Mario Sabbatini from E. by T.A.

Quando non c'è niente da dire

Quando non c’è niente da dire si parla meglio tra due persone. Tutto si fa meglio. Che sollievo, ora che tutto è così distante, trasparente quasi che… come se non ci riguardasse. Lo sbiadito ricordo di uno stato interiore che mi ha distrutto l’anima, inesistente, è facile rivederti ora che non ho più bisogno di te. Prendo un’aranciata, ti fisso negli occhi e ci vedo le stesse cose di prima solo che a me non interessano più. Mi disturbano meno che mai l’aria distratta, attenuata, con la quale come di solito ti guardi intorno, come se non ci fosse nulla di interessante da vedere o che non hai già visto, nemmeno io. Sei sempre liscia di dolore. Affusolata dentro di te. Richiami nella mia mente il desiderio folle che avevo di farti salire in superficie oppure di scendere io dentro di te, lo sforzo eterno di farti capire che io volevo capire. Adesso è un’eco smorzata quella che provo. Un processo automatico di ricordo che passa come i rumori di fondo che senti per strada. Non ha nulla a che vedere con te e con il fatto che mi stai vicino, qui, proprio di fronte a me. Provi, incuriosita dalla mia inaspettata reazione, a marcarmi alcuni fatti della tua vita che dici, ti hanno fortemente penalizzata nell’ultimo periodo e che io non conosco. Ma sembra proprio che io abbia preso il tuo posto di allora nella conversazione. Non ci sono, non riesco a delineare come dei fatti assolutamente quotidiani che ti sono accaduti possano aver influenzato più di tanto la tua cosmica routine. E’ imbarazzante, mi viene da ridere e tu sai cosa vuol dire ma non ci posso fare niente. Te ne sei accorta ma non m’importa. Ora mi guardi maliziosamente, come se improvvisamente ti fossi convinta che esisto interiormente e ti starai domandando a cosa è dovuto ciò, chi mi ha fatto nascere, se per caso conosci la persona, sei curiosa di capire che cosa mi è successo di tanto grave. Quasi non parli più, sei assorta pensando a chi può aver messo a stendere la mia piccola anima dopo averla lavata e strizzata per bene: ti vedo davanti ai miei panni stesi e mi rivedo davanti ai tuoi. Stavolta sei tu però che ti stai alacremente occupando di capire se sono o no asciutti. Che a me, invece, da quando ci siamo persi di vista, non è successo niente di nuovo, non ti passa nemmeno per l’anticamera. Non credi nella partenogenesi. Te ti avevano strizzato per bene e non eri stata da sola a farlo. Situazione di stallo, ininfluente. Mi guardo intorno distratto e come se non si fosse niente di nuovo da vedere intorno a me ti chiedo se vuoi passare la serata con me a casa mia. Fai finta di riflettere, come sempre, come se non era del tutto questo che avevi in programma per oggi e andiamo. Il sesso o l’amore che facciamo è blu denso, nobile, senza estremità non dovute o male assortite, credo di non averti mai penetrato con tanto gusto e tanto distacco. Tu pensi di aver fatto un passo in avanti. Sei sempre stata molto sicura del fatto tuo a letto. Vuoi un caffè. Aspetto che ti alzi a farlo. Vado in bagno a togliermi gli odori di troppo. Un vecchio che mi abita di fronte ti guarda nuda mentre armeggi con lo zucchero: finalmente è tornata. Il caffè l’hai sempre saputo fare buono. Mi chiedi se al momento ho una donna. Ti dico di si, poco convinto o poco interessato alla domanda pensi tu: vuoi ricominciare a fare l’amore o il sesso a seconda dei punti di vista. Sono le tre del mattino, hai fame e non sai se hai combinato un casino trattenendoti così tanto da me. Vuoi telefonare a qualcuno, faccio io. Indispettita mi ripeti che hai voglia di mangiare, che hai il telefonino e nessuno da chiamare necessariamente. In frigorifero non ho che un uovo sodo andato a male ed un litro di latte scaduto da una settimana. A quell’ora di notte c’è solo un posto dove mettere qualcosa sullo stomaco, ci spostiamo lì. Appena arrivati, guardandoci intorno distratti ci rendiamo conto che non c’è niente di assolutamente nuovo da vedere lì e mangiamo di buon gusto. Ogni tanto fai qualche domandina ma tutto scorre liscio come l’olio. Finito il rifornimento alimentare con un cenno degli occhi infarcito di qualche parola mi fai capire che per te sarebbe meglio tornare a casa ma che ormai tardi per tardi conviene prima ripassare dalla mia. Fa quasi freddo in strada. Il tempo di mettere su un altro caffè, berlo e far presente al vecchio di fronte che siamo tornati e di nuovo giù, in camera da letto. Fai finta che ti faccio un po’ male, è una tua abitudine, non è vero ma solo così riesci a godere. Io non ho problemi. Ho rinunciato alle smorfie di convenienza. Penso al vecchio mio vicino di casa. Al tempo della nostra convivenza, la moglie, una smerlata signora simpatica, mi fermò un giorno per strada chiedendomi con molta educazione se potevo fare qualche cosa per sistemare la veranda della cucina in modo che il marito non potesse più sbirciarci dentro. Mi disse preferisco fare a lei questa penosa richiesta, non so come reagirebbe sua moglie al riguardo. Si offrì perfino con molto tatto di contribuire personalmente alle spese necessarie per una tenda o per qualsiasi altro aggeggio avesse potuto risolvere il problema di suo marito. Le risposi di non preoccuparsi, saremmo stati più attenti per il futuro a girare nudi in cucina di notte. Ne parlai con te ma dopo un po’ ci lasciammo. Fino a due o tre mesi dopo il vecchio vicino continuo a non accorgersi della tua assenza, mi prendeva per te nella penombra della cucina ed io giravo parecchio,nudo, la notte in cucina e per tutta casa, i primi tempi senza te. Riparlai con la vecchia moglie del mio vicino mettendola al corrente della mia nuova condizione di singolo e lei tutta contenta di risparmiare i soldi della tenda mi ringraziò infinitamente. Ma il marito non demorse immediatamente continuò almeno per un altro mese a scambiare il mio culo per il tuo e il mio uccello per la tua vagina maciullata o per le emorroidi debordanti che secondo lui (vecchio porco) dovevi avere a pendoloni a quel modo dopo ogni rapporto sessuale con me esattamente come i miei coglioni, prima di farsene una ragione: tu non c’eri più. Fumi una sigaretta guardando il soffitto come se ti stesse cascando addosso senza che tu puoi farci qualcosa. Scoppi a ridere in maniera maestosa, come sempre, improvvisamente. Dall’inerzia al movimento del riso come se qualcuno ti avesse raccontato una barzelletta poco prima che ti scendesse addosso il soffitto con tutto il palazzo sopra. Comunemente chiedevo sempre il motivo di queste tue risa scellerate e impreviste invece mi alzo, vado in cucina mi bevo un po’ di latte quagliato rinchiuso nel frigo, faccio evidente al vecchio vicino che i miei sono coglioni e torno da te. Sei sincera. Hai messo i piedi nella stessa posizione di quando vuoi che ti vengano massaggiati: uno in mano a te che fai finta che ti duole stanco ed uno sul mio lato del letto. Hai bisogno di tenerezza ed i piedi sono l’unica parte del tuo corpo che ti ricorda di questo bisogno, assoluto per ogni essere umano, anche per te. Faccio del mio meglio per accontentarti, non mi costa niente, sono abituato ai tuoi piedi come a tutto il resto. Prendi fiducia mi ricordi, (come se ce ne fosse bisogno) che non abbiamo usato preservativi e che quindi abbiamo rischiato la vita l’uno per l’altra o viceversa. Per me non è insolita l’idea di rischiare la vita per te, è solo attutita, quindi reagisco freddino alla tua battuta e continuo a massaggiare i piedi. Cambi discorso. Dici ma non c’è più musica in questa casa? Non ti è mai piaciuta la musica che piace a me: perché questa domanda stupida penso. La tua musica precisi. La mia musica ti è sempre piaciuta ancora meno di quella che soltanto mi piaceva. Stesso pensiero. Insomma ma non fai più lo stesso mestiere, mi vuoi rispondere o no? Lascio i piedi e ti rispondo che l’unica musica che manca da allora in questa casa è quella che mi facevi risuonare intorno tu dappertutto e di cui io ho perduto per sempre l’aria. Il mestiere si faccio sempre quello cioè niente, per me, lo sai benissimo, la mia musica non è mai stata un mestiere. Vado al bagno. Torno e ricominciamo a rischiare la vita. Fai di tutto per renderti utile, per far risuonare un po’ di musica, per farmi tornare in mente qualche accordo. L’unico rumore che prevale è lo sciacquone del bagno della famiglia del piano di sopra che scandisce che tutti i suoi componenti ad intermittenza si stanno svegliando per andare verso le loro rispettive competenze giornaliere. L’alba è in stato di decomposizione avanzata, come noi. Chiedi se c’è ancora un po’ di caffè, vado a vedere, il vecchio è rimasto sveglio tutta la notte ed io lo invidio: lui è l’unico che vuole sapere cosa farai in questo giorno che è da poco cominciato, se rimarrai con me oppure no. Ti servo il caffè rimasto.