Mario Sabbatini from E. by T.A.

Voglio Essere Una Fabbrica

Lo scrittore

Lo scrittore sedeva zitto sopra una sedia d'ufficio pensando a ciò che doveva scrivere. Che non avesse coscienza delle sue possibilità di farlo, era l'ultima cosa che si poteva insinuare, piuttosto era sollecitato al pensiero dalla preoccupazione di dover o meno raccontare tutto. In fondo era già tutto scritto dentro di lui, chilometri di pagine senza interruzioni, manifesti, segnali, tutto era già editato al suo interno e con piena soddisfazione di se. Su cosa mettere le mani e su cosa non farlo sembrava però creargli qualche imbarazzo. Non c'era una ragione logica che lo poteva guidare in questa mutilazione, tanto meno un metro di giustizia in base al quale poter decidere cosa portare con se all'esterno. Comunque, avrebbe fatto un torto ad una virgola, ad una storia, ad un modo di scrivere, in tutto o in parte, a qualcuno o anche a tutti di questi. Non era propriamente come farsi amputare un braccio o una gamba. Se è il braccio ad andare in cancrena niente di più facile a decidersi oppure viceversa. Semmai potrebbe trovarsi una similitudine nel caso di due arti sani e potremmo essere quasi sicuri che nessuno deciderebbe di amputarsene uno, quantomeno a cuor leggero. Tuttavia, aveva ormai scartato la possibilità di portare con se via tutto. Non era materialmente possibile scrivere tutto quello che aveva pubblicato dentro di lui, dal suo editore. E seppure fosse stato, non poteva svuotarsi così completamente solo per un bisogno di fama o comunicazione. Non per lui magari, ma a ragione, per rispetto del suo editore cui finora aveva concesso in esclusiva ogni suo racconto. Non si può tradire nessuno in questa maniera tanto meno noi stessi. Amputarsi o non scrivere nulla all'esterno. Poteva sempre alzarsi da quella sedia e fare finta che niente fosse successo. Era proprio necessario al dunque, per lui, comunicare a qualcuno le sue vicende creative? Ammesso di sì, una volta amputatosi chi gli garantiva il successo della comunicazione e con chi? A quale scopo? Un naufrago lancia il suo avviso ai naviganti con la speranza seppur flebile di essere salvato. Lui non correva nessun pericolo del genere. C'è pure chi si priva di qualcosa pensando che da ciò possa scaturirne un vantaggio economico, di notorietà e quant'altro, ma anche questa motivazione non gli si addiceva. A lui pareva persino eccessivo il successo decretatogli dal suo editore. Figuriamoci l'esterno! Era un uomo talmente contorto da rasentare la semplicità più spinta e quasi fuori di questo tempo. Qualsiasi mutamento del suo status, non lo avrebbe di certo reso più consapevole di se, di un qualunque altro incidente di percorso nella vita. Ma c'è di più. La sua personale natura, lo portava a non tenere minimamente in considerazione nemmeno la più importante delle motivazioni che, di solito, potevano far decidere qualcuno a privarsi di uno qualsiasi dei suoi arti o della vita stessa: vale a dire la possibilità di contribuire con un'opera letteraria ad un allargamento di vedute da parte della comunità. Non che non riconoscesse come per il passato questa funzione della letteratura o dell'arte in genere fosse stata a tal fine importante, ma la riteneva esaurita da almeno vent'anni. Ancora seduto sulla sedia, non aveva quindi, che dedicato pochi secondi a questa sorta di motivi. No, assolutamente non stava in piedi, per lui, quest'eventualità di scrivere. Sterile oggi soprattutto. Come dire, io scrivo, tu leggi, tu ne parli con altri, altri con altri altri, altri altri con altri altri ancora e via dicendo. A me quando ritorna? Cosa ne ho io in cambio? Che tipo di comunicazione ne ricevo? Posso pensare di scrivere per un altri altri che non avrò mai la possibilità di conoscere e di capire? Per quanto restio anche a questo riteneva migliore la possibilità di mutilarsi per soldi. Perché allora stava ancora pensando seduto a ciò che doveva scrivere? Era un'indecisione forse attribuibile al caso e al caso lasciò decidere quale parte di se mutilare.

La signora

La signora mangiava in fretta, perché il suo corpo pensava che il cibo ingoiato così era di più gusto e compensava le piccole quantità d'alimento che la padrona gli consentiva di ottenere durante la giornata. La signora non n'era consapevole ma il suo corpo lo pensava e s'impossessava di lei, ogni qualvolta avvicinava alla bocca qualunque parvenza di cibo. Non si poteva fare a meno di notare, le sue mani avvinghiate simmetricamente sul coltello e sulla forchetta, nell'atto di tagliare una sottile fettina di vitella. Non era per niente poco garbata, come invece poteva sembrare a prima vista, quella frenesia di movimento ed anzi aveva qualcosa di ritmico, affine alla musica. Erano gesti puliti, che non lasciavano niente all'improvvisazione, anche quando non era lei la destinataria del cibo tagliato, come nel caso di una pizza tagliata per suo figlio oppure di una mela fatta a spicchi per il marito. Questo, d'altronde, il suo corpo non poteva certo prevederlo dall'interno della signora e per lo stesso motivo non se n'aveva a male quando alla fine si doveva per forza di cose, rendere conto che il cibo tagliato, non era programmato per finire nella bocca della padrona. Non c'era nessun rancore da parte del corpo nei confronti della signora e anche a lei non dispiaceva nulla del suo corpo sostanzialmente. Certo di qualche piccola imperfezione del suo corpo, tipo la callosità sul piccolo mignolo del piede destro, avrebbe fatto volentieri a meno, ma in ogni modo il fatto stesso che fosse inconsapevole della veniale invasione nel suo modo d'essere che lui le procurava durante l'ora dei pasti, la diceva lunga sul tipo di pace che regnava tra lei ed il suo corpo. Il corpo, da parte sua, riteneva un peccato veniale quest'intrusione nei riguardi di lei che per di più le donava e quindi non provava nessun senso di colpa. La signora un giorno andò al mare con i figli. Era quasi luglio. Nello stabilimento che era solita frequentare, si fece sistemare dal personale un lettino, adiacente al bordo della piscina dove i figli avevano, per lo più, intenzione di passare il resto della giornata e si distese a prendere il sole, aspettando l'ora di pranzo, tra un'occhiata e l'altra ai ragazzini che entravano e uscivano dall'acqua. Al suo corpo piaceva tantissimo vedere la sua padrona distesa a prendere il sole e a lui questo non dava nemmeno fastidio. Verso le 13,46 pranzò insieme ai figli, sotto un gazebo messo a disposizione dei clienti, sul lato della piscina che costeggiava l'arenile. Grande spettacolo. Il mare gli faceva da sfondo mentre divideva le tre fettine panate che avevano ordinato al ristorante dello stabilimento. Una e mezza per la figlia più grande, una per il figlio e mezza per lei ed il suo corpo. Forse era il clima di profondo benessere, di equilibrio che esalava dall'aria piena di salsedine proveniente dalla riva o cos'altro, fatto sta che aveva battuto, in quest'occasione, ogni record di velocità e dimestichezza del gesto nel tagliare e nel mangiare la sua parte di pranzo. Poco più o poco meno di due minuti e mezzo, compreso il taglio a pezzettini della parte del figlio. Non era solo la velocità che sbalordiva ma la forma che riusciva a dare ai pezzettini di fettina panata, quasi uguali uno all'altro, romboidali, senza perdere mai una battuta, con un contrappunto perfetto tra il movimento della forchetta, quello del coltello e nuovamente della forchetta nel dirigersi verso la bocca che a sua volta, durante tutta la performance, non faceva altro che muoversi leggera, impercettibile anche quando si apriva per far passare il piccolo boccone, con una ritmica che non sfigurava mai l'espressione del volto e che nascondeva completamente l'atto di deglutire. Si doveva rimanere affascinati per forza nel vederla mangiare. Esprimeva velocità e coordinazione senza dare minimamente l'impressione di stare facendo qualcosa. Lo scopo del suo movimento passava in secondo piano. Era movimento puro, solo il suo corpo sapeva a cosa era collegato. Movimento puro che chiunque poteva invece scambiare per un suo modo di essere ed immaginare appartenergli in ogni altro atteggiamento della vita quotidiana. Dal respirare, al pensare, al camminare, al correre, al sorridere. Da quel giorno, più di una persona pensò con convinzione, dopo averla vista mangiare, di intravedere in lei, soprattutto nel parlare e nel vestire quella stessa perfezione di movimento. Nessuno ebbe mai il coraggio di chiedergliene conto però, come a dimostrazione del fatto che tutti riteniamo ormai banale chiedere ad una persona: perché sei fatta così? Ad un signore capitò, incontrandola al bar una mattina, di amarla per vent'anni di seguito, accontentandosi di vederla fare colazione con un cappuccino e mezzo cornetto un giorno si e l'altro no. Non lo avrebbe mai convinto nessuno che quella signora, che gli toglieva il fiato dai polmoni soltanto incrociandolo con lo sguardo, era soltanto un corpo.

Il film

Una donna nuda, con le gambe divaricate, sopra un uomo nudo disteso sul letto, inquadrata di dietro, dal basso in alto, a mezzo busto, le braccia appoggiate sui fianchi, alle 5,28 di mattina:
"Con te non si può mai dare niente per definito."
"Oh, non è mica colpa mia se un inizio così ora mi sta facendo venire mille dubbi."
"Mancano quindici giorni esatti alla prima ripresa. Ti pare questo il momento di rivedere questo, di rivedere quello?"
"Era solo per parlare, per approfondire, per vedere se si può migliorare, dai."
"Dai che cosa? Mi credi proprio stupida?"
"Dai falla finita. Sei tu che sei esaurita da questo film."
"Può darsi, tanto più che uno stronzo all'ultimo minuto vuole stravolgere tutto".
Ore 10,51. Strada.
"Capito. Quando loro discutono per strada, devono camminare accelerati, così come facciamo noi, adesso. La macchina da presa deve dare la sensazione di corrergli dietro. Senza stacchi possibilmente, per tutto il percorso della scena."
"Così velocemente però, come facciamo a rendere l'accostamento che vogliamo evidenziare fra di loro e le vetrine dei negozi che incontrano lungo il cammino? "
"E' un problema. Vediamo. Si potrebbe pensare ad inserire dopo il piano sequenza, quattro o anche più immagini ferme del percorso appena fatto da loro. Fotogrammi fermati sulle vetrine che più ci interessa di correlare, con i protagonisti che stanno o uscendo dall'inquadratura o che comunque ne siano sbilanciati rispetto al baricentro. Sì, può funzionare anche dando maggiore effetto simbolico all'insieme della scena. Con le loro voci fuori campo che proseguono il discorso durante la ferma immagine. Oh, ma guarda dall'altro lato del marciapiede c'è Elisabetta."
"Dove? Non la vedo."
"E' lei, girata di spalle. Sta davanti la vetrina della profumeria dove vai anche tu ad acquistare quelle creme per le cosce, la cellulite, i peli."
"Sempre carino sei, sì la vedo, ora si gira verso di noi."
Stacco.
"Oh, Elisabetta dove vai tutta sola?"
"Il mio regista e la sua compagna. Sto cercando un prodotto omeopatico che Max mi ha consigliato."
"Oh, ti stai concentrando sulla parte, la stai ripassando? Tra due settimane si comincia."
"Non rompere i coglioni, non vedi com'è sbattuta, l'ha scritta lei la sua parte, vuoi che non la sappia?"
"E Max, Max che dice del film?"
"A Max da un po' di giorni sto chiedendo altri tipi d'opinione. Lui poi deve fare una particina, cosa vuoi che dica?"

Episodio Uno

Elisabetta parlava con Max del suo nuovo amore. Aveva sempre bisogno di parlare con lui di qualunque cosa gli capitava. Era la sua amica del cuore. Seduta sul letto di casa sua davanti a Max, stavolta aveva proprio l'impressione di avere incontrato il grande amore della sua vita. Si sentiva troppo contagiata da questa nuova storia. Non era come le altre volte. Per avere ventiquattro anni, riteneva di possedere già abbastanza esperienza per capire che stavolta era diverso e da Max voleva sentirsi dire qualcosa. Qualunque cosa, basta che fosse inerente l'argomento.
"Non ti lasciar prendere troppo dalla situazione, almeno per il momento", ripeteva Max da mezz'ora più o meno con le stesse parole e ad Elisabetta questo permetteva di riprendere il discorso da una diversa prospettiva. Le piaceva parlare con Max, non tanto per la qualità dei consigli che sapeva dare ma per la sua capacità di ascoltare e semmai di rispondere brevemente.
"Ti dico che lui mi adora. Mi ha detto di non essersi mai trovato così bene sessualmente con un'altra donna!", diceva Elisabetta.
"Ma lo conosci da tre settimane", rispondeva Max.
"Glielo leggo negli occhi quello che prova per me.", replicava Elisabetta.
"Dimmi come fai ad essere così sicura di lui", proponeva Max, in un botta e risposta che seguitò fino all'ora dell'appuntamento di Elisabetta con il suo nuovo uomo.
Quello che voleva Elisabetta: parlare con Max per ingannare l'attesa.
Lo vedeva da dietro, lui non si era accorto del suo arrivo: stava accarezzando il cagnolino di una signora che si trovava lì.
Elisabetta era già emozionata e quando lui si voltò verso di lei arrossì. Era un uomo di 58 anni, bello, da morire, con i capelli brizzolati ed un fare disinvolto e curato che a lei faceva trattenere il fiato. Elisabetta sapeva perfettamente che la sua attrazione per lui era estremamente materiale, priva di fronzoli ed intellettualismi. Dalla conformazione delle sue mani non avrebbe saputo dire la sua appartenenza politica o il suo grado di cultura ma dall'effetto che avevano addosso a lei, era convinta di poter tracciare tutta la mappa della sua sensibilità e del suo saper fare felice una donna. Il suo modo di parlare tranquillo, la faceva sempre sentire a suo agio anche quando facevano l'amore, subito prima e subito dopo. Pur se aveva avuto molte storie prima di lui, Elisabetta, non ne ricordava una che anche solo per un momento poteva essere paragonata a questa incessante passione che lui le scatenava addosso.
Non le era mai capitato di volersi dare sempre di più ad una persona. La portava sempre a cercare un limite ulteriore. Una ricerca che finiva per sfinirla quanto alla fine la rendeva felice, ubriaca dell'odore di lui e dei suoi mischiati.
Se questo non è amore, l'amore non esiste pensava Elisabetta nel letto vicino a lui.
Specialmente quando camminavano per strada, Elisabetta provava ad innescare quei discorsi che a lei piaceva tanto fare con Max. Non le riusciva però con lui, come nel caso di Max, di allungarli più di tanto senza uscire dallo schema conciso delle domande e delle risposte che ne era la prerogativa. Oppure, senza che lui rispondesse ad una domanda con un'altra o con una risposta non inerente.
"Perché stai con me?", diceva lei.
"Se tu stai bene con me, io sto bene con te", rispondeva tranquillo lui.
"Non hai paura di stare con una più piccola di te?", sibillava lei curiosa.
"E tu non hai paura di stare con uno molto più grande di te?", le richiedeva sorridendo.
No, Max per questi inganna attese era tutta un'altra cosa. Ma per il resto lei pendeva dalle sue labbra se non dalle sue parole e tutto filava liscio. Si sentiva padrona per certi versi di questo rapporto. Non riusciva a vedere una sola possibilità di poterlo perdere. Nessun'altra donna poteva dargli almeno in termini di freschezza quello che lei gli dava. Da questa considerazione principale le proveniva una sicurezza estrema nei confronti di lui che, a sua volta, non le dava assolutamente modo di ritenere infondata. Una felicità così Elisabetta non l'aveva mai raggiunta nella vita. Si sentiva realizzata. Una donna completa. Anche dal punto di vista professionale. Tra quindici giorni doveva iniziare a girare il suo primo film nel quale aveva contribuito personalmente a costruire la sua parte. Non aveva di che lamentarsi.
Ne era convinto anche Max che si sentiva estremamente gratificato da questa situazione da Eden personale di Elisabetta. Era o no la sua amica del cuore? Più andava bene a lei, più poteva mettersi al suo posto negli inganna attese. Max in questo momento aveva veramente bisogno di invertire con lei le parti. Si era innamorato di Marco e non aveva avuto ancora il coraggio di dirlo a nessuno.
"Ti devo confidare una cosa. Non gliela faccio più a tenermela dentro."
"Non mi dire che ti sei innamorato."
"Si, ma il problema è di chi mi sono innamorato."
"Di chi?"
"E' colpa tua, di Marco!"
"E' colpa mia?"
"Se tu non mi portavi a quella cazzo di cena insieme al regista e a tutti gli altri, non mi sarebbe successo."
"Ecco perché hai accettato di fare una parte nel film."
"Esatto, solo per avere modo di vederlo."
"Lui lo sa?"
"No di certo, ma gli lancio certe occhiate."
"Ma Marco sta insieme a Vanessa, lo sai no?

Vanessa lascia Marco

Vanessa sperava tanto nell'incontro che la sorella le aveva procurato con un produttore. Un produttore di fiction per la televisione. Quello che serviva a lei. Non aveva intenzione di passare per l'underground per diventare un'attrice. Preferiva magari esordire con una soap-opera o anche come una ballerina di fila in un programma televisivo di successo. Le cose difficili da capire la deprimevano; le riteneva alla meglio, sempre foriere di una difficile possibilità di affermazione, soprattutto, nell'ambito della professione che intendeva svolgere con tanta forsennata tenacia. Per questo non legava molto con Elisabetta e con Valentina che frequentava di rado e solamente per via del suo legame con Marco.
Questa era la sua occasione. Se la sorella le aveva fissato quest'appuntamento, c'era da fidarsi. Vanessa non avrebbe accettato mai dei compromessi che non fossero stati sostanziali per il suo avvenire d'attrice. Quindi sua sorella non si sarebbe nemmeno scomodata per qualcosa di meno serio.
La cena con il produttore si svolse come una normale riunione d'affari. Furono definiti tutti i termini del contratto, primo fra i quali il fatto che non ci sarebbe stato niente tra loro fino a che lui non le avesse concesso almeno una delle tre parti promesse in altrettante sue produzioni. Il resto della serata furono frasi fatte e normale amministrazione. Ce l'aveva fatta! Aveva afferrato al volo la possibilità di diventare popolare; dopo avrebbe dimostrato a tutti quanto valeva. Adesso era tutto quanto necessario, né più né meno, di come lo era stato per tante prima di lei e per tante che sarebbero venute dopo. FOR SALE! L'importante era non mettersi in vendita per poco o ancora peggio svendersi senza farsi pagare come tante stupide. Era soddisfatta di se per la clausola principale del contratto: mettere moneta per vedere cammello. La metteva al riparo da ogni sorpresa e metteva il produttore, nella condizione di ricorrere a tempi veloci per assegnarle una parte, fatta su misura per lei. Era troppo dettata dalla logica la sua scelta per procurarle dei sensi di colpa. Non ne provava proprio, nemmeno mettendocela tutta. Nemmeno per Marco. Era già chiaro in lei da quando si era messa su questa lunghezza d'onda che il loro rapporto, non aveva più senso e non era affatto disposta a non affrontare la situazione o a fargliela capire da solo. Lei rivendicava la sua scelta anche con lui. Era lei sulla strada giusta e non Marco con la sua strana musica, ostica da suonare ed ancora più difficile da ascoltare.
Voleva vederlo ma sapeva che ancora stava provando con il suo gruppo. Lei si era liberata tutto sommato abbastanza in fretta del produttore e decise di raggiungerlo in sala di registrazione.
Marco pensava alla musica come ad un'essenza presente in tutte le cose indifferentemente. C'era per lui musica nei rumori, negli oggetti inanimati ed in particolare modo nelle parole, di cui definiva il significato, un appesantimento rispetto alla loro capacità di essere musicali. Riconosceva quindi al linguaggio una musicalità residuale, da ricercare nello stesso atteggiamento che a livello primordiale aveva portato l'uomo a significare le cose e i suoi simili con un nome. C'era molta musica, credeva Marco, in quella parola molto simile a fuoco, con cui i primi uomini denominarono, la forza della natura capace di rischiarare il buio e bruciare quasi tutto ciò che la circondava. Di conseguenza, cercava di rimanere il più fedele possibile alla sonorità delle prime parole che gli venivano in mente durante la composizione dei suoi brani. Era per lui una questione di poetica. Se un riff su cui stava lavorando, gli si legava bene con la parola "scream" al massimo lo avrebbe, per ragioni di logica, nella stesura finale del testo sostituito con "screen". Prescindeva quindi, da qualsiasi elemento discorsivo, nella scelta delle parole per la sua musica, relegando così, sullo sfondo di essa ogni intenzione comunicativa delle frasi che adoperava.
Tralasciando quest'incipit, chiunque si fosse messo ad ascoltare uno dei suoi brani si sarebbe trovato nell'antipatica situazione di trovare delle frasi compiute che invece di esprimere il significato della musica che accompagnano, rimandano ad un'altra sonorità, immediata.
Vanessa trovava tutte queste distinzioni inconsistenti e causa dell'insuccesso di Marco o meglio, che per lei era la stessa cosa, della sua difficoltà ad emergere in campo musicale.
Poi non parliamo del fatto di scrivere in inglese.
Vanessa per Marco invece era l'ottava nota. Do, Re, Mi, Fa, Sol, La, Si, Van.
Aveva deciso di scrivere le musiche per il film, pensando di farle cosa gradita. Quando si era reso conto che a lei di esordire in quella specie di produzione cinematografica non interessava affatto, era troppo tardi. Ci aveva preso gusto ed ora ci stava mettendo l'anima.
Provava ancora con il gruppo, il pezzo da eseguire dal vivo nel film. Così doveva iniziare e mancavano meno di due settimane. Vanessa appena giunta da lui, dalla consolle del fonico, lo guardava dannarsi sconsolata. Marco suonò ancora dieci minuti e andò da lei.
"Io non ti amo più. Non riesco a sentirmi più in alcun modo dentro la tua vita. Mi va di traverso. Non mi sento di proseguire così, ho altro per la testa."
Era libera. Si sentiva bene ed in pace con se stessa. Non ricordava nemmeno la faccia di Marco alle sue parole; quanto fosse durato il discorso, se l'aveva presa male, cos'aveva risposto. Non ricordava e non le importava. Era libera. Ciao.
Sette di sera. Roma.
"Oh, ce l'hanno data?"
"Sì. Per mezza giornata ha detto Valentina."
"Cazzo."
"Ha detto pure che il permesso per un'altra piazza lo davano per un tempo maggiore."
"Accontentiamoci. Meglio Piazza del Popolo per mezza giornata, che un'altra piazza per un giorno intero."
"Ha detto che non viene a cena con noi."
"Perché?"
"Deve andare a trovare la mamma semmai ci raggiunge a casa dopo."

Sopravvivenza

Storia di Valentina
Per Valentina era giocoforza fare parte del film. Non è che a lei importasse molto ma abitava a 50 metri da casa del regista, a 30 dalla galleria della sua compagna, a 70 da Elisabetta e a 10 da Piazza di Spagna. Anche volendo non avrebbe potuto evitare d'inciampare nelle loro storie. Così come incespicava in tutto il resto con candore.
Compiuti 18 anni aveva deciso di vivere con uno stoicismo al contrario. Senza scegliere. Prendendo a piene mani tutto quello che le andava a sbattere contro; con l'unico principio di non lasciarsi andare mai a nessuna regola.
La sola maniera di essere liberi per lei consisteva nel donarsi indifferentemente ad un uomo o ad una donna; nel dormire dove le capitava; nel fare sesso con i portatori di handicap; nell'imprimere di nascosto, segni vari sui quadri che la compagna del regista lasciava ad asciugare fuori la galleria. Non voleva altro dalla vita, se non quello che gli avesse fatto incontrare di giorno in giorno. Se proprio uno voleva trovare in lei una predilezione in particolare, si poteva sostenere che a lei piaceva tutto quanto c'era d'ottocento nel mondo del ventunesimo secolo. Le sembrava sinceramente un modo di essere così futuribile e così altrettanto autentico, che quasi non riusciva a capire come gli altri non potessero già apprezzarlo quanto lei. Valentina era la persona più felice del mondo e non ne faceva mistero. Nessuno poteva pensare di fare del male a Valentina. La gallerista pensava potesse diventare una grande artista e ormai lasciava tele ad asciugare solo per farle segnare da lei. Il regista la voleva nel film con tutta la sua vita. Chiunque la incontrava nel corso della giornata non poteva dimenticarsene. Tutto cominciò da qui e Valentina, quando caso mai, non sapeva dove andare a coricarsi, si rifugiava placidamente nell'androne del palazzo a 10 metri da Piazza di Spagna che le faceva da casa.
Max: "Ho visto Marco con Valentina."
Elisabetta: "Sta tutto il giorno con lei mi ha detto Roberto."
Max: "Che fanno?"
Elisabetta: "Non si è capito bene. Il film, la musica, i quadri.."

Successo

Storia di E.
A due giorni dal film si era ormai convinto che da un'idea ne stava nascendo un'altra totalmente diversa dalla sua. Colpa del regista. La sua partecipazione creativa si era ridotta ad una collaborazione nel film. Non gli andava giù. Se non fosse stato per la pubblicità già data alla cosa, si sarebbe tirato indietro. Correva più rischi che altro. Roberto con la sua incoscienza l'aveva messo in un brutto guaio. Che c'entrava lui con Elisabetta, Marco, Valentina; aveva fatto una fatica del diavolo a mettersi in sintonia con loro, anzi non c'era riuscito proprio. Soprattutto con Marco. La sua musica gli sembrava messa troppo in primo piano rispetto alle scenografie, specialmente nella scena d'apertura in piazza, con Marco che suonava con il suo gruppo sullo sfondo del palco allestito da lui. Da E., le ragioni addotte dal regista per questa scelta, non erano ritenute soddisfacenti.
Perché Marco doveva suonare dal vivo in quella scena?
Non si poteva iniziare con lui che allestiva dal vivo il palco e le musiche di sottofondo? No, qualsiasi ragione addotta lui questo ed altre cose le riteneva una prevaricazione. Uno scollamento definitivo dall'idea iniziale del film che doveva ricalcare tutt'altro. La sua storia diventava solo uno dei quattro episodi. Come a dire che lui e la sua arte erano messe sullo stesso piano delle storie di due mocciose e di un musicista per modo di dire. Un accostamento improponibile per E. Dopo tutto quello che aveva fatto per emergere, per diventare un artista affermato. Lui aveva sofferto, n'aveva fatta di gavetta, tirate fuori di idee e tutto perché? Per ritrovarsi in un film senza ne capo ne coda con quattro sconosciuti compreso il regista ad allestire soppalchi, a fare da sfondo. Chi gliel'aveva fatto fare?! Lui voleva, con quest'idea cinematografica, rinverdire un po' il suo repertorio artistico in barba ai quanti già cominciavano a sospettarlo d'appiattimento sugli stessi temi. Voleva sperimentare nuove possibilità di comunicazione visiva e sonora: ma scelte da lui, interpretate, gestite da lui, anche il regista gli doveva essere di contorno, se no che senso aveva tutto il resto. Ed invece si riconosceva impantanato in un'altra cosa di cui egli era il primo a non comprenderne i connotati, le motivazioni, le esigenze, l'utilità soprattutto. Ma ciò che più gli dava rabbia e che più si rimproverava era come si era lasciato sfuggire la situazione di mano. Aveva svelato a Roberto l'intenzione di realizzare un cortometraggio più per farsi prestare una cinepresa che per farsi trovare un finanziatore. Voleva fare delle prove, delle inquadrature e il regista non ebbe nessuna difficoltà ad esaudirlo in maniera totale. Trovò il finanziatore immediatamente ed in quel preciso momento E. si trovò con un nuovo condomino nella sua idea. Prima si era impossessato di una cameretta, poi dell'ingresso ed alla fine la cameretta l'aveva lasciata a lui. E. ormai si sentiva a disagio persino lì. Il cortometraggio era diventato un film; da resoconto dell'E. pensiero era diventata la cronistoria di quattro persone diversissime tra loro, una famosa e tre no, rispetto ad un non meglio precisato progetto creativo che li portava ad interagire. Un guazzabuglio totale di cui E. non condivideva più niente o meglio non riusciva più a comprendere niente. Ci si era trovato dentro così preso dagli eventi e da un regista invadente che tirava fuori una novità al giorno pensando comunque di rimanere fedele al diventato comune progetto. Un regista infatuato di tre storie inutili e purtroppo in perfetta buona fede. E. aveva provato a fargli capire qua e là che c'era qualcosa che non andava, ma Roberto interpretava questi suoi tentativi di miglioramento dell'opera come una sostanziale accettazione dell'insieme dei significati del film stesso. Non c'era stato niente da fare, tra un sopralluogo, una discussione, un provino ed una riunione col produttore, erano arrivati a due giorni dall'inizio delle riprese.
Elisabetta non aveva il minimo sentore di ciò che passava per la mente di E. Aveva altro per la testa. Anche se lei doveva iniziare a girare il giorno dopo non voleva assolutamente perdersi il primo ciak. Max men che meno. Marco suonava dal vivo. Uscirono di casa con tre ore d'anticipo. Elisabetta prima di andare sul set, voleva passare in erboristeria per certi rimedi riguardanti il buon funzionamento delle vie biliari che le aveva raccomandato Max, il quale non era del tutto entusiasta di questa deviazione. Tuttavia camminando un poco più veloce del normale, perdendo meno del tempo solito in chiacchiere con la signora Anna dell'erboristeria e guardando più di sfuggita le vetrine dei negozi che dovevano sfiorare lungo la strada, non avrebbero perso più di 30-35 minuti per arrivare a Piazza del Popolo. Questo consolava Max e non impensieriva Elisabetta che stava sempre un passo indietro ai suoi pensieri, a quelli di Max e a quelli del suo uomo.
Erano in pieno ruolino di marcia, a 116 metri dall'erboristeria, più o meno nello stesso punto, dove, due settimane prima, Elisabetta aveva incontrato il regista con la sua compagna quando Max la fece trasalire, dicendo divertito: "Hey, guarda quei due vecchi che stanno facendo?! Che bello! Si strofinano come due ragazzini ma avranno in due 110 anni." Dalla faccia di Elisabetta, Max aveva capito di avere fatto una gaffe. Ma nulla di più e non capiva perché Elisabetta si era impietrita con lo sguardo fisso sulla coppia che gli veniva incontro dall'altro lato della strada. Disse: "E' tua madre quella signora?"
"No, non è mia madre", rispose decisa attraversando la strada.
Max la dovette portare via a forza da quella strada che ancora gridava contro il suo uomo dopo avergli rovesciato addosso tutto quello che aveva a portata di mano. Il suo uomo appariva divertito e chiedeva scusa alla sua nuova donna, pregandola di non dare troppa importanza a quanto era appena accaduto. Elisabetta si era rotta una scarpa ma non se n'era accorta, nemmeno Max. L'uomo e la sua nuova donna proseguirono nella loro direzione girandosi divertiti di tanto in tanto come a commentare nuovamente l'aggressione subita. Max ed Elisabetta altrettanto, abbracciati nella direzione opposta, con tutt'altri pensieri.
Sul set era già tutto in pieno fermento.
Il regista ed E. facevano le ultime considerazioni. La compagna del regista si aggirava preoccupata tra le macchine da presa. I ragazzi del gruppo sistemavano la strumentazione sul palco. Curiose macchine si chiedevano chi avrebbe suonato quella sera.
Mancava solo Marco.

Chat

Godie: Ezra Pound è il contrario di Paul Klee. Lui mise la poesia nei quadri, Ezra i quadri nella poesia. Per Germana che me ne chiedeva.
Stephen: Continuo a sostenere che Omero non è mai esistito. Omero spiegati meglio o suicidati.
Evita: Anch'io ho sentito di Omero e del suo progetto. Però vorrei saperne di più.
John: Helena ho messo in musica la tua poesia. Dove te la posso scaricare?
Nihil: Carlo non vuole più giocare a Ritmimachia. Cerco aspiranti giocatori, anche inesperti, non totalmente.
UNI: Io sono d'accordo con Omero.
Helena: John, non la voglio sentire. Eccotene un'altra "I versi fuggevoli / non hanno paura di niente / perché non fanno in tempo a rendersi conto di cosa è successo". Buon lavoro.
ISO: Evviva Omero. Nihil posso giocare io con te. Quando vuoi.
Potassio: Vorrei parlare di cinema con Omero.
Germana: Godie, cosa pensi di Omero.
Jack: Helena, ho iniziato a scrivere un libro così - Faceva quel mattino freddo e fame né d'altronde...- sono ossessionato dai d'altronde.., ma poi ho pensato che poteva essere una poesia. Che dici?
SAN TOMMASO: Camminavo / Dinoccolato, lento, lungo un viale alberato / lento era il mio passo / lunga la mia strada / o viceversa. Credo che tutti dobbiamo fare uno sforzo per capire meglio quello che ha cercato di dirci Omero. E' troppo antico quello che ci ha proposto e troppo nuovo nello stesso tempo per non farci sentire ancora confusi ed impreparati. Volenti, predisposti ed impreparati. Speriamo si faccia vivo al più presto.
Francesca : Io non so di cosa state parlando. So solo che ho scritto un mucchio di cose e vorrei spartirle con qualcuno. Spiegatemi di Omero.
Gianluca: Ritengo che il progetto di Omero abbia qualcosa a che fare con il diritto d'autore. La sua abolizione mi pare una conseguenza necessaria.
Carlo: Iso non gioco più con Nihil perché la Ritmimachia mi ha stufato. Buon divertimento.
OMERO: Abdsgrocci ingroppeta.
Nihil: Carlo sei uno stronzo.
Potassio: Omero che dici?
Godie: Germana, Omero ci ha provocato e lo sta facendo ancora. Penso questo sia dovuto al fatto lui ritenga estremamente semplici da capire i concetti che ci ha espresso. Nulla di più. Non ci sono metafore, doppi sensi in quello che ha proposto. Sta tutto nella storia che ci ha raccontato. E' inutile continuare a chiedergli altre interpretazioni di quello che ha già detto. Non credi?
Helena: Per Jack. Mi piace quello che hai iniziato a scrivere. Prosa o poesia. Non mi sento ancora pronta a continuarlo come dice Omero. Se tu però lo sei, prova a farlo con questi miei versi: La mia vita è così uguale a niente / Che ho fatto apposta a viverla per te / Senza speciale condizionamento / Welcome / Welcomes. Anche per te John.

Un altro caso di coscienza

Può darsi che è colpa mia. Non m'avvedo mai di cosa produce in me la pigra velocità di pensiero. E' così prepotente che mi porta a non concretare mai niente. Per fortuna penso ora. Dabbene c'è stato un tempo che pensavo potesse nuocere alle mie relazioni con gli altri. Soprattutto a loro. Non facevano in tempo a rispondermi che già avevo altro da dire e da fare. A volte li distanziavo di due o tre cose da fare senza che loro si accorgessero. Si mettevano il vestito per la festa ed io l'avevo già festeggiata. Ancora è così. Vanno al mare ma già cadono le foglie dall'albero annunciando l'autunno. Mettono gli occhiali da sole invece piove da tre giorni sulla mia terra. Corrono di corsa a casa a prendere l'impermeabile ma è già tornato il bel tempo. Non primavera. L'estate già infuocata.
Li vedo sempre morire di freddo o di caldo vicino a me. Gli passerà mai per la testa di isolarmi? Credono forse che io sia un'artista e che ciò li ripaghi delle intemperie subite?!
Gli artisti invece sono loro. Senza le loro svelte lentezze di pensiero io non potrei rendermi conto di come vado veloce. Senza muovermi. Grazie a loro ho la possibilità di poter considerare l'effetto del mio modo di essere sul mondo, senza dovermi sdoppiare per rallentare una parte di me a capire. Posso lasciarmi andare alla mia velocità senza dovermi preoccupare a raccogliere quanto ho seminato, bene o male. Ci pensano loro.
Quando ripasso di lì trovo tutto cambiato. In maniera diversa dalla mia. Io sono contento di questo e mi sorprendo a scoprire il carattere concreto della velocità con cui vivo. Sempre ignorato. Loro non mi chiedono altro che di ripassare, ogni tanto, quando posso, anche per una visita di un minuto. Io sono l'esperienza viva di quanto dinamismo c'è nel loro Adagio. Non hanno il bisogno, grazie a me, di correre per dimostrare a loro stessi efficacemente di avere una linea di pensiero. Sono la loro ginnastica passiva in virtù del mio mancato isolamento da loro. Siamo necessari uno all'altro. La velocità all'Adagio in una sana competizione senza premio finale. Ci si circola dentro senza problemi, infinitamente. Io, capito questo, non saprei vivere senza di loro. Il nostro è un matrimonio senza monogamia. Ci unisce. Senza vincoli materiali e di pensiero. Mi darebbe persino fastidio, pensare ora, ad una vita senza di loro. Che strano. La mia tanta agognata isola. Non saprei che farmene. Ricomincerei da capo a dire che è colpa mia, che non m'avvedo. Ma io sono innocente. Facendo l'amore con una donna pensando alla sorella minore, non ho mancato. Lei non ha mai goduto così come quando io passavo velocemente dal pensiero del suo corpo a quello della consanguinea. Anche durante il resto della giornata quando ripassavo da lei a maniche corte, la trovavo felice con l'impermeabile a coprire tutto il corpo, felice immensamente, muovendosi Adagio più bella di prima perché non sapevo come diversa. Lei forse avrebbe fatto l'amore con mio fratello in concomitanza con il suo pensiero. Io muovevo solamente il pensiero rispetto al corpo chino su di lei. Prenderei parte ad una crociata per difendere la possibilità di pensare a chi mi pare mentre mi accoppio, fosse pure la sorella della mia donna del momento.
Duchamps pensava ad una partita a scacchi mentre costruiva la sua opera più importante. Ezra Pound, agli usurai incontrati il giorno prima in banca, durante la composizione di molti suoi Cantos.
In avanti od indietro non conta, l'importante è la libera concomitanza d'ogni pensiero rispetto alla libera concomitanza d'ogni altro, più veloce o stantio del tuo. Vedere in avanti o guardare all'indietro, non fa alcuna differenza d'origine, se con ciò, si comunica con soddisfazione il proprio modo di essere agli altri.
Non li firmare più di tanto i tuoi pensieri. Capolavori. Ti chiuderebbero irrimediabilmente ogni speranza precludendoti la partecipazione alla più grande opera d'arte mai finora realizzata: la vita lenta e veloce di tutti noi, dei nostri pensieri, dei nostri corpi assiepati intorno ad un pensiero di libertà, a fatica.
Non occorre cambiare mestiere per partecipare a quest'opera d'arte immensa, basta riprenderci un diritto che c'è negato dalla nascita: la possibilità di sporcare con il nostro segno le idee di qualcun altro.
Quando a maniche corte sono ripassato sulla terra degli impermeabili, ho capito di essere importante come loro. Loro lo hanno capito prima di me. Del mio passaggio sui loro impermeabili era rimasto solo un piccolissimo segno, fortissimo, di libertà, di comunicazione libera avvenuta. Gli Adagio avevano tolto il preservativo dalle mie idee e dalle loro. Ho visto mio padre scrivere versi sulla bombola d'ossigeno che gli avevo portato per respirare. Soffocava invece di guarire se non ci scriveva sopra.
La mia donna ha appeso una cornice vuota dentro casa, tanto il quadro che c'era si poteva solo guardare.
Ho iniziato a dipingere con un cieco dalla nascita, contro quanti vogliono campare con la loro pittura anodina individuale.
Ho cominciato a scrivere favole con mia figlia perché non posso più pensare al diritto d'autore; contro di chi vuole estendere il concetto di proprietà ai pensieri, seppure suoi.
Vogliono ancora farci comprare le idee degli altri, mica ce le regalano.
Semmai inventeremo anche un modo per riuscire a comprarci le idee che abbiamo frullato tutti insieme o almeno in più d'uno.
Prima ci hanno fatto studiare ora pretendono che continuiamo ad accontentarci delle loro Avanguardie. Le Avanguardie del potere. Non li vogliamo annientare. Vogliamo solo sporcare le loro creazioni; violare il loro copyright.
Se arte anodina dev'essere, che sia di tutti. Senza esclusioni. Con l'unico significato d'invitarci a partecipare alla sua creazione. Arte anodina, insignificante fino a farci dimenticare chi l'ha compiuta. Come l'Iliade e l'Odissea, fatta da tutti, senza fine, anonima perché firmata da troppe persone per ricordarsele tutte. Anonima come la colonna sonora della mia camera da letto dove con il pensiero, solo per una questione di velocità, desidero una donna e con il corpo ne assaporo un'altra.
Io Ho.
Io ho tre sorelle, due figli, una moglie, un fratello morto. Una giacca, due scarpe, una coppia di bravi amici e due occhi giovani. Io ho un'anima fatta a spicchi rosso sangue, tempo per pensare, ho una gabbia, qualche modo di dire, una perfetta conoscenza delle cose. Una rabbia, cinque persone adulte intorno, una facile ironia da conservare, tre cravatte blu, tutte dello stesso colore, una strana sensazione d'allegria, due bugie. Ho qualche ricordo d'infanzia, una canzone adeguata, dei pensieri più recenti. Ho sempre voglia, di fare qualcos'altro, di uscire spesso, di credermi.
Io ho fame, sete di tutto. Ho un Castello, antico, con sei finestre, da dieci anni. Un antico Castello cittadino senza muri di cinta o ponte levatoio. Una porta blindata, un pianerottolo. Io ho una storia, ricostruibile, dedicata, fatta d'impressioni limpide, affidabili, senza pecche. Ho una stella semplice in mezzo a tutte le altre. Io ho una parola, una sola che mi aiuta nella sintassi, un albero dalle foglie finte tatuato nel cuore, colorato. Ho una parte di me sempre riconducibile ad un sogno, una sedia di plastica dura, un palato scomparso inspiegabilmente, la cassa toracica! La tua vagina inzuppata e il mio pene abbombolato, una bibita esaustiva e una tavola. Ho tre croci d'oro appuntate sul petto, sulla gamba e su un braccio.
I have a sword, white weapon, a revenge. Sixteen addresses in as many cities. A steel custody for cigarettes, a song for the persons in love, 452 months to April. I've a fable, vanilla and a river. I've a blackboard of silk, two black pieces of chalk, a pen, sheet of paper, an apex, a revolver, an ivory drum, towels, bullets, two guilts and a dog. I've a boundless trust in the next one, my neighbor and good light that company the night holds me. I have married the gang.
Io ho una specie di asma nel cervello, una commozione che bofonchia, vacilla, che mi prende da parte e mi fa stare con me stesso, da solo. Un linguaggio strano con cui rinomino la forma delle cose, le cose, intorno a me, mie, alle quali ho dato nome, un linguaggio, fiero, con cui confrontarmi con chi mi sta di fronte, con gli altri, se ne abbiamo voglia, oppure no. Io ho io e una breve nostalgia del passato prossimo, ieri che possiamo vivere due volte. Io ho una spada, arma bianca, una vendetta. Sedici indirizzi in altrettante città. Un portasigarette d'acciaio, una canzone per gli innamorati, quattrocento cinquantadue mesi ad aprile. Ho una favola, vaniglia e un fiume. Ho una lavagna di seta, due gessetti neri, una penna, foglio di carta, un apice, una rivoltella, un tamburo d'avorio, asciugamani, proiettili, due colpe ed un cane. Io ho una sconfinata fiducia nel prossimo, il mio prossimo ed una buona luce che mi tiene compagnia la notte. Io ho sposato la banda.

To marry the gang

SI bemolle diminuita di un semitono, MI maggiore 7, LA minore, FA maggiore. Per due volte. Terza chiusura di strofa in La maggiore. Lo xilofono della chitarra MIDI. Proseguo. SOL maggiore, FA diesis maggiore, LA minore, MI minore. Giro ripetuto. Ricomincio. Poi MI bemolle maggiore, SOL minore, FA maggiore 7, SOL diesis 7, SOL 7. Ho scritto sposare la banda. Ora ne ho diritto ma non si può considerare finita. Scrivo le parole come Marco:
1 - To marry
Sposare
2 - To cluster
Raggrupparsi
3 - To marry the gang
Sposare la banda
4 - To marry the sea
Sposare il mare
5 - To marry the blood
Sposare il sangue
6 - Hypothesis of melody
Ipotesi di melodia
7 - Hypothesis of writing and liberty
Ipotesi di scrittura e libertà
8 - Hypothesis of melody
Ipotesi di melodia
9 - Hypothesis of calm for me
Ipotesi di calma per me
10 - Hypothesis of melody
Ipotesi di melodia
11 - While the existence is the crime
Mentre l'esistenza è il crimine
12 - Of her
Di lei.

Appena fatto ma non si può considerare chiusa, mai. La voglio far diventare bella, non come le belle canzoni, come le puttane. Sono sicuro che minimo diventeranno sette versioni, farà contenti tutti. Tiziano la forsennerà, Ivano cambierà una nota, per ogni giro, poi partirà per i Paesi Baschi, Sergio se la farà uscire dal naso, Gianluca metterà i bassi nella testa di tutti, Marco sa già cosa fare, Valentina ci dipingerà sopra chissà che cosa. Omero può ritenersi soddisfatto. Io mi dedicherò ad un'altra struttura musicale.
Il crimine di lei. (Video-clip)
Un pensiero lungo, recalcitrante come un asino. Il crimine di lei è efferato ed inconsapevole. Senza giustificazioni. Proporzionale alla sua bellezza. Inconciliabile con la società che la sta giudicando, che rimane allibita di fronte al suo crimine, al suo uomo, al marito che ha abbandonato sulle panche della cattedrale, a pregare per la revoca della sua condanna a morte.
Noi stavamo sotto gli scalini della chiesa quando lui entrò a pregare per lei.
1 - La prima pioggia
The first rain
2 - Fuori la stanza cattedrale
Out the Cathedral-room
3 - La prima pioggia
The first rain
4 - Sopra il cielo e sulla luna
Above the sky and on the moon
5 - Sulle strade abbandonate
On the neglected streets
6 - Nel mezzo del tuo cuore
In the middle of your heart
7 - La prima pioggia
The first rain
8 - Fuori la stanza cattedrale
Out the Cathedral-room
9 - La prima rabbia
The first rabies
10 - Sotto la pelle di ognuno di noi
Under the skin of each of us
11 - Perché lei farà una vita sbagliata
Because she will do a wrong life
12 - Senza di te
Without you
13 - Scuotiti, non sognare
Shake yourself, not to dream
14 - Lei è un crimine, non è il tuo amore
She is a crime, not your love
15 - Se tu ammetti questo
If you admit this
16 - Puoi pregare per il suo bene
You can pray her own good
17 - Parlavo piano in un linguaggio strano
I spoken plain in a strange language
18 - Parlavo piano
I spoken plain
Noi l'abbiamo visto uscire dalla chiesa, io mi sono avvicinato e gli ho fatto una scafetta.

La fotografia

Clic. Quando inquadro qualcosa con la macchina fotografica, ho la netta impressione di accingermi a sparargli. In piena fronte, su un piede, addosso ad un cartellone pubblicitario. Sparo. Davanti ad una scuola, nella corsia di un ospedale, al casello. Prendo e sparo.
Miro i bambini, quelli più poveri soprattutto, le madri che fanno la spesa al supermercato parlando tra loro dei prezzi al consumo e del commerciante più carino. Il fornaio fa la corte alla signora bionda del palazzo dietro l'angolo.
Davanti allo specchio mi sparo in bocca. Ho sbagliato anch'io. Meglio la rotula del mio ginocchio.
Allo stadio faccio carneficine, sparo nel gruppo, mi stupisco di come facciano a farmi sgusciare ancora lì dentro con la mia pistola. Sparo sulle forze dell'ordine. Ogni celerino una tacca sull'obiettivo.
A volte lavoro a pagamento come i killer. Ancora poco a dire il vero nonostante la mia bravura. Con il tempo ci si accorgerà di me, di come sparo. Raramente sbaglio un colpo. Sono freddo nell'esecuzione anche quando mi trovo a faccia a faccia con un'opera d'arte. La mando in frantumi, la viviseziono, non mi sopravviverà.
Nella camera oscura ripercorro i miei omicidi, gli avvertimenti mafiosi, i miei danni contro il patrimonio. Faccio l'analisi degli errori commessi, dei particolari migliorabili. Sono molto critico nei miei confronti, tendo alla perfezione. Non mi va giù neanche la più piccola sbavatura nel mio lavoro. Non sopporto i dettagli trascurati. Non ho dedicato tutta la mia vita a questa professione per rovinarmela a posteriori nella camera oscura. C'è sempre da migliorare. Io devo andare a dormire tranquillo la notte, stanco ma placido nel mio letto con la sicurezza di avere fatto tutto per bene.
Ho martoriato i miei piedi di fotografie, primi piani delle falangi. Vedute generali della pianta del piede riflessa allo specchio. Ho sparato sui pori di mia moglie; uno in particolare della mano sinistra. Il mio lavoro più ben eseguito. L'ho fotografato nel tempo, l'ho visto invecchiare, da tutte le angolazioni, con il grandangolo; ne ho fatto un'entità, una realtà estetica, di tutto rispetto. Sono convinto che in alcuni fotogrammi speciali sia riuscito anche a renderne un'idea autonoma, intellettualmente indipendente rispetto al resto del corpo cui appartiene.
Ho sparato sulla vecchiaia, forse per invidia, sicuramente per crudeltà. Ho mirato nell'ano di un settantenne mentre defecava dietro una siepe con il cane che gli faceva da guardia.
Sempre più spesso mi chiedono lavori particolari. Mandante e destinatario coincidono. Aspiranti suicidi. Non sanno di andare a morire. Pensano che io stia a loro disposizione solo perché mi pagano. Non cerco di ricavare solo un tozzo di pane dalla mia giornata. Quando comunque ricevo una richiesta di questo genere è come, per me, presiedere ad un'eutanasia. "Voglio che mi rendi bellissima". Certo rispondo io, pensando: "Ti imbalsamo". E dire che ai primordi avevo una visione naturalistica della fotografia, mi credevo un escursionista. Clic. Clic. Il rumore del clic vicino al lato sinistro del mio pensiero ha compiuto la metamorfosi. Ora quando finisco le munizioni provo un senso d'accerchiamento. Un lanciere circondato nel suo fortino dalle orde di Surat Khan. Non sventolo bandiera bianca. Tengo sotto controllo la mia oppressione e vado a ricaricare l'arma. Ecco un uomo con la voglia di bitume sulla faccia. Colpito. Centrato preciso sulla voglia.
Un editore vuole pubblicare le mie foto degli ultimi vent'anni. Vuole farne un libro. L'ho sfregiato e lui mi ricompensa. Sono certo che la mia arte sarà decantata dai posteri ma non me ne preoccupo più di tanto. M'interessa il presente, la mia macchina fotografica che sulla banchina del métro si trasforma in bazooka aspettando di lato la Linea A sfrecciante per distruggerla. Devo fare clic un attimo in anticipo per colpirla esattamente dove dico io. Non ho ancora preso il rischio di colpirla frontalmente; steso sulle rotaie con il bazooka in posizione del macchinista che intanto mi guarda. Non vorrei essere frainteso. Mi darebbe fastidio che qualcuno pensasse al suicidio mentre io voglio fare una strage cercando d'immortalare l'ultimo sguardo dell'autista. Brrr. Cambiamo discorso. Attualmente mi sto dedicando di più (quando il lavoro di routine me lo permette) ai particolari infinitesimali delle cose e delle persone. Credo di essermi convinto che, una vivida e perfetta rappresentazione fotografica, possa rendere implicito in chi guarda, ciò che di loro e di quello che li circonda non è inquadrato. Meglio di una panoramica che per quanto accurata rimane sempre troppo generalista rispetto alla complessità della persona e dell'ambiente in cui esiste. Provate ad affondare l'obiettivo sul particolare di un naso adunco e poi a fare, la stessa cosa, con il viso intero della medesima persona. Avrete due fotografie diverse di una stessa persona, una vostra l'altra no.

Lettera

Triste umano. Non è che abbia motivi di risentimento specifici su di te. Sai pure come ti considero. Voglio solo farti riflettere una volta di più sull'incoscienza dei nostri nomi.
Racconto sempre la stessa storia. Non volermene. E' che io non ho altri con cui parlare. All'accusa che mi rivolgi non posso che rispondere che se io ti copio anche tu puoi copiare me. Quando vuoi, non ti preoccupare, a me non da fastidio, anzi mi fa sentire importante. Me ne morirei di collaborare con te, sarei anche disposto a non essere mai nominato all'interno del nostro possibile lavoro di ricerca. Se io ho studiato più di te o tu più di me non fa alcuna differenza, credo.
Ci sono una serie di parole che vorrei rinominare secondo altri principi, vicini di più, secondo me, alla naturale impressione che ci fanno le cose una volta entrate in contatto con noi. A volte mi pare di vivere in un mondo che mi costringe a camminare capovolto. Per questo deambulo e appaio buffo e zoppo. Mi dispiace che tu tenda a dispregiare il carattere imitativo dei nostri comportamenti. Ti prego di riflettere. Il tuo snobismo mi sembra attempato e coercitivo della libertà. Che male faccio all'asino o a me se in determinati momenti assumo qualcuno qualsiasi dei suoi atteggiamenti caratteriali? Mi preclude qualche tipo di attività artistica questa mia debolezza? Chiamiamola pure come dici tu. Io credo di no. Penso che nonostante le mie digressioni imitative potrei anch'io fare qualcosa di originale. Senza scopo di lucro. Ma tu a volte mi chiudi tutte le strade che io voglio percorrere, anche con te, alla faccia delle accuse che mi rivolgi.
Tu affermi che per rinominare le cose basta cliccare sul computer con il tasto destro del mouse. Io intendo un'altra cosa. Io voglio riprendermi la libertà di chiamare una bandiera grogg. Sto cercando un'altra lingua anche se tu affermi che non ce n'è bisogno. Almeno cerchiamo una via di mezzo. Proviamo a fare come Marco. Lui emette dei suoni e poi si va a cercare delle parole di senso compiuto che nei nostri linguaggi gli assomigliano. Mi sembra intelligente a te no? Da parte mia ti chiedo comunque scusa per tutte le volte che senza volerlo ho parlato male di te. Se questo può esserci di aiuto nel riconciliarci, voglio aggiungere che ogni volta che ciò è successo è stato solo per ignoranza vera. Sono un il-letterato al-litterato. Sulle cose buone del mondo ho fatto apposta a non soffermarmi più del dovuto. Sentivo una vocazione diversa. Non avevo voglia di comunicare con nessuno. Soprattutto con te. Preferivo sognare o parlare con le cose un linguaggio sconosciuto, spesso privo di accenti. Le vocali mi facevano male alla gola. Ora sento un bisogno nuovo, un bisogno di coinvolgerti. Di fare la pace. Una volta per tutte. Se tu pensi che hai da rimettere a riallacciare rapporti con me in forma stabile, non posso che darti ragione. Ho accumulato ritardo. Tu sei grande però e puoi permetterti di rifraternizzare. Come già sai non ho altri ammonimenti da sottoporti quindi chiudo con il più semplice: non lasciarmi solo.
Post Scriptum: a perorazione delle mie proposte ti allego il pensiero di Alessandro.
"Il coraggio sta nel farsi deturpare l'opera. Io mi sopravvaluta quanto basta. Portare l'arte ad un estremo nulla, all'istinto critico dell'uomo. L'emozione non si prova più nel vedere o ascoltare l'opera ma nel comporla a proprio gusto critico, come un Dio. Ragionato come una partita di scacchi o ricco o povero di colore. Il gesto dell'artista è solo psicologico. Realizzare un sogno e far partecipare, per il gusto di dare o far conoscere o far vedere ciò che è difficile o complicato. Non esistono errori ma solo stupefacenti, emozionanti sensazioni di creatività.

Vaniglia

In un paese, ne troppo vicino ne troppo lontano, in una piccola casa vicino ad un fiume, viveva, insieme ad un Papi, una Mami ed un fratellino di 3 anni, una bambina di nome Vaniglia. La madre le aveva messo questo perché il suo colorito di appena nata ricordava un dolce gelato alla crema. Per il suo 7° compleanno, quasi imminente, il padre voleva regalarle qualcosa di speciale, un dono che per la prima volta potesse scegliere lei senza intromissioni da parte di alcuno.
"Vaniglia cosa vuoi per il tuo compleanno?"
"Papi, voglio un cane piccolo rosa."
Dove lo trovo un cane rosa si chiedeva pensieroso il padre che pure avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di accontentare la figlia.
Girò dappertutto ma di un cane rosa seppur piccolo nemmeno la traccia da seguire. Decise infine di prenderle un altro cane, abbastanza piccolo, di nome Buk.
Il giorno del compleanno, spente le cinque candeline sulla torta, il padre, dopo averla abbracciata a sé, le consegnò il grande pacco bucherellato infiocchettato di rosa. Vaniglia, sotto lo sguardo attento di tutti, depose il pacco sul tavolino basso del soggiorno e si accinse emozionata ad aprirlo. Sciolse il fiocco rosa, sollevò il coperchio della scatola e si trovò davanti Buk. Guardò il padre inviperita e disse: "Io non lo voglio questo cane. Non è rosa ed è troppo grande. "Vaniglia, ho fatto il possibile, questo è il cane più piccolo e più vicino al rosa che abbia trovato. Guarda come è simpatico." "Papà, ti ho detto che non lo voglio. Ti prego di portarlo via di qui."
Passò un periodo di giorni molto triste per Buk e Vaniglia. Il cane non riusciva a capire la repulsione che scatenava nella sua padroncina e Vaniglia esasperata dalla sua continua presenza cominciò a trattarlo male pur di non averlo tra i piedi.
La situazione non migliorava. Per quanto Buk faceva di tutto per attirare la sua attenzione, Vaniglia con altrettanta ostinazione, lo respingeva di continuo non degnandolo mai della ben che minima gentilezza. Proseguiva così, senza cambiamenti, il rapporto tra i due. Amore indefesso di Buk, intolleranza totale di Vaniglia anche alla sua sola presenza. Padre disperato.
Un giorno in giardino, dopo l'ennesimo tentativo di familiarizzazione da parte di Buk, Vaniglia dopo averlo riempito di improperi, si avviò stressata verso il greto del fiume adiacente la casa. Ancora stava pensando sdegnata alla pallina che Buk le porgeva in giardino quando intravide, sulle pietre affioranti dall'acqua del fiume, un cane piccolissimo rosa che di ciottolo in ciottolo si stava guadagnando l'altra riva. Vaniglia presa dall'entusiasmo cercò di afferrarlo per tenerlo con se ma mise un piede in fallo e cadde nel fiume. Il cane piccolo rosa, come se niente fosse successo, proseguì per la sua strada.
Vaniglia che non riusciva ad avere ragione della corrente del fiume chiedeva aiuto a squarciagola tenendosi aggrappata come poteva ad uno scoglio appuntito. "Aiutatemi, Aiutatemi."
Il primo a sentire il suo richiamo disperato fu Buk, ancora in giardino con la pallina. Si diresse veloce verso il bordo del fiume e si lanciò in acqua nel tentativo di salvarla.
Il padre arrivò nel preciso momento che Vaniglia, con l'aiuto di Buk stremato, era riuscita a toccare salva la riva e abbracciata a lui vide di nuovo Buk sparire sott'acqua trascinato dalla corrente. Vaniglia scoppiò a piangere tra le braccia del padre. "Lui si è sacrificato per salvarmi ed io che l'ho trattato sempre male. E' Buk il mio cane!" Il padre per calmarla provò a dire: "Bimba mia te ne comprerò un altro uguale." "No Papi, voglio lui. E' colpa mia se Buk è morto. Lui mi voleva bene veramente ed io non l'ho mai capito abbastanza." Il padre commosso la strinse a se ancora più forte.
"SU MICHELLE, CHE FAI PIANGI DAVVERO. DAI CHE NON LA FACCIAMO FINIRE COSI'."
Vaniglia passò circa due minuti con il capo poggiato sulla spalla destra del padre. Un tempo che le sembrò infinito. Chiuse gli occhi e non fece per niente caso, allo strano calore che sentiva provenire dal dorso della sua mano destra scesa dietro le spalle del padre. Aprì gli occhi e scorse come per incanto Buk bagnato fradicio che scodinzolando felice le leccava la mano.

Verde

Oggi non ho saputo rispondere ad una domanda facile facile. Come se la mia cultura fosse andata in vacanza senza dirmi niente. Non è ancora agosto. Stessa storia. Spero non mi crei gli stessi disagi.
Un giudice mi chiedeva dove storicamente mi trovassi in un giorno preciso e con chi. Risposi come un analfabeta. Mi costò quattordici giorni di isolamento al buio, senza poter leggere e scrivere, senza mai uscire all'aria. Pulivo il mio culo con le mani.
Di questo ponte della mia cultura mi rimase una striscia verde obliqua davanti agli occhi, ad una distanza circa di cm 18 dalla retina, che sulle prime attribuii al mio riadattamento alla luce. La distinguevo anche ad occhi chiusi: una linea verde obliqua fosforescente.
Il persistere del disturbo mi consigliò uno specialista degli occhi che mi sottopose a tutti gli accertamenti clinici del caso. Bastoncelli, coni, retine, cataratte, telecranio, tiroide, doppler. Tutto a posto. Gli esami non diagnosticavano nessuna anomalia degli organi della percezione visiva, ne interna ne provocata.
La mia linea verde però continuava a schermare, a 16 cm dalla fronte, ogni immagine ricevevo. Si intorpidiva un po' solo durante la masturbazione. L'oculista mi richiamò da lui circa un mese dopo, dicendomi per telefono che forse aveva capito tutto.
Io penso che lei abbia attivato un altro organo del suo corpo nella percezione visiva. Quale? Può essere il colon, la milza o una parte non utilizzata dell'emisfero del suo cervello o chissà quale altra parte del suo essere. E il verde come entra in questa storia? E' la cosa più facile da spiegare e sicura da seguire con il ragionamento. Quale che sia la causa organica di questa 3a vista che lei ha attivato, si può dire con estrema cognizione, che essa modifica la lunghezza d'onda della luce che la colpisce omogeneizzandola ad una misura pressoché stimabile intorno ai 486 nanometri, i quali corrispondono appunto al verde con gradazioni azzurro fosforescenti. Cura? Non esiste. Si può solo auspicare che questo suo 3° occhio receda spontaneamente come è sorto. Ma ne può nascere un 4°, un 5°, un 6° ecc.? Purtroppo si. In teoria tanti quanti sono i suoi organi più o meno vitali. Grazie.
Nel frattempo la mia cultura era ritornata dalle vacanze. Promise di non muoversi più, accidenti a lei, visto come ero ridotto. Mi concentrai sull'unico palliativo, dimostratosi appena appena efficace, alla mia banda verde davanti agli occhi. Decisi di studiare i colori nell'eventualità che potesse sbocciarmi un quarto occhio. Rosso, Blu o ultravioletto o (God help us) Nero.
Scoprii con sollievo che almeno il verde non aveva nessuna controindicazione e faceva bene al cuore. Avendocelo per tutto il giorno davanti agli occhi non dovevo preoccuparmi di cercarlo in natura o altrimenti. Il rosso lo trovai subito estremamente interessante ai fini della ricerca di una cura. Eccitava i sensi. Quindi iniziai a fare pediluvi con sangue di cavallo masturbandomi. La banda verde si affievoliva ed io non mi sfinivo più del dovuto grazie al rosso.
Avevo pure bisogno di ragionare chiaro: il giallo rispondeva a questo caso. Cominciai a fare volontariato in un centro spirometrico per anziani. Il mio compito era quello di portare e gettare i bicchierini di carta che i degenti usano per espettorare catarro prima di sottoporsi all'esame di capacità polmonare. Quel giallo era informante. Ragionavo chiaramente e quando nel bicchierino che andavo a gettare, oltre al catarro, trovavo qualche traccia di sangue, prendevo due piccioni con una fava: ogni traccia di sangue evitavo un pediluvio con masturbazione. Ma era rara una fortuna simile. Più facile era dover faticare con il degente per fargli espettorare almeno un po' di giallo a tutti i costi. Per questo fui redarguito una volta da un medico che mi sorprese con un degente di settantacinque anni mentre lo aiutavo a forza di manate sulla schiena ad espellere il catarro che non voleva uscire. Stavo in ogni modo ritrovando il mio equilibrio fisico e mentale. Riguardo al blu, l'arancione e alle altre gradazioni di colore non mi viene in mente niente da dire e purtroppo in nessuno di loro trovai alcun rimedio per le emorroidi ereditarie di mio padre.
Il pediluvio alla lunga divenne insostenibile. Può fare bene come vi pare ma toccarsi il pene con i piedi a bagno alla fine nausea. Cambiai tecnica. Il sangue di cavallo decisi di berlo come i tubercolosi del secolo scorso. Feci la prima prova: mezzo litro di sangue e una sega. Feci la seconda: 1 litro e mezzo di sangue e tre seghe. Il mio rene destro si ribellò e talmente concentrato a procurarmi coliche smise di fare l'occhio. Era lui l'organo colpevole del mio schermo verde davanti agli occhi e nessuno, io per primo, potrà mai chiedergli il motivo di una così strana volontà.
Oggi quella bambina mi ha posto un quesito facile facile ed io non ho saputo rispondere. Verde.

Il furto del pensiero

A chi può stare a cuore la proprietà di un pensiero. Certo non a quelli disinteressati come me alle cose, non a coloro che non hanno niente, non a quelli che del pensiero hanno una concezione in sviluppo permanente. A chi sta a cuore allora? Leopold ha avuto una brutta storia in questo senso. Sempre più spesso accendendo la televisione gli capitava di vedere, all'interno dei programmi o della pubblicità, situazioni comiche che erano più o meno uguali (+ + che -) a quelle che lui, già da qualche anno, metteva in scena in occasione delle feste familiari, delle uscite con gli amici e più in generale uguali a quel tipo d'umorismo con cui accompagnava la sua vita di tutti i giorni. A rivedersele in televisione non gli veniva da ridere come quando le proponeva lui, anzi si sentiva profondamente defraudato di qualcosa di suo, senza che nemmeno gliene avessero chiesto il permesso. Ne parlò per prima a sua moglie che gli disse di non farci caso. Come non farci caso. Ricordi Natale di tre anni fa quando parlai di vomito durante tutto il cenone mentre zia Giulia perdeva il filo del discorso come io aprivo bocca. L'ho vista tale e quale ieri sera su quel programma che fanno tutti i giorni. Una coincidenza.
Vista la scarsa considerazione della consorte al problema decise, dopo averci pensato per un po', di parlarne con il suo migliore amico che gli schiattò a ridere in faccia come quando reagiva alle sue migliori trovate. Ma come, non hai visto ieri sera in TV la mia bocca a fogna, quella che faccio da 15 anni alle donne sole che incontriamo la sera? Rideva, rideva.
Incompreso rischiò di diventare vittima delle convulsioni quando, qualche giorno dopo vide in un varietà, la gag dell'uomo che fa finta di avere il cazzo piccolo. Il suo cavallo di battaglia. Decise di non guardare più la televisione. Prese a leggere e ad uscire di più con gli amici. Tutto tornò a girare quasi bene anche se a dirla proprio intera non poteva passare inosservata in chi lo conosceva bene quella nuova, insolita mancanza di vervè da parte sua. Gli amici pensavano fosse legata a qualche problema familiare, la moglie cominciò a sospettarlo prima di una relazione extraconiugale e poi d'essere preda di un esaurimento nervoso latente.
Leopold percepiva che questa versione di lui non era gradita dal prossimo ma aveva fatto una promessa e voleva mantenerla convinto ancora com'era che i furti subiti dalla televisione non erano coincidenze. Leopold che cosa c'entra la tua mancanza d'umorismo con il fatto di non guardare la Tv? Puoi mantenere la tua promessa e contemporaneamente tornare ad essere spiritoso. Come fai ad esserlo se sai che solo la vista di un telecomando ti può togliere il buon umore? Allora fai un'altra promessa che smentisca la prima e riaccendi la televisione. Domande. Risposte. Parole. Ci vuole altro per ritrovarsi.
La letteratura, una mano gliela diede effettivamente. Scoprì con stupore che anche Italo Svevo usava la deambulazione per scherzare su se stesso. Si sentì rinfrancato, si sentì una televisione in buona fede. Si rese conto persino che il suo nome di battesimo era uguale ad uno dei personaggi di Joyce e che come Oscar Wilde amava creare, quando stava bene, situazioni umoristiche tutte basate sul non senso dei nomi propri. E' incredibile. Ora era diventato lui il plagiatore. Plagiava pure le checche. La sua nascita era il plagio del nome di un altro. Suo padre sarà stato al corrente del fatto di Joyce? Stava guarendo. Ritrovando il sorriso. Non passava giorno che una nuova lettura non gli dischiudesse la verità su qualche altro suo plagio casuale. Eccezionale. Anche la scena del finto muto che ritrova la parola dopo essere stato a letto con la prostituta attempata non era nient'altro che la rivisitazione di una novella di un poeta anonimo del '300. Poteva riaccendere la televisione.
Il suo migliore amico lo invitò a cena.
"Sai Leopold, ho per caso parlato con una mia amica psichiatra di quella cosa che mi hai raccontato tempo fa sulla televisione che ti copia."
"Non è il caso di farne un dramma."
"No, ma mi ha detto che le farebbe veramente piacere conoscerti. Vorrebbe farti delle domande circa non so, non ho capito bene. Si tratta di cose su cui sta facendo degli studi, credo. Non ti preoccupare è tutto gratis. Ci penso io."
"Se è per farti un piacere."
La psichiatra diagnosticò a Leopold l'inizio della schizofrenia. Non aveva dubbi. Furto del pensiero = fase iniziale della schizofrenia. La studiosa non voleva capire che se Leopold avesse protetto con il copyright le sue scenette non avrebbe mai avuto niente da ridire a proposito di quei plagi televisivi, si sarebbe anzi sentito inorgoglito dal tentativo d'imitazione, dalla citazione, si sarebbe arricchito con il suo umorismo. Lei sembrava convinta dalle sue argomentazioni ma poi con la scusa che male non facevano lo riempiva di psicofarmaci. Allora lui la metteva al corrente delle sue scoperte in letteratura. Con il suo umorismo ritrovato le diceva che anche Joyce, Wilde, il poeta anonimo, Zeno, se avessero saputo del plagio che egli perpetrava nei loro confronti, senza saperlo per carità, si sarebbero adirati senz'altro più di lui ma senza che nessuno si facesse passare per la testa di metterli in manicomio. Wilde era stato due anni in prigione per essere una checca non per questo. Niente, non c'era niente da fare. La psichiatra era inamovibile ed aveva il consenso di tutti. Della moglie, dei figli, del migliore amico di Leopold. Provò a sedurla con la tecnica del finto cazzo piccolo, con le ultime forze della ragione che gli rimanevano. Come non detto. Solo psicofarmaci in cambio per tenere sotto controllo l'avanzamento della malattia. Analisi del sangue, ogni venti giorni, per controllare la presenza, nell'organismo di Leopold, delle sostanze che lei gli prescriveva. La famiglia contro e gli amici che ormai lo consideravano un pazzo, anche se era ritornato a far ridere.
Sentenziava così la studiosa con il plauso di tutti: solo una recessione del sintomo che ha permesso la diagnosi (l'assenza di furti del pensiero guardando la televisione) potrà consentire una graduale riduzione dei farmaci ed una quasi ritorno alla normalità per Leopold. Raccomando in particolare modo alla moglie di controllare l'atteggiamento di Leopold davanti alla televisione. Davanti allo schermo si giocavano le sue sorti. Qualche altro furto del pensiero e sarebbe stato necessario il ricovero. Per il lavoro era consigliabile chiedere sei mesi d'aspettativa. Non era più possibile continuare a stare in malattia.
"Leopold, non vedi quel presentatore, si tocca il culo e poi si mette le mani in bocca come facevi tu al compleanno di Giusy di cinque anni fa!"
"No Cara, io mi mettevo le mani nel naso e poi lui è molto più divertente di me."

L'anima gemella

Trovando di frequente un posto migliore dove stabilirsi, non per questo, si rinunzia ad essere stanziali. La monotonia nell'esistenza degli esseri umani è un dato di fatto che per fortuna, percepiamo solo in momenti particolari, come stato mentale. Altrimenti ci toglieremmo la vita in tanti. Facciamo sempre, per lo più, le stesse cose. Replichiamo in continuazione il nostro stile di vita e spesso riusciamo da ciò a trarre senso di felicità. Ci contraddistingue rispetto ad altre forme di vita, la capacità di assomigliarci giorno dopo giorno, sommariamente, pensando, nonostante tutto, di essere veramente speciali e mutevoli nel corso della nostra vita. Tendiamo a prendere per buono il cambio di un paio di pantaloni o di una pettinatura rispetto alle diciotto ore di media che costantemente dividiamo alla stessa maniera, nei medesimi ambienti, con gli stessi modi di dire e di affrontare la relazione con gli altri. Si parla di coerenza. Ma cosa c'è di speciale? Anche l'attore di meno talento riuscirebbe a mettere in scena con 18 ore giornaliere a disposizione, la sua parte in modo encomiabile senza per questo pensare di esserne soddisfatto oltremodo. Eppure siamo così gratificati dall'eguaglianza della maggior parte del nostro tempo che abbiamo deciso, narcisisticamente, di chiamarla, infine, stile di vita. Quella persona ha uno stile di vita. Si sente comunemente dire per rendere l'idea di una persona originale o degna d'ammirazione. Come se ci fosse qualcuno che non abbia stile, purtroppo. Siamo talmente imbavagliati dalla paura di riprogettare il tempo a disposizione che eleggiamo a status symbol della nostra contemporaneità la qualità di noi più stupida e dozzinale da mettere in evidenza: lo stile. Ci sono persone orgogliosissime ed acclamate per aver trascorso tanti anni della loro vita con stile. Anche gli altri, nel loro piccolo, hanno fatto di tutto per rimanere fedeli al loro tratto. Quelli che la società è riuscita a convincere di non possederne, si sono quasi tutti ammazzati. Che testimonianza rechi se ogni persona che ti ha conosciuto, pure marginalmente, dice di avere avuto di te un'impressione diversa, diversa a volte, nel tempo, finanche sullo stesso argomento. Vergognati. Ucciditi. Non puoi trovare nessuno che possa prenderti in considerazione, non sei affidabile, non sei definibile neppure umano. Strangolati davanti ad uno specchio. Potrai constatare che non ti è stato fatto alcun torto. Potrai verificare con i tuoi occhi che, anche in quel momento, difficilmente vedrai, di te riflessa, un'espressione di stile vagamente misurabile a quella minima richiesta per non essere scartati dalla società. Quante volte ti avevo detto: suicidati per sbaglio, questo si, che aveva un senso ed invece ti sei ucciso per la tua presunta mancanza di stile. La cosa per cui io più ti rispettavo. La tua vera arte.
Sentiamo spesso affermare: quell'individuo soffre di malinconia, fa una vita troppo monotona, dovrebbe viaggiare. Non sentiamo mai dire: quella persona scoppia di felicità, fa una vita troppo monotona. Dovrebbe cambiare viaggiando oppure dovrebbe cambiare standosene fermo. Equivoci di fondo della nostra razionalità. Si stabilisce una correlazione tra monotonia ed infelicità che non è per niente data in natura. La monotonia fa da sfondo alla condizione umana dall'abbandono del nomadismo e non ha nulla a che vedere con alterazioni di tipo umorale. Culturalmente è stata elevata a stile nel corso dei secoli. D'altra parte rompere la monotonia significa riprogettare il tempo disponibile e questo non è per niente conseguenza ne di una ritrovata felicità ne una sua premessa. E' semmai il superamento interiore di un ordine delle cose che ci potrà permettere di vivere la felicità e l'infelicità accompagnati da una sorta di nomadismo dell'essere fatto d'immobilità assolute e di giri per il mondo. E' la liberazione dallo stile, che non ci fa felici, ci fa artisti. Ristabilisce l'ordine naturale nel quale si alternano i nostri umori.
Solo Dio sa quanto ti ho voluto veramente bene. Mi hai dato due figli. Un maschio ed una femmina. Solo da te li avrei voluti. Ma non ho potuto esimermi dal dirti la verità. La verità difficile. Facile a mettere in crisi. Uguale a quello che non si vuole udire. Io ho sempre pensato di stare con te perché non avevo trovato o voluto cercare, niente di meglio. E penso che per te, anche se lo trovi aberrante, sia valsa la stessa cosa. Non credo all'inesistenza nel mondo di un'altra donna che possa farmi sentire felice come ci sei riuscita tu in tutto il tempo che siamo stati insieme e non credo che in giro non ci sia un uomo con il quale non potresti accoppiarti e vivere decentemente, almeno quanto con me. Io al contrario di te non vedo come questo pensiero possa inficiare l'assoluta originalità del nostro amore, di come l'abbiamo sentito, senza risparmiarci, di come abbiamo avuto genuina, l'impressione profonda, di essere fatti l'uno per l'altra. Trovo bensì aberrante, ma non te ne faccio una colpa, il bisogno che hai di un amore assoluto e senza tempo, irripetibile. Come puoi credere, ad una mia insostituibilità nella tua vita, dopo avermi visto vomitare, sporcare di sperma i lenzuoli del letto e riposare tranquillo dopo la morte di un mio amico. Ti tappi le orecchie al sentirmi dire che trovo un senso all'amore solo nella sua possibilità di falsificazione. Il mio non è egoismo, è solo ciò in cui credo, la verità che non potrò mai negarti. Figurati. La sola maniera che ho di amarti in modo profondo, senza difese, non ne ho bisogno. Tu dirai pure che mi amerai per sempre ma ciò non potrà convincermi che non c'era niente di meglio per te. Ho una variabile sensazione che a dire il vero io ti amo di più. Il mio è un amore dannato che si rinnova per te ogni giorno proprio in virtù del fatto che penso sia sempre l'ultimo. Non ha cali di tensione è sempre scottante o è già finito. E' un amore neonato. Ti travolge o non ti disturba mai. E' un rischio troppo grosso da correre. Per te? Un'impressione sconvolgente, un'impressione assurda, un'impressione. Non è possibile che questo mondo sia così banale da avere consegnato solo a me le chiavi della tua felicità. Abbiamo anche degli scopi diversi con cui fare i conti. Non posso pensare che i miei conti possano toglierti definitivamente ogni causa d'essere felice. Non mi gettare addosso questa responsabilità. Cercami da un'altra parte dove anch'io possa vederti così come sei. Libera di farti ancora spogliare, con gli occhi, da me per l'ultimo giorno.
Se una riprogettazione del nostro tempo disponibile possa portare dalla monotonia all'atonia oppure ad una polifonia di comportamento, questa è una verità che non ha in tasca nessuno. Occorre sperimentare.
Sognami con un'altra, datti da fare. Mettimi in discussione prima d'ogni altra cosa. Prova a considerare apertamente una certa banalità delle nostre esistenze. Fai di questo il motivo d'essere d'ogni pensiero che hai di me, l'orgoglio, l'originalità del nostro amore. Io non voglio fare di te un'anima gemella. Non si ama nessuno davanti allo specchio. Ci si trincea. Ci si studia somaticamente, ci si suicida ma non si ama nessuno. Io ho te per capire che esisto e non ho motivo di specchiarmi come sto facendo ora. Ma non mi servi solo a questo. Non mi servi. Io servo te allo stesso, identico modo. Quando non avrò te, avrò un'altra te per forza, per ordine della natura o sempre per suo ordine il contrario. Senza mai mettere in dubbio quello che tu sei stata per me. Odio che tu possa pensare, vedendomi con un'altra donna, che non ti abbia amato veramente.
Ora pensando questo specchiandomi sto notando nella mia anima gemella riflessa qui davanti un particolare del tutto eccezionale. O io mi sto muovendo diversamente da lei o la mia anima non replica più i miei gesti specularmente. E' andata per fatti suoi. Io parlavo d'amore lei di monotonia.

La divisione del lavoro

Cosa sarebbe avvenuto una volta successo quello che in molti temevamo sul serio? Come ci saremmo potuti preparare anzitempo? Di questo si dibatteva tra noi, sparsi, quando ciò accadde.
"Ci occorre uno che sappia come far funzionare quest'aggeggio."
"Non è impresa facile. Fino a che lui non riesca ad attivare la rete di comunicazione non possiamo sapere se nelle nostre vicinanze c'è qualche altro gruppo di persone che dispone di un esperto in circuiti elettrici."
"Quanto tempo ci metterà?"
"Non lo so. Ha già fatto miracoli per assicurarci l'acqua. Considera che prima era un professore di Diritto Romano."
"Insegnava Latino ai ragazzi?"
"Già."
"E che cazzo ci facevano con il Diritto Latino anche allora? Non era meglio che avessero imparato a far funzionare una maledetta lampadina?!"
"Ci siamo battuti invano per questo, non ricordi? Ora non serve più a niente rivangare il passato. Abbiamo avuto ragione, si è verificato ed ora dobbiamo improvvisare per sopravvivere."
Fantascienza. Ho conosciuto specialisti chirurghi capaci di estirpare con la precisione di un certosino, masse tumorali, in parti del corpo umano difficili solo da pronunciare senza che avessero la più pallida idea di come funzionava un motore a scoppio. Ho avuto notizia di ingegneri informatici alle prese con l'efficienza di sofisticatissimi sistemi di controllo che non sanno aggiustare una lavatrice e nemmeno un rubinetto dell'acqua che perde dentro casa. Fenomeni normali della specializzazione. Ho avuto modo di discutere di questi argomenti con un professore di letteratura francese che conosceva a memoria il ciclo completo di Proust, ma mi confessava trovarsi, davvero a disagio, su temi come la composizione chimica del cemento armato, le fibre ottiche, la matematica applicata alla tecnologia di base, il meccanismo di un orologio. L'ultimo mese aveva ottenuto un importante riconoscimento accademico. Io stesso, nonostante tutta una serie di nozioni, mi trovo imbarazzato, ad immaginarmi, alle prese con problemi decisamente inglobati nel modello di vita propostomi dalla società in cui vivo. Io non saprei come ricavare il sapone in natura, se un giorno, mi trovassi davanti ad uno scaffale del supermercato sprovvisto di saponette e simili. Io non so arare un campo. Io non so fabbricare una candela per non parlare di come ricavare energia da un corso d'acqua. So uccidere. Io non sono capace a distillare acqua piovana. Saprei costruire un acquedotto ma avrei senz'altro bisogno vicino a me di un altro paio almeno di persone sicure del fatto loro in materia di potabilità dell'acqua per non rischiare, in caso di necessità, di avvelenare tutti. Un paradosso, che il mio sapere, da solo, servirebbe soltanto a nuocere al genere umano. A questo punto credo che andremmo disinnescati. Siamo, presi uno per uno, una bomba ad orologeria sistemata sotto il culo dell'umanità, un pensiero scaduto, andato a male come il latte di mucca che non saprei pastorizzare. Non è una questione di bricolage. E' una storia di riqualificazione del pensiero. Il marito perfetto che a casa aggiusta tutto, per hobby, sarebbe colto da terrore solo al pensiero che questo è, in verità, l'aspetto più sintetico e rappresentativo della sua condizione d'uomo intento a sopravvivere. E' convinto che la sua missione sia quella di chiudere bilanci di società meglio di chiunque altro. La sua professionalità. Dico che questa dovrebbe essere il suo hobby. Riparare il rubinetto del gas di casa la cosa seria. Penso che siamo fatti per muovere testa e mani in ogni direzione. La testa non per dire sempre di sì, le mani, non per regalare in continuazione applausi a chi ci fa comodo. Voglio ricompormi. Voglio essere capace di poter sopravvivere in qualsiasi situazione, di poter essere d'aiuto in qualsiasi evenienza. Voglio una scuola che insegni questo a mio figlio. Voglio essere in grado di raccontare un particolare della mia vita in prosa mentre faccio il minatore. Voglio che la mia più cara amica veda acclamate le sue poesie senza dover rinunciare alla sua vita di casalinga. Voglio che Marco venga riconosciuto il musicista che è senza doverlo considerare un mestiere. Voglio che impari a fare il muratore senza dover abbandonare la musica. Tu vuoi un ibrido! Che razza di umano è uno che sa fare un po' di tutto ma forse niente meglio di chiunque altro? E' una nuova serie, una nuova professionalità. Solo ancora per un po' autodidattica. Dovrà essere innalzata ad Accademia. E' l'unica possibilità che io intravedo di liberazione, di realizzazione umana. Faccio strada. Piena di buche e di pallottole. Come è possibile ancora credere sia concepibile mettere un individuo a fare per tutta la vita una cosa sola, per volta? Crudele. Tu puoi solo conoscere questo e praticarlo, basta. Tutto al più ti puoi dare al bricolage. Io voglio cacciare gli orsi, voglio strappare le orecchie ai potenti e insegnarlo a fare bene ai miei simili come a costruire un acquedotto. Abbasso i premi letterari, i premi di produzione per ora possono anche stare al loro posto. Non per molto. Spero solo fino a quando non ci saremo disinnescati.
Valentina voleva imparare a costruire un acquedotto. Le ho dato una dimostrazione work in progress. Abbiamo cominciato con lo studiare i castori. La loro capacità di dominare l'acqua senza esserne avvelenati. Poi siamo passati ad alcuni concetti elementari della muratura come ad esempio miscelare bene la malta o scegliere il laterizio più adatto a ciò che si deve costruire. Upanishad. Un campo davanti a noi ci vede di fronte. Così come siamo. Abbiamo pensato quindi, di fare il primo esperimento pratico, trasportando con il nostro acquedotto l'acqua di un ruscello più a valle, in una piccola landa selvatica dove la fauna eventualmente presente avrebbe potuto abbeverarsi senza la necessaria arrampicata. Upanishad. Una meraviglia di costruzione edile in simbiosi con l'ambiente. Si doveva soltanto aspettare l'effetto sull'ecosistema della nostra opera d'ingegneria in miniatura. Di tempo ce n'era. Valentina era preoccupata. Si doveva ingannare l'attesa. Upanishad. Spuntò una volpe che piano piano si dissetò alla nostra fonte. Upanishad. Fu poi la volta di due topolini di bosco e di una serpe che in seguito non riuscì a catturarli. Valentina pioveva davvero. Fu la volta del porcospino che si abbeverò senza licenza. Forse eravamo riusciti in qualcosa di miracoloso, di ricomposto. C'era spazio per restare svegli anche tutta la notte. Circondati da singole cattiverie del vento. Era ora di andare. Sul posto erano passati proprio tutti, contenti. Senza dire niente. Non era morto avvelenato nessuno ma noi non avevamo il coraggio di bere quell'acqua. C'erano tracce nel terreno circostante. Le tracce di qualcuno. Morti di paura siamo rimasti a respirare in attesa si rendesse visibile, se era ancora nascosto lì. Upanishad. Dov'è la treccia che ti ho regalato? L'ho messa nel torrente prima. Perché? Non lo so, una dimenticanza. Ora dobbiamo cercare di ragionare. Come può fare un uomo a chiederti scusa? Mi chiede scusa e basta. Sicura di ciò? Sicura. Voglio venderti una spazzola e uno spazzolino da denti. Per favore. Lasciami stare troppo presto. 2 occhi segnavano contemporaneamente la nostra posizione tra gli alberi. Era ora di dirci addio. Vuoi un sorso d'acqua? Upanishad.
Credo che Valentina sia partita per un viaggio. Lavorare tutti e lavorare meglio. Da Marx non mi sono mai aspettato niente vorrei soltanto ricomporre il lavoro manuale ed il lavoro intellettuale. Do un po' di speranza a me stesso che trovo sempre da ridire anche quando sto zitto. Ascolto le persone mentre passano da un modo di vivere ad un altro. Non amo vederle incespicare facendosi male alle ginocchia. La vista del sangue è impressionante. Potrei uccidere qualcuno per farne a meno della vista. Chissà di che cosa sanno le ossa rotte, di ventre, di silenziose notti vicino alla credenza? Porta pazienza. Infine c'è sempre qualcosa che ti permette di inghiottire tutto. Sei un contenitore capace, una cassetta nautica, un baule d'argento, un'arca. In fondo a te c'è sempre spazio per dipingere di tuo qualcosa. Lasciati interferire. Andare. Alla deriva. E' la più piccola crepa di un terremoto più profondo, orizzontale che sta venendo alla luce. Un matrimonio nuovo. Riguardante tutti. Uguagliante e atteso. Dalla tua verginità, dalla tua gola omissis, dalle tue speranze in giro per il mondo a coniare moneta.
Non trovo più le mie cose estive. Voglio essere una fabbrica.

Lettera ad A.

Carissimo un saluto da tutti noi. Sincero. Delle parole amiche che non ci hanno mai fatto difetto. Noi stiamo discretamente. Alla bisogna. Michelle e Gianmarco tra non molto saranno promossi alla classe successiva. Con profitto. A loro abbiamo detto che stai lavorando all'estero e contenti aspettano i regali che, come al solito, porterai al tuo ritorno. Sei per loro una presenza rassicurante anche quando non ci sei. C'è del silenzio nelle mie parole. A noi ci manca la tua qualità di persona, capace di capire, in ogni occasione, le cose difficili da spiegare, le situazioni schive ad ogni sguardo e che di contro nessuno vuole mai scorgere neanche dentro di sé. Speriamo che tutto si risolva presto per te. Sto a buon punto nella stesura del mio secondo libro. Vorrei confrontarmi con te sul suo tema principale. E' un lavoro contro il diritto d'autore. A favore delle idee da far circolare gratis. A detta di tutti delle imprese mai compiute definitivamente. Opere umane. Lo sai, ho un computer in testa, non posso farci niente. Il libro si intitola: Voglio essere una fabbrica. Non starò a disturbarti oltre, avremo tempo, ne ti ho scritto per cercare in qualche modo di incidere sul tuo morale, semmai sul mio. Sappiamo bene che per un certo tipo di persone sono sempre gli altri ad avere bisogno di noi. Non ci dispiace nemmeno tanto. Con questo di nuovo un saluto da tutti noi.
MARIO, ROMINA, MICHELLE, GIANMARCO, ROBERTO, SABINA, AURELIO, ELISABETTA, VALENTINA, ALESSANDRO, ANDREA, MARCO, RODOLFO, OMERO, HELENA, GIANNI e ancora ELISABETTA, DAVIDE, PAOLO, SERGIO, MAX e forse qualcun altro che al momento non mi torna.
Roma 11 maggio 2000.

Equivalenze

Ci sono semplici differenze tra di noi che si dipanano in terribili uguaglianze. La sua teoria, in fondo, diceva poco dell'uomo: un banale ladro, omaccione come tanti. Senza nessuna possibilità di lode. Si perdeva nella notte dei tempi il momento preciso della sua adesione ad essa. Una fede incrollabile in una certezza scientifica trasmessagli da un saggio. Uno dei suoi innumerevoli quanto frequenti soggiorni nelle patrie galere. Forme e volumi. Esterno ed interno. Il membro maschile è per tutti della medesima lunghezza finale. 32 cm. Chi ne ha 18 esterni ne deve aggiungere 14 interni. Chi 12 ne deve sommare venti precisi e così via. Riguardo alla circonferenza, uguale. Tutto viene compensato dall'interno o dall'esterno sempre a quantificare circonferenza 15, circa. Dunque secondo lui uno con il cazzo di 8 cm di lunghezza e 8,5 di circonferenza si portava dentro, chissà fino a che punto dell'intestino, un affare di 24 cm, largo 21,5 di circonferenza. A voi il calcolo dell'area.
Anche per il piacere sessuale la teoria risolveva tutto in una questione di compensazioni opposte. Quindi uno con il membro più sviluppato esternamente era, si, portato a far provare piacere ma ne sentiva di meno lui, di un altro con il cazzo piccolo fuori, che risultava, si, meno appagante per l'altro sesso ma di maggior gratificazione per se del precedente, in quanto, gran parte del suo orgasmo, avveniva all'interno del suo corpo con delle vibrazioni esplosive di piacere che è impossibile qui spiegare a chi ne è sprovvisto. Conseguenza anche nella masturbazione ne usciva vincente quello con il cazzo meno sviluppato all'esterno. Da parte sua Y faceva parte di quelli meno avvantaggiati per il proprio tornaconto e portati a fare felice il prossimo con i suoi 22 cm di cazzo x 18,5 di circonferenza. A che diametro corrispondono 18,5 cm di circonferenza? Occorre un'equivalenza. Pi greco. Fatto vuole che Y, nonostante lo scarso piacere interno al quale era condannato durante l'orgasmo, si sentiva comunque alquanto gratificato dalla forma estetico-missionaria del suo membro. Si masturbava poco tanto la teoria non prometteva nulla di speciale a tal uopo. Dedicava l'esterno di tutto se stesso alla donna amata: X una giovane ninfomane di 29 anni che aveva sposato dopo lungo fidanzamento con corna. L'incontro più importante della sua vita a parte il saggio.
Con l'acquisizione di una maturità che all'interno di tutti prima o poi si compie, Y aggiunse, alla sua filosofia di vita un corollario strettamente personale, legato, all'impossibilità da parte di X, di non tradirlo durante i suoi periodici stati di detenzione. State a sentire se vi piace. Siccome il piacere che egli procurava a X dopo ogni coito era proporzionale a 22 cm x ( 18,5 cm : 3,14), una volta verificato di persona che i partners occasionali di lei fossero stati al di sotto di questi volumi, lui poteva ritenersi in salvo da qualsiasi minaccia di dissoluzione del suo matrimonio. Nessuno di costoro poteva costituire per lui una seria possibilità di sostituzione permanente all'interno del loro rapporto. Era incontestabile. Scientificamente. Non era nemmeno più geloso dopo aver constatato dal vivo le misure degli amanti della moglie. Anzi più ne provava più lui ne usciva rivalutato ai suoi occhi automaticamente se la teoria non è un'opinione. Essi potevano tutt'al più rappresentare per X, nei suoi momenti di assenza, un vago ricordo dell'immenso piacere che lui era in grado di farle provare. Appena uscito si sentiva colto da profonda liberazione, una volta passati in rassegna, gli accompagnatori di turno della consorte. Finora lei non aveva trovato nulla che potesse reggere il confronto con lui. Che fortuna. Era una teoria, la sua, che dava risposte, certezze per vivere meglio. Fatta apposta per un sottoproletario, ladro, emarginato, prepotente come Y. Se lo poteva permettere di prendere per le orecchie ora questo, ora quello per sottoporlo a visita. Ai suoi cornificatori non spiegava neanche i motivi di questa indagine, una stramberia agli occhi dei malcapitati, li esaminava accuratamente e li faceva rivestire in fretta senza torcere un capello a nessuno, semmai qualche scapaccione ci scappava in caso di resistenza all'esame di comparazione. Ci andava pesante quando occorreva. Lui si occupava dei metronotte fuori le banche. Li disarmava, li pestava se ce n'era bisogno mentre i suoi amici pensavano al resto, dentro. Anche nel suo lavoro condannato all'esterno. L'unico fatto interno della sua vita era la prigione ma il saggio lo fece rendere conto immediatamente di quanto sbagliata fosse questa convinzione. L'interno della prigione non è altro che l'esterno della società. Peccato. Non c'era proprio niente di interiore nella sua esistenza. Che la felicità non abbia nulla a che vedere con il lato interiore delle cose? Sicuramente. Visto che lui era felice grazie ad una semplice azzeccata teoria sulla dimensione esterna dell'individualità del corpo.
Le cose purtroppo non andarono sempre così per il verso giusto. Un po' il lavoro, un po' la sicurezza di se che con gli anni torna ad affievolirsi, Y si trovò, nuovamente all'esterno della società con la malinconia di doverci restare più a lungo del solito. Parlare e fare ginnastica con il saggio. Aggiornare la propria teoria. Il tempo passa comunque. Successe però una cosa non prevista e del tutto fuori dalla norma. Y fu costretto a visitare in carcere uno dei momentanei amanti di X da poco entrato e a nome di Z. Lo esaminò nelle docce. Il risultato della visita non fu molto esaltante per Y, anzi fu la fine di tutto. Z misurava un membro di 26 cm esterni e 6 interni + 20,5 cm di circonferenza, sempre esterna e 9,5 cm di non visibile. Per 4 cm di lunghezza e 2 di circonferenza era un uomo finito. Z nonostante le mani legate se n'era accorto e rideva inopportunamente. Y pensò assorto che X in virtù della teoria dovesse scegliere definitivamente Z. Non era colpa sua poverina, era proprio la teoria che lo imponeva. Non si può andare contro le grandi leggi della natura. Bisognava intervenire. Non c'era altro da fare per salvare il loro amore. Doveva invertire l'esterno con l'interno di Z. Era anche un modo per anatomizzare la sua teoria. La prova del 9 della sua validità. Finalmente poteva vedere con i suoi occhi la consistenza interna del membro maschile e se era vero che i testicoli sono solo due oppure quattro e se per loro valessero le stesse leggi della teoria principale oppure delle sue varianti. Corollari. L'operazione non riuscì. Il paziente rimase sotto i ferri. Uno dei tanti esempi di sacrificio per il bene della scienza. A Y dopotutto, non fu data neanche la soddisfazione di poter eseguire per intero il suo intervento chirurgico su Z. Venne interrotto sul più bello da una squadra di secondini addetti al controllo delle docce accorsi guidati dalle striature di sangue e acqua che uscivano da sotto la porta dell'improvvisata sala operatoria. Y provo a sostenere che essendo il paziente già deceduto tanto valeva fargli terminare l'espianto ma non ci fu niente da fare. Per questo tentativo andato a male di far progredire la medicina interna, fu giudicato da una commissione d'insigni medici travestiti da magistrati che, senza possibilità di replica, lo condannarono all'ergastolo per omicidio barbaro e futili motivi. Dopo il danno, la beffa. Non era tanto l'omicidio barbaro di un'incognita che lo teneva giù di corda ma i futili motivi. Come si può considerare futile il tentativo di dimostrazione di una teoria o la fine di un amore? O il gesto estremo di farlo rivivere?
Il saggio prima di far ritorno all'interno della società gli lasciò in deposito una nuova teoria. Y gelosamente non ne fece mai parola con nessuno, dettagliatamente. Non era cosa da poter condividere con tutti. Si vociferava qua e la tra le persone che sporadicamente entravano in contatto con lui, che tale nuova verità avesse a che fare, più o meno, con l'impossibilità di essere corrisposti da alcuno in relazione alla stessa impossibilità di esserne abbandonati mai. Scrivetelo, scrivetelo sulla mia tomba, diceva Y, ai suoi occasionali compagni di cella: Non ci si lascia mai anche quando non si è corrisposti.
X senza il bisogno di alcuna equivalenza continuava a scopare con tutti. Ebbe tre figli senza nome. Dimenticò di essere ninfomane oppure di esserlo mai stata anche se qualcosa le fosse sembrata.

Andreas e Ulrike

Un colpo di pistola è un colpo di pistola. Come andare in campagna. In visita ufficiale a un museo. Urlavo due nomi che non conoscevo. Mi piacevano come nomi. L'Albania è un paese felice dove tutti contano alla stessa maniera. Comunismo. Il loro aspetto mortale non mi veniva in mente nemmeno parlando della loro morte. Voi vivrete. Lacrimogeni. Asfissianti. Corri, corri. Non c'era niente che non mi piacesse di voi. La scelta, i mezzi, la fine. Voglio morire anch'io combattendo. Per qualche cosa. Rumori, forti, di anni a venire, di una vita diversa da quella che ci aspettiamo. Due nomi da mettere ai propri figli. Per ricordarci di come siamo stati. Non per ricordare loro. Non li conoscevamo. Non solo di persona. Non li rappresentavamo mai. Esclusi a priori proprio da noi che li cantavamo. Spegnete la luce.
Ci piace rimanere in superficie non per incomprensione delle cose. Più capiamo più ci piace stare a pelo dell'acqua. Si rischia di meno. Si possono pronunciare due nomi senza mai affondare. Evitiamo le apnee per risparmiare fiato. Abbiamo due nomi da citare ai figli dei nostri figli, alle donne che ci fanno morire, agli amici che vogliamo incantare. Mai un graffio. Siamo stati fortunati. Coraggiosi ma le pallottole ci hanno scansato. Non siamo riusciti a cambiare il mondo ma abbiamo fatto il possibile. Ah, se fossero stati tutti come noi. Sarebbe stato diverso. Avremmo forse avuto qualche nome in meno da mettere alla nostra prole. Questo di certo ci avrebbe fatto piacere. Spirito cristiano nulla più. Dove sono andate a finire le nostre aspirazioni? Io non voglio più cambiare il mondo perché in fondo non lo volevo cambiare nemmeno prima. Non vedo nulla che si possa cambiare che non sia dentro di me, prima non avevo il coraggio di dirlo. Ma lo sentivo anche quando gridavo: vivrete. Purtroppo ho fatto anch'io il burocrate ogni volta che ho potuto. Ho messo in minoranza tutte le persone che nel mio piccolo mi è capitato di mettere in minoranza. Solo per il gusto di esercitare un potere che avevo sempre subito fin dai banchi di scuola. Solo per non sentire qualcosa di diverso dal nostro vivrete. Sono stato lo STATO che ho sempre pensato di combattere e che voi due avete combattuto non senza differenze fra di voi e da tutti gli altri. Se tornassi indietro combatterei contro le persone che erano come me sempre sepolte dietro un'ipotesi di maggioranza. Oggi penso che due persone che non si conoscono possono essere nominate solo tenendo ben presente questo dato di fatto. Non vivrete più per quello che ve ne importa.
C'erano due parole che ripetevamo sempre nel 1977. Sempre quelle. Non ci si offendeva mai dall'inizio alla fine. Ricordo che ho rischiato di morire soffocato pur di arrivare puntuale ad un incontro al quale tenevo. Burocrate. Ho aspettato 16 giorni prima di venire a Torino a dirti ti amo. Era troppo tardi. Te ne stavi sola con i tuoi fratelli a ridere di me in disparte. Io ho una sola gola per gridare aiuto, per mandare giù il tuo nome e tutto quello che conoscevo di te. Ma ho fatto di più perché ti conoscevo, perché ti amavo. 15 anni a mostrarne 23. 24 a 16. Non ho mai gridato il tuo nome come il loro e questo è il torto che io ho fatto a loro.
Buona fede. Gli anni incontrano i pensieri nella memoria ma non si presentano. Ciao io sono l'anno X, piacere io sono il pensiero Y. Mai non si presentano mai eppure abitano la stessa casa. Come Andreas, come Ulrike, come i nostri amici di sempre, come io e lei. La fortuna di stare qui a raccontare.
Sono stato a pensare a voi per più di quindici minuti. Senza nessuno intorno. In assoluto silenzio. Vi ho immaginato offrire sigarette francesi agli eroi della Charlemagne. Vi ho accomunato arbitrariamente ad un altro fatto di storia rimosso dalla storiografia ufficiale. Quindici minuti di silenzio. Pensate. Un colpo di pistola è un colpo di pistola.

Una stanza arredata da altri

Marcel Proust definiva la lettura di un libro l'equivalente di vivere nell'appartamento di un altro. Un curiosare nel mobilio, nella biancheria, negli odori di un individuo a noi finora sconosciuto e che probabilmente non incontreremo mai di persona. Non si sa mai. Idea suggestiva ben che tronca oppure una sorta di voyeurismo. Capisco la curiosità di frugare, di indagare, di sottrarre qualche piccolo oggetto senza che il vero autore se ne accorga, l'emozione di trovarsi ad esplorare un ambiente non progettato da noi. Ma quanto dura questa emozione? Quanto ci si può vivere nella casa di un altro senza che questi se ne accorga o senza che prima o poi ci si senta colti da una frenesia, da un'emozione ancora più tumultuosa, di appropriarsene, di stravolgerla con i nostri gusti, di farla diventare un'altra casa. Figuriamoci la possibile scena del ritorno del proprietario o del legittimo inquilino. "Non vedo l'ora di essere a casa mia. Alle mie familiari cose. Al mio letto." L'impatto potrebbe somigliare francamente al rientro a casa dopo una visita dei ladri con gradazioni emozionali che possono senz'altro variare secondo il ladro che l'ha visitata oppure dal fatto di trovarlo sul posto o meno. Niente di più. Purtroppo ogni visione o metafora poetica, anche la più azzeccata, come in questo caso, può prestare il fianco una volta calata nella realtà delle cose o delle relazioni, ad una serie di possibilità praticamente infinite di concretizzarsi od invalidarsi al punto che forse, sarebbe cosa buona o non addentrarsi per nulla nell'indagine di una metafora poetica oppure non ricorrervi affatto. Sarebbe come uscire dal pensiero che l'ha creata. Ed io volevo vivere in quel tipo d'appartamento, in nessun altro. Ad esempio. Cosa ha a che fare con il pensiero espresso da Proust l'eventualità che l'appartamento possa essere ammobiliato dal proprietario per essere dato in affitto o invece per ricevere ospiti? Nulla, ma è colpa di Proust l'avermela ispirata questa domanda. Non si può essere mai veramente attendibili discutendo sulle conseguenze generabili da un pensiero poetico. Non si può essere mai in grado sicuramente di valutarne i possibili effetti sul corso logico del pensiero. Ora, se io riuscissi in forma poetica a mettere insieme un'affermazione del genere: la lettura di un libro è equivalente al vivere in un appartamento in multiproprietà. Chissà che pensieri inconsapevolmente genererei nella testa di un presunto lettore di questa frase. Pensieri che difficilmente avrebbero a che fare con il senso che io attribuisco ad essa. Non potrei gridare allo scandalo, ne m'interessa, se si ravvisasse in questa mia affermazione l'intenzione di dare della lettura una definizione che faccia dello scambiarsi in continuazione libri da leggere il suo fine ultimo. Non tenete libri negli scaffali, fateli circolare. Non potrei davvero farci niente ed anzi mi troverei nell'imbarazzo serio di dover decidere o meno se sottolineare il lato divertente di questa chiave interpretativa. E' curioso come non si possa mai essere certi della propria possibilità di comunicare. Il più delle volte non si riesce nemmeno a mantenere circoscritto l'ambito della comunicazione ed è proprio a causa di questa impossibilità che alla fine ci troviamo a discutere, a rispondere di cose che esulavano totalmente dalle nostre premesse o che non ci interessano mai. Per favore, mettiamoci tutti insieme a pensare ad una nuova forma di concepire il modo attuale di lanciare messaggi al prossimo. Mettiamo il prossimo nella condizione di capirci e noi in quella di potergli rispondere. Mischiamo tutto. Distruggiamo Babele, costruiamo una piramide orizzontale del pensiero dove a chiunque è reso possibile esaminarne il vertice. Confondiamoci nei fatti e forse le nostre parole assumerebbero una chiarezza diversa. Estrema. Fino al punto di poterci finalmente capire. Uno con l'altro allo stato puro, gettandoci alle spalle l'unica vera forma di solipsismo che non siamo (negli ultimi due secoli almeno) riusciti mai a voler superare: quel tipo di comunicazione tronca, senza replica, che, lisciando il pelo alla parte più narcisistica di noi, ci impedisce di comunicare artisticamente, nascosta dietro, il vetusto paravento del diritto d'autore.
Sarà una proprietà indivisa la nostra. Dove potremo dirci tutto quanto, afferrandolo, fino all'ultima parola. Mai più fraintendimenti non voluti. Sarà la nostra Iliade, dovranno i posteri, in qualche caso, ricorrere ad un poeta mitico per poterne attribuire la paternità a qualcuno, alla nostra multiproprietà. I critici se ne dovranno gioco forza comprare una frazione se vorranno continuare a fare il loro mestiere, dovranno rischiare di persona alla buon'ora. Sarà veramente come rivisitare una casa arredata da altri, da vivere con la consapevolezza di essere ben accetti al punto di poterci qua e là fare un ritocco, lasciarci una traccia indelebile del nostro starci dentro per sapere cosa ne pensano gli altri, quelli a cui interessa il nostro pensiero che non hanno fretta di risponderci, di dirci addio, che vivono con noi. Le persone a cui non è sconosciuto il fatto che una frase oltre ad essere letta può essere osservata, si può modificare, ricomporre insieme alla frase di qualcun altro, ad un appello disperato, ad una giusta occasione di festa.
Editeremo insieme le nostre opere nuove, accetteremo nuovi proprietari alla pari in corso d'opera. Quadri da leggere, libri da osservare, creeremo innanzitutto nuovi supporti per il pensiero umano, se sarà il caso ci muteremo geneticamente pur di dar corso a questa arte nuova dell'umanità. Svilupperemo una testa più grande del normale se necessario, basta fare la prima parte del percorso poi la natura ci verrà incontro senza difficoltà. Gli omini con la testa quadrata e le gambe corte o filiformi che ci accompagneranno dentro questo interminabile percorso non rappresenteranno più ai nostri occhi lo scenario di un'invasione extraterrestre bensì l'incarnazione evoluta di un nuovo modo di vivere e fare arte nella nostra società, i nostri coinquilini più cari nell'albergo in multiproprietà. Vorrei poter avere tre occhi, uno da usare come microscopio; avere una parte precisa del mio cervello, attivabile autonomamente, solo dedicata alla musica. Una funzione aggiunta degli arti che funga da rivelatore di metalli; un altro orecchio dietro la nuca o in qualche altra parte per dare automaticamente senso ai sub suoni. Un reattore montato sulla punta dei piedi. Arrivederci a casa.

Pensiero

Maddalena chiese a Mario un pensierino: "Il sole è bello."


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