E. by T.A.

The Body's Archeology 2002

L’arte non vive più nei luoghi consacrati alla divisione del lavoro ovvero l’arte si prefigura e si rende visibile in tutti i luoghi sconsacrati ad essa dove si attua la ricomposizione della conoscenza e del lavoro manuale ed intellettuale. Per articolare e rendere chiaro e sensibile a tutti il concetto che fa da premessa a questo intervento occorrerà procedere a piccoli passi, cercando di trovare dei punti d’appoggio alla tesi che si vuole esporre, che siano il più possibile afferrabili e scevri di interpretazioni soggettive o culturalmente datate. La difficoltà è nel fatto che occorrerà mettere a revisione idee, termini e concetti che sono ancora da molti comunemente accettati, sedimentati ma che invece a mio avviso meritano, ai fini di della esposizione, di essere sottoposti a verifica riguardo alla loro vera consistenza e significato. Mi riferisco naturalmente a termini come arte, conoscenza, tecnica insomma a tutto il corredo linguistico con cui di solito si affrontano discussioni e approfondimenti in questo ambito. Vedo similitudine tra questa situazione e quella che spinse Locke a scrivere il ‘Saggio sull’Intelletto Umano’: per cercare di sottoporre a critica le idee imperanti al suo tempo circa l’innatismo delle idee e dei principi egli capì che bisognava prima riflettere nuovamente sulle basi conoscitive entro le quali gli uomini discutevano di tali cose. Anch’io, pur conscio dei miei limiti rispetto a lui, sento in maniera forte questa necessità prima ancora di arrivare alla dimostrazione di qualsiasi tesi o punto di vista. Credo che senza una propedeutica esposizione di quello che io intendo per espressione artistica, linguaggio interno, conoscenza, tecnica e altre cose sia pressappoco impossibile, soprattutto per coloro che ancora si muovono all’interno di una ricerca supportata dai decaloghi della divisione del lavoro, riuscire a seguire il ragionamento che porta alla tesi affermata nella premessa. Non pretendo che tutti debbano essere d’accordo ma soltanto di dare possibilità a tutti di controbattere con cognizione di causa a quanto tenterò di esporre. Ritengo accorciata e limitata una comunicazione in cui chi ascolta o legge non ha le chiavi conoscitive, la sorgente dalla quale un individuo è partito per affermare o perorare qualcosa. Meritorio è sempre il tentativo di farsi capire e conoscere. Bene, a quanto pare, credo sia necessario per prima cosa stabilire una definizione chiara e ridotta ai minimi termini di cosa sottostà al termine ‘arte’ cosi logoro, abusato, inadeguato quanto dir si voglia ma che useremo senz’altro qui proprio per il suo valore immediatamente percepibile ai più. Ogni persona penso sia capace con parole sue di dare una definizione di questo termine ed è curioso vedere come del termine ‘arte’ ci siano cosi tante interpretazioni dalle più rigorose, alle più metafisiche, alle più personali e romantiche. Ho sentito da 15 anni a questa parte di tutto e di più riguardo alla definizione di questo termine: da chi pensa classicamente che l’arte è tecnica applicata alla creatività a chi la considera una attività terapeutica per la cura del proprio spirito. Al primo estremo quando però gli chiedi, si ma che cosa è la creatività? E al secondo quando gli domandi cosa è lo spirito o la coscienza?, entrambi di solito si chiudono in un mutismo elitario oppure ti propinano una serie di lunghe dissertazioni, per carità degne di nota storica, ma che quasi sempre non tengono conto delle più elementari scoperte fatte in altri campi dal sapere umano negli ultimi vent’anni. Praticamente avviene che ognuno dalla propria parcellizzata visione del sapere tiene conto solo di un aspetto omettendo gli altri: la Babele è perfetta, la divisione del lavoro rispettata, con la buona pace di tutti, chi non si capisce con gli altri ha sempre la sensazione di stare nel giusto e continua a svolgere la propria funzione assegnatagli dalla società divisa. Per passare e rendere visibile a tutti la geometria non-euclidea era necessario capire che si trattava di dare una diversa definizione delle rette e dei punti che costituivano la base della geometria classica. C’era impossibilità di cogliere questa nuova geometria solo se si continuavano a concepire le rette e i punti cosi come Euclide le concepiva cioè lungo un piano. Ora per lo stesso motivo proviamo a dare dell’arte’ o meglio dell’espressione artistica una definizione ridotta ai termini più semplici non parcellizzata. Ricominciamo da capo. Riassumiamo per quanto possibile i saperi e proviamo a raccontare un'altra storia. Dall’inizio ad oggi. Dal semplice alla gestione della complessità. Vediamo cosa succede, se un'altra Babele, oppure un nuovo di intendere le cose ovvero la base per farci proseguire il cammino verso un confronto e un modo più evoluto di relazionarci ed esprimerci socialmente. Partiamo da un’asserzione difficilmente contestabile: fuori del nostro corpo non c’è ‘arte’ o processo artistico. Dove finisce il controllo del nostro corpo sul processo artistico inizia l’archeologia del corpo, la storia dell’arte in quest’ottica è nient’altro che la storia del processo artistico del corpo e delle sue escrescenze. Il Partenone è parte dell’archeologia del corpo di Fidia, i più bei vasi a ‘figure rosse’ dell’arte attica lo sono del corpo di Eufronio, stessa cosa dicasi delle serigrafie di Wharol, delle scatolette di Merda d’Artista di Piero Manzoni, dell’orinatoio di Marcel Duchamps e via dicendo. Famosa e illuminante circa quello che sto esponendo è la domanda posta da quest’ultimo ai quanti non volevano farglielo esporre: ‘Spiegatemi perché un orinatoio non può essere un’opera d’arte ed io non lo esporrò!’ Come ben sapete il suo orinatoio è ancora esposto e rappresenta uno dei maggiori capolavori dell’arte Dada e di tutto il ventesimo secolo. Alla stessa maniera invitiamo tutti a dimostrare che esista fuori dal controllo del corpo qualcosa che possa essere definito come ‘arte’ oppure più della sua semplice archeologia. Si faccia attenzione tuttavia che per quanto riguarda la definizione di corpo qui assunta non si commetta l’errore di considerare esaustiva a questo proposito l’idea umanistica che noi abbiamo di esso. Tutte le scienze che studiano l’argomento ormai concordano sul non dare per scontato il fatto che noi siamo l’unica versione di corpo possibile. Si sa ad esempio che anche un corpo del tutto strutturato come il nostro ma vivente in un ambiente privo di gravità nel corso di qualche generazione sviluppa altre due braccia al posto delle gambe. Dunque per corpo qui si intende semplicemente un essere capace di riflessione su se stesso e il giorno in cui si riuscirà a costruire un computer con le stesse capacità di un bambino di tre anni dovrà sottoporsi a rettifica anche il termine stesso di vivente come qualificativo del sostantivo corpo. Specificato questo torniamo pure alla definizione di corpo che meglio conosciamo e vediamo quali conseguenze comporta la prima asserzione fatta. Ci si chiede, ovviamente, per quale motivo, considerata la premessa per cui non c’è ‘arte’ e processo artistico fuori dal controllo del corpo, quest’ultimo senta la necessità di innescare tale processo, quale materiale elabora nella creazione della sua archeologia e come possono essere definiti in una qualità o in un denominatore comune gli strumenti vari che usa per questa elaborazione. Il kernel di quello che noi chiamiamo comunemente ‘arte’ o fare artistico oppure artività eccetera. Prima ancora di stabilire se un corpo è un genio o un mediocre artista sostengo che in ogni corpo l’espressione artistica è recepita innanzitutto come un bisogno, impellente, che pur con tutte le peculiarità può essere associato in quanto ad importanza ad altri bisogni assolutamente primari del nostro organismo come il mangiare, il respirare oppure il bisogno di accoppiarsi. Ad ogni carenza di uno di questi o di altri bisogni del nostro organismo equivale una debilitazione ed un mancato sviluppo delle sue funzionalità e potenzialità: il prezzo che un corpo paga nella non soddisfazione del bisogno di espressione è la mancata partecipazione allo sviluppo estetico della comunità in cui vive con tutto ciò che questo comporta in fatto di crescita ed evoluzione delle proprie capacità creative. Certo non si muore, soltanto non si partecipa oppure lo si fa in maniera del tutto marginale. Diciamo quindi pure che per ciò che si riferisce all’espressione artistica noi siamo nella stessa condizione che Noam Chomsky descrive per quanto riguarda l’acquisizione della prima lingua: abbiamo i drive incorporati per la sua acquisizione così come abbiamo nel nostro hard-disk (per usare un termine improprio ma che bene può rendere l’idea) scritta la predisposizione all’espressione creativa. Non esiste una persona non creativa, non adibita ad ospitare un processo artistico, può esistere soltanto un corpo che non ne è consapevole e che comunque anche se a basso livello scarica in qualche maniera la tensione cui questo bisogno creativo individuato nel corpo fa riferimento. Dare rilievo a questa predisposizione genetica del corpo all’espressione estetica non è un fatto fine a se stesso o di carattere puramente divulgativo ma è la base materiale su cui poggiano solidamente tutte le ultime sperimentazioni circa la possibilità di un arte partecipata o coevolutiva. Se è vero che ogni corpo per propria struttura ha tra i suoi bisogni primari anche quello di esprimersi creativamente ed esteticamente non è utopico, per quanto ancora allo stato iniziale, immaginare un ‘arte’ praticata collettivamente da milioni di individui. Sulle caratteristiche proprie di un arte cosiddetta partecipata ho ampiamente detto nel saggio collettivo ‘I Corpi Artista’ cui rimando, quello che mi interessa ora è, proseguendo il cammino innescato dalla prima asserzione, descrivere il processo attraverso il quale questa predisposizione primaria del corpo esplica il suo bisogno di espressione. Cosa avviene concretamente quando un corpo innesca un processo creativo? Non ci interessa sapere ora se alla fine di questo processo si avranno le Damigelle di Avignone oppure uno scarabocchio, mi preme soltanto descrivere cosa accade quando un corpo incontra del materiale plasmabile, come si comporta lungo questa elaborazione e quali fattori entrano in campo principalmente all’interno di essa. Innanzitutto cosa e come può essere definito questo materiale plasmabile con cui il corpo mette in moto un qualunque processo creativo e soprattutto dove trova questa ‘materia’ da plasmare, rielaborare? La risposta è del tutto naturale: un corpo è un terminale ricettivo ed è materiale plasmabile per le sue espressioni qualsiasi cosa si presenti come altro da sé, dall’ambiente che lo circonda agli individui che lo compongono e lo popolano insieme a lui. E’ da questa complessa interazione che il corpo ricava il cosiddetto materiale plasmabile per le sue espressioni estetiche, ‘materiale’ che può altresì essere indicato anche come ‘informazioni’ che il corpo riceve dall’esterno da sé. E’ rappresentabile questo processo in maniera molto fisica: un corpo respira ossigeno cosi come acquisisce informazioni. Tutto il suo materiale plasmabile è dunque riassumibile come informazione assunta, un corpo riceve informazioni anche quando non ne è cosciente così come il suo apparato cardiaco funziona indipendentemente dalla sua volontà. Descritto a grandi linee il momento di ricezione del corpo vediamo di fare altrettanto con quello che è il momento elaborativo di questo materiale informativo che il corpo assume dall’esterno. Come è evidente questo momento elaborativo del processo creativo del corpo è più o meno cosciente, può avere minore o maggiore valore estetico, può infine concretizzarsi in un archeologia del corpo del tutto materiale oppure immateriale completamente, ma ancora una volta è il cosa avviene che ci interessa setacciare, è il denominatore comune dei vari gradi nel quale si esplica questo momento elaborativo del corpo che mi preme di evidenziare. In effetti non c’è uno qualunque dei sensi o delle attitudini o degli organi di cui il corpo dispone che in linea di massima può essere eluso per importanza dal momento elaborativo del materiale informativo che il corpo stesso ha investito nel processo di creazione innescato ma si può senz’altro asserire che: indipendentemente dalle caratteristiche tattili o mentali o di qualunque altro tipo con le quali il corpo da vista a questa elaborazione di informazione assunta tuttavia quello che in ultima analisi mette in campo e sempre e solo il suo grado di conoscenza storicamente dato ovverosia il suo sapere che si esplica nei modi e nei procedimenti in cui si è cristallizzato nel corpo stesso. Uno scultore esprime la sua conoscenza attraverso le mani e il rapporto che esse e la sua mente impostano con il materiale plasmabile, uno scrittore fa la stessa cosa, il suo tipo di conoscenza passa attraverso l’inchiostro e l’architettura ed i significati che lo stesso fa assumere a questo inchiostro sulla pagina. Tutte le ‘figure’ attraverso le quali si è cristallizzato il processo artistico finora non sono nient’altro che figure storicamente date con le quali la conoscenza dei corpi si è andata ad applicare al processo creativo. Niente di immutabile o perennemente archiviato nella storia del DNA umano: è la conoscenza semmai il dato consolidato attraverso il quale un corpo elabora creativamente il materiale informativo assunto dall’esterno non la ‘figura’ con la quale questa conoscenza si manifesta nel corso dell’umana evoluzione estetica e di pensiero. Eccoci arrivati al problema della divisione del lavoro, alla tesi esposta all’inizio del presente intervento. Tutte le ‘figure artistiche’ assunte dal corpo finora nel corso della sua storia si sono sviluppate all’interno di una società fondata sulla divisione del lavoro e di una conoscenza che ne è lo specchio. Fino a gran parte dell’ultimo millennio questo tipo di conoscenza e di ‘figure’ del corpo hanno quasi sempre, nella elaborazione del materiale informativo, incontrato la qualità di pensiero, esperito cioè alla loro funzione storica di rappresentare i momenti più alti della qualità di pensiero dell’umana specie nel suo percorso di evoluzione estetica e sociale. Ora qualcosa è cambiato. E’ evidente come il materiale plasmabile, l’informazione assunta dal corpo non sia più riqualificabile, rielaborabile da queste ‘figure’, almeno non con la stessa possibilità di successo verificatasi nel millennio appena scorso di incontrare la qualità di pensiero. Il tipo di conoscenza espressa da queste ‘figure’ del corpo fondate sulla divisione del lavoro non è più in grado di riqualificare adeguatamente dal punto di vista estetico e creativo l’informazione che l’esterno sotto forma di materiale plasmabile mette oggi a disposizione del corpo. E’ imbarazzante e sotto gli occhi di tutti l’estrema difficoltà con la quale le classiche ‘figure’ del corpo artista si rivoltano su se stesse replicando pedissequamente forme e modi di espressione che le relegano ormai nel migliore dei casi nell’ambito dell’artigianato oppure del prodotto destinato alla produzione di merci per il mercato. Basta anche solo dare un’occhiata sul web all’estrema povertà estetica dei siti letterari o di quelli dedicati alle arti visive che ancora si muovono all’interno di queste ‘figure classiche’ di conoscenza del Corpo. E’ lapalissiano a mio modo di vedere come, anche solo nella gestione del media, questi siti e i quanti vi si muovono alla stessa ‘vecchia maniera’ siano del tutto inadeguati, non sanno andare oltre il mero uso da vetrina di internet ed hanno difficoltà enormi a considerarlo mezzo quantomeno interno al processo di espressione. Ed ancora, può un poeta scrivere oggi versi decenti senza porsi il problema di conoscere e usare a livello espressivo qualche linguaggio di programmazione? Può un corpo artista nella elaborazione del suo processo creativo rifarsi a termini come sensibilità, coscienza escludendo da questo processo quanto la genetica e lo studio dell’IA ha prodotto rispetto a questi termini in fatto di conoscenza e pensare di andare oltre una mera ‘arte’ terapeutica? Anche in artisti come Andrej Rublev la tecnica non smise mai di misurarsi con i pathos e i grandi temi sociali che la società del suo tempo poneva innanzi alla sua figura di corpo artista: per questo non fu solo un buon artigiano. Il volo dell’Icaro è sempre presente in tutte le sue icone e affreschi più belli. Le nostre strutture accademiche ed in generale tutti i centri dove tradizionalmente si costruiscono le basi del sapere umano sfornano ancora ‘figure’ che alloggiano passivamente all’interno di una conoscenza basata sulla divisione del lavoro, per questo ora l’ARTE vive solo nei luoghi sconsacrati ad essa.