E. by T.A.

Artisti-spettatori: di che e di che cosa?

Sono preoccupato... per modo di dire. E’ quasi scontato ormai sostenere tesi relative all’interattività dell’opera d’arte o dir si voglia oppure richiami relativi all’uso della tecnologia e della rete in particolare, ai fini di una espressione artistica dall’aspetto formale innovativo. E’ talmente intuibile che ormai da tempo da parte delle strutture accademiche, della critica e da tutto il resto dell’establishment corrente si nota una affannata rincorsa al tentativo di storicizzazione di questo nuovo modo di fare arte. Scopriamo ad esempio che all’università di Bologna ci tengono molto a sottolineare la differenza tra net e web-art e che non poche sono state nel corso di questo seminario tenuto li dalla prof. Manuela Corti le tesi a favore di una catalogazione precisa dei net-artisti ed in generali della necessità di porre a formattazione questa che è ormai una tendenza innegabile dell’arte di questo inizio di nuovo millennium. Altresì DeKerckovhe ci spiega da tempo come il fare arte si sia spostato indefessamente dalla parte del fruitore dell’opera e di come questo sia stato possibile solo grazie alla rivoluzione informatica e alla diffusione della sua tecnologia. Veniamo a sapere della grande performance degli o1.org che per primi hanno scardinato con i fatti un sistema di locazione dell’opera d’arte nella rete ingiustamente coatto ancora sotto l’egida del copyright: ragazzi verrete ricordati dalla storia indubbiamente…per avere fatto quello che ogni bravo script kiddie che si rispetti fa + o meno da dieci anni nella rete in ogni parte del mondo e per gli stessi motivi..a voi la medaglia d’oro ve la meritate comunque. C’è solo un particolare però da ricordare e cioè che nonostante tutti questi affannosi tentativi di tracciare una linea di demarcazione che faccia dell’uso della tecnologia in arte il confine tra un modo nuovo di concepire l’espressione artistica o artivistica ed uno vecchio e vetusto il problema non è cosi riassumibile: l’uso o meno della tecnologia non demarca il vecchio e il nuovo nemmeno per un po’. Ci sono forme di ‘artivismo’ ipertecnologicizzate che fanno e faranno sempre riferimento ad una vecchia logica schiava del profitto e dell’establishment e che da questa verranno sempre sussunte nonostante le eventuali medaglie d’oro assegnate e forse proprio in funzione di questo canto delle sirene. Non mi fraintendete eh…voglio approfondire quanto ho affermato premettendo che nella mia prima comparsa in una galleria ho fatto dei plotter le autentiche dei cd-rom modificabili da chiunque in cui erano contenuti i file dei plotter realizzati, che di tutti i programmi di grafica ho sempre preferito The Gimp che è personalizzabile dalla sorgente e che non ho mai per scelta imposto nessuna forma di restrizione alla diffusione e alla modificazione dei miei lavori partecipati, ‘artivistici’ se volete, per non parlare del copyright alla cui demolizione ho perfino applicato i miei studi di logica matematica e che dulcis in fundo liofilizzo tutti i miei lavori nella rete. Detto questo…preme riprendere il discorso. L’uso della tecnologia non comporta di per sé nessun salto qualitativo nel fare arte per un semplice motivo: poiché per quanto possa costituire di per sé novità se installata all’interno di una concezione dell’espressione e del suo venire alla luce ancora catechizzata dalla vecchia logica della storicizzazione, del profitto, delle strutture accademiche, dell’assegnazione di meritocrazie falsamente anonime tutt’alpiù può costituire solamente mera novità formale e non prefigura solo per questo un nuovo modi di sentire le cose. Seppure ne può essere premessa come sussunta e tentata di storicizzare viene meno alla sua novità sostanziale che oggi al di là di ogni aspetto formale che l’opera d’arte assume non può prescindere dal suo contenuto emancipativo, partecipativo, abolitore delle classi e traduzione istantanea di una qualità di pensiero che non ha bisogno di trafile accademiche per autoreferenziarsi, per essere cioè qualcosa di immediatamente diverso dalla parola, dall’immagine, dall’aspetto formale che di volta in volta può assumere, non inglobabile anche nella forma più tecnologizzata della old economy . In una società che è completamente impermeabile alla parola, che è costituita da un nocciolo cosi radicato ed efficace di sussunzione di ogni istanza un’arte che si rivolga solo all’aspetto formale per quanto innovativo e tecnologicizzato possa essere è destinata automaticamente ad essere riassorbita e anodinizzata all’interno della old economy travestita da new: è improbabile parlare di rizomie estetiche con alle spalle la Fondazione Rockfeller. In questo senso oggi l’uso della tecnologia in arte e della interattività solo formale rischia di essere il vestitino buono con la quale la old economy vuole ricomporre e sussumere al suo interno tutte le istanze di vero rinascimento che in questi anni in maniera veramente rizomatica anche rispetto alla tecnologia sono venute in maniera cosi diffusa prepotentemente alla luce. La domanda corretta all’interno della quale semmai collocare l’essenzialità dell’uso della tecnologia e delle rizomie applicate all’espressione ‘artivistica’ è questa: è possibile praticare un’arte che senza destinare all’innovazione solo formale il benché minimo interesse possa veramente definirsi preludio e ricerca costante di un nuovo modo di sentire le cose, di progettarsi, di ricomporsi come individui e collettività dalle atroci parcellizzazioni prodotte dalla divisione del lavoro? Bene, vi dico che nei nostri Bronx rizomatici, net-territoriali siamo pronti e sperimentiamo da anni un’arte di questo tipo e che possiamo continuare a farlo anche se ci spegnessero di colpo tutte le work station di cui disponiamo! Abbiamo museizzato e assimilato fortemente dentro di noi la possibilità di un’arte del genere che fa del senso di partecipazione e rimozione dei patterns culturali impostici il metro con cui valutare il reale valore estetico di ciò che facciamo. Il nostro + brutto evento dal punto di vista formale ha + contenuti estetici, sociali e per di + economici del vostro + bel carosello 3d: è autogestione, pratica artistica che diventa immediatamente distretto industriale di pensiero, è new economy perché è pratica istantanea di un modello di relazionarsi che può fare già da adesso a meno della divisione del lavoro, della partecipazione, del ricorso allo stile e all’assegnazione di medaglie. Non siamo ne artisti ne spettatori perché stiamo costruendo delle realtà tangibili in cui questi due termini non hanno + senso di esistere. Non vogliamo ne assistere ne partecipare alle vostre storicizzazioni e alla vostra vecchia realtà travestita: sappiamo che è inutile!, salita sul carro della tecnologia solo per cercare di riciclarsi e imporre di nuovo le stesse gerarchie e lo stesso modello di società, vecchio e solo apparentemente afflitto da dromologia in effetti non può mai definirsi veloce un sistema in cui la qualità di pensiero per essere evidente deve prima tradursi nei vostri patterns, checché ne dica Paul Virilio! Aspiriamo a qualcosa di + che alla assegnazione di qualche medaglia o all’invito di qualcuno di noi in qualche museo delle multinazionali! Ci interessa rinominare tutto da capo. Aspiriamo ad una umanità diversa, da costruire immediatamente nei nostri network e Bronx, dove ci avete cacciato e dove per quanto mi riguarda sono felice di stare! Sono fiero di essere un der arbaiter, di vivere e fare arte nel mio distretto industriale di pensiero, in mezzo alla mia gente, di aver distrutto ogni legame con la vostra cultura anodina, seminatrice di ogni servilismo, individualismo e guerra. Felice tuttavia sono anche quando vedo i vostri tentativi di correre dietro alle visitine che ogni tanto qualche script kiddie vi fa: è divertente seguire come cercate di rincorrere la qualità di pensiero nel tentativo utopistico di dargli un nome, una storia ed un bavaglio! Ma vedete come è la dinamica? Voi cercate di storicizzare l’uso della tecnologia nell’espressione artistica noi ci stiamo già progettando per farne anche a meno!