Alien.A

Compagnia Renoir

"Miei cari amici, quest'oggi il giovane Alfred non verrà. Presto, come sapete, metteremo in scena il suo ultimo dramma e non potendo trascurare i dettagli della sua migliore rappresentazione ha giustamente preferito trascurare uno dei dettagli della sua vita sociale, il nostro incontro domenicale".
Mentre parlava le sue labbra si allungavano in un lieve sorriso, come per tranquillizzare gli altri sul suo stato d'animo, per mostrarsi realmente contento del fatto che il suo tanto ammirato amico non fosse lì con loro quella sera a condividere, come ogni domenica, quei momenti così piacevoli di discussione e riflessione, e di estraneazione da una realtà sempre troppo mediocre.
Stephane Renoir aveva conosciuto Alfred solo un anno prima, nel 1835, quando a teatro ci fu la prima del suo "Cesar Antechrist", e rimase affascinato non tanto da tale rappresentazione, quanto dalle poche battute scambiate con quell'artista. Allora aveva vissuto appena due decenni, pa possedeva tante idee da poter creare centinaia di opere teatrali (o nemmeno una?), e per questo diede vita, ma non solo, ad una compagnia teatrale, compagnia composta da coloro che meritassero, almeno in parte, la sua stima.
Alfred Jarry era sicuramente uno di questi, ma mai avrebbe acconsentito a far parte di tale compagnia, e neppure gli altri lo avrebbero preteso, visto che, sopratutto di recente, era occupato in centinaia di attività. Ma aveva trovato il tempo, l'anno prima appunto , di dire a Stephane ciò che lo avrebbe spinto a creare quella compagnia. Non furono solo le sue prime parole, seguite dal monologo di Stephane "Dovreste mettere in scena questa merda", ma sopratutto quelle successive "Appena voi e la vostra compagnia avrete pronto qualcosa, verrò a trovarvi". Stephane lo prese in parola, perciò lo contattò non appena ebbe solo la vaga idea di un dramma originale da rappresentare, e naturalmente quando aveva già trovato le persone giuste per farlo. Ed evidentemente erano veramente le persone giuste, visto che, una volta contattato, Alfred, egli si recò da Stephane e si accomodò nel suo salotto, proprio come faceva in quello dei Vallette, suoi carissimi amici. Quelle della compagnia erano persone sole e consapevoli di esserlo, ma insieme avevano una sorta di armonia, una pienezza non sempre equilibrata, e questo, a detta di Jarry, era cosa rara quanto divertente.
Quella sera erano riuniti nel finto-lussuoso salotto del giovane regista teatrale, dove i colori dominanti bianco ed oro, rendevano ciò che in realtà era di poco valore, almeno commerciabile, sicuramente di classe, se non originale.
Nella stanza brillava una luce arancione, che illuminava gran parte dei volti, alcuni rivolti al volto di Stephane, altri altrove, solo uno rimaneva nella semioscurità, quello di una donna, di età indefinita, di una bellezza definibile semplice e nobile allo stesso tempo.
Stephane e la donna si scambiarono uno sguardo veloce. "Ma ora parliamo del mio dilemma. Non possiamo trascurare una cosa tanto importante... cercheremo di colmare il vuoto nel migliore dei modi!".
Pochi minuti e la stanza si inebriò di nuovi e penetranti odori, essa cominciò da sola a perdere la sua naturale stabilità, mentre la compagnia cominciò una discussione pacata, ma celante un vago entusiasmo.
"Insomma, i nostri personaggi saranno ombre, senza volto, senza una forma precisa, e le azioni umane avranno lo stesso valore di quelle di qualsiasi essere vivente e non... certo che in questo modo la terra diventa una vera e propria cortigiana!".
L'uomo che era in piedi accanto alla finestra, con un bicchiere in mano, sorrise divertito, pur non voltandosi a guardare il ragazzo che aveva appena parlato: aveva solo sedici anni ma era di sicuro abbastanza intelligente per permettersi di fare qualche divagazione.
Fuori la strada era buia e bagnata da una fitta pioggia.
L'uomo anziano seduto sul divano, anch'egli con in mano un bicchiere ormai vuoto, che fino ad allora era stato apparentemente assente, si rivolse agli altri ed a se stesso con un tono di voce caldo e solenne.
"Essi saranno immortali. Essi riusciranno a vedere ma non saranno visti", disse.
E mentre parlava successe qualcosa.
Tutti loro avevano la stessa espressione quando accadde, difficile da descrivere, forse simile a quella di un favoloso spettatore del Big Bang, o più semplicemente, di un inaspettato spettatore di un parto in posizione "favorevole".
Non si può spiegare come accadde, forse si può solo intuire il perché. Non si può dire quanto tempo passò per loro, ma per il resto, forse, dell'umanità, passarono ben 104 anni.
"E' stata una morte indolore, come morire nel sonno, o forse sarebbe più giusto dire nel sogno. Le loro menti offuscate artificialmente, i loro sensi inebriati da sensazioni diverse da quelle comuni e più frequenti, potenziati a tal punto da renderli estranei al loro comune corpo delirante, per un istante."
E' stato questo più o meno il pensiero di Stephane un attimo dopo aver visto tre ragazzi che seguivano da un po' schiantarsi con la loro automobile su un palo.
Siamo nel 2000, e sembra che le macchine siano fatte apposta per schiantarsi in quel modo. Tutto va incredibilmente veloce.
Presto ci furono i funerali. Uno, quello della coppia, in una chiesa, l'altro in un'altra.
Contemporaneamente.
e grazie alla capacità di giocare con il tempo al compagnia riuscì ad assistere ad entrambi.
La madre della ragazza morta provò una strana sensazione, strana anche se comune a tante persone, la sensazione che quelle parole, quegli sguardi che ora la circondavano, li avesse già sentiti, un deja vù insomma... ma non sapeva, naturalmente, che ciò dipendeva dal fatto che la compagnia quella volta non era presente perché aveva già assistito al funerale di sua figlia.
Ecco uno degli effetti che tali entità hanno su alcuni di noi, ma in effetti troppo poco perché noi ci accorgiamo di loro, della loro esistenza.
Esistono ma non sono visti, né sentiti, neanche i loro lamenti, ed i loro pianti non sono percepiti, se non come vento o come sospiri, brevi parole alitate dietro i nostri orecchi durante l'istante che separa il sonno dalla veglia.
Sono tra noi e desiderano manifestarsi, ma non sanno come fare; aspettano il giorno in cui la gente, o parte di essa, sarà in grado di vederli; allora rappresenteranno il grande dramma e tutti coloro che vi assisteranno applaudiranno alla grande verità della Compagnia Renoir.