidiamolo. Una domenica come tante che la gente passa a regolare i propri conti col prossimo. Siamo tutti fuori in silenzio. L’aria è respirabile solo per poche persone. Lui è sotto un albero a riposare. Tu leggi qualcosa facendo finta di niente. Io ora lo ucciderò. Una cesura centrale attraverso la sua cultura del corpo. Siamo liberi. Non riusciamo ancora del tutto a capirci bene. E’ solo l’inizio vedrai come cambieranno le cose. E Tmesi sia. Innanzitutto prendo. Innanzi prendo tutto.